Eurostat conferma il balzo dell’inflazione. I rischi per la crescita

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L’Eurostat conferma il balzo dell’inflazione che nell’area euro – 19 Paesi su 27 – è stato del 3% ad agosto, in aumento dal mese precedente quando si era attestato al 2,2%. Nello stesso periodo del 2020 era fermo a -0,2. Il tasso annuale In Ue è leggermente più alto: 3,2% in aumento da luglio dal 2,5.

L’Istituto statistico della Commissione europea, dunque, non lascia scampo sui dati sull’inflazione che in questo momento preoccupano particolarmente le banche centrali e pongono un dilemma sui tassi di interesse. Lasciarli invariati, come ha deciso di fare la Bce proprio pochi giorni fa. Oppure, puntare ad alzarli per frenare la spinta all’aumento dei prezzi di beni e servizi che comporta la diminuzione del potere di acquisto della moneta e, quindi, dei consumatori. Oggi la Bce smentisce, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, “il fatto che un aumento dei tassi potrebbe esserci già nel 2023”, perché “non in linea con la guidance” dell’Eurotower. Francoforte replica a un articolo pubblicato dal Financial Times, secondo il quale il capo economista, Philip Lane, avrebbe rivelato nel corso di un incontro privato che l’Istituto prevede di raggiungere l’obiettivo di inflazione del 2% entro il 2025, alzando i tassi di interesse un anno prima del previsto.

Le notizie si rincorrono e sono il segno che i numeri sull’inflazione creano nervosismo, anche se pericoli a breve termine non ce ne sono. In Ue i tassi annuali più bassi sono stati osservati a Malta (0,4%), Grecia (1,2%) e Portogallo (1,3%). I più elevati in Estonia, Lituania e Polonia con massimi del 5%. L’ Italia si attesta al +2,5%. Ma il punto è che il nodo inflazione ha un’incidenza sulla crescita. E su quest’ultima le politiche monetarie espansive stanno avendo nel Vecchio Continente un ruolo decisivo. Tutto è collegato, ma non sempre le scelte operate dal sistema bancario centrale hanno un quadro preciso di prevedibilità dei rischi. In ogni caso, l’Europa – dopo la traumatica caduta del ciclo economico dovuta alla pandemia – non rinuncia ad ampliare l’offerta di moneta. Nonostante Francoforte abbia deciso di abbassare, seppure “moderatamente”, l’acquisto straordinario dei titoli di Stato previsti dal Pepp, il Pandemic emergency purchase programme.

Dicono gli analisti che l’Ue è in reflazione, fase che coincide con una ripresa della domanda e che contrasta recessione e depressione. Eurostat fornisce i dati sulla produzione nelle costruzioni che a luglio 2021, rispetto a giugno, al netto delle variazioni stagionali, è aumentata dello 0,1% nella zona euro, mentre è diminuita dello 0,1% in tutti e Ventisette Stati membri. Su base annua, rispetto al luglio 2020, la produzione è aumentata rispettivamente del 3,3% e del 3,8%. Non è un caso che la Bce il 9 settembre abbia rivisto al rialzo le stime di crescita del Pil per il 2021 dal 4,6% al 5%.

Tuttavia, quando si parla di prodotto interno lordo le previsioni a livello mondiale si muovono diversamente. Negli Stati Uniti e in Cina i dati sono in calo. Rallenta l’economia Usa di quasi 1 punto percentuale, mentre nello Stato asiatico si calcola che a fronte di stime al 7,9% la crescita si attesti al 6,1%. Cosa può significare? In questo caso è sempre l’inflazione a pesare. Se non rallenta al pari della crescita si verifica quella che gli economisti chiamano inflazione recessiva. E trattandosi delle due economie più importanti del Pianeta si studiano le oscillazioni che arrivano da Washington e Pechino per capire cosa c’è da aspettarsi in Europa.

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