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Smart working, purtroppo ha ragione Brunetta

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smart working brunetta

Ha ragione il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Purtroppo. Lo smart working non ha funzionato nel pubblico impiego, essenzialmente per una ragione: non ha garantito i servizi essenziali. È difficile ammetterlo per chi ha visto e continua a vedere nel lavoro agile non solo un’opportunità ma anche una rivoluzione capace di cambiare definitivamente le regole del gioco. Chiunque nell’ultimo anno e mezzo abbia avuto a che fare, da remoto, con un ufficio pubblico può confermare che i tempi di attesa si sono allungati all’infinito, che una montagna di pratiche si è persa per strada e che la risposta più ricorrente per giustificare i disservizi è stata: “Cosa vuole? C’è lo smart working”.

Questa è la realtà. E Brunetta la descrive in maniera puntuale. “Il lavoro agile può servire nell’emergenza ma non può essere il lavoro del futuro, proiettarlo nel futuro mi sembra un abbaglio”, ha detto oggi durante il Question time alla Camera. Il ministro ha spiegato anche perché. “Oggi chi fa lavoro agile non ha un contratto specifico, non ha obiettivi, non ha tecnologie, in più non c’è sicurezza, vedi il caso del Lazio, insomma è un lavoro a domicilio all’Italiana”.

Per il ministro, soprattutto, “il lavoro agile non ha garantito i servizi pubblici essenziali. Quelli li hanno garantiti i lavoratori della sanità, medici e infermieri, i lavoratori della sicurezza, carabinieri e poliziotti, in progress i lavoratori della scuola. I lavoratori in smart working non hanno affatto garantito questi servizi”. Parole nette, difficilmente contestabili per quanto riguarda la resa dello smart working nella pubblica amministrazione.

E nel privato? Quali sono effettivamente i risultati in termini di produttività e di organizzazione del lavoro? Prima negli Stati e ora anche in Europa, le grandi aziende stanno sostanzialmente ripiegando su posizioni più prudenti dopo l’euforia iniziale. Si sta lavorando al progressivo ritorno negli uffici, evoluzione della pandemia Covid permettendo, perché lo smart working è una conquista e un’opportunità, ma non può diventare una soluzione esclusiva e strutturale.

Conciliare il tempo di lavoro e quello della vita privata nel migliore modo possibile è una sfida di civiltà oltre che una delle principali linee guida per una corretta gestione delle risorse umane. Così come raggiungere un equilibrio migliore tra le attività in presenza e quelle da remoto è un obiettivo condivisibile per tutti. Ma digitalizzare completamente il rapporto di lavoro o rinunciare all’incontro fisico per scelta ideologica si sta già dimostrando una scelta azzardata, in equilibrio precario tra l’utopia e l’illusione di tagliare i costi.

Anche per questo Brunetta, sostanzialmente, ha ragione.

Sì allo smart working, purché sia sostenuto da regole e strumenti indispensabili perché sia veramente utile. Tutti a casa, non è né una soluzione né una prospettiva percorribile.

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