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Salario minimo, la proposta della Spd che piace ai sindacati europei

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L’affermazione che dopo sedici anni la Spd incassa, portandosi in cima ai consensi nelle elezioni tedesche, potrebbe segnare una tappa di rilievo per chi a Berlino e in Europa tifa per il salario minimo. A richiamare le promesse elettorali di Olaf Scholz, il leader dei socialdemocratici che adesso rivendica la cancelleria che è stata di Angela Merkel, ci pensa la Confederazione dei sindacati del Vecchio Continente.

Scrive l’European Trade Union Confederation (Etuc): “La vittoria per un partito che promette un salario minimo di 12 euro è un importante impulso alla campagna per porre fine a salari da povertà, migliorando la direttiva dell’Ue”.

L’obiettivo è mirato: la Germania è attualmente tra i due terzi degli Stati membri in cui il salario minimo è fissato al di sotto della soglia europea di rischio povertà (60% del salario mediano nazionale) e del 50% del salario medio.

La Spd, durante la serratissima campagna elettorale, ha più volte giocato la carta di alzare i valori minimi al 60% con un aumento del 25% della retribuzione per 10 milioni di lavoratori. Ma la ‘spinta’ tedesca è per i sindacati europei innanzitutto un trampolino di lancio per portare la battaglia a Strasburgo e indurre l’europarlamento a modificare in senso migliorativo la direttiva che ha presentato la Commissione.

Lo scopo è introdurre “una soglia al di sotto della quale i salari non possono scendere”. Che per l’Etuc è, appunto, quella del 60% del salario mediano e il 50% del salario medio in qualsiasi Stato. Una soglia definita “di decenza” per assicurare “un tenore di vita dignitoso” impedendo “a 24 milioni di lavoratori in tutta Europa di continuare a vivere a rischio di miseria”.

Ma il punto dirimente anche in Ue è se portare la discussione all’interno dei contratti nazionali di lavoro o tenere i due temi separati. Nicolas Schmit, commissario Ue al Lavoro, spiega la linea della Commissione. “Abbiamo presentato una proposta sui salari che rispetta le tradizioni e i modelli nazionali. Vogliamo garantire la dignità del lavoro, combattere la povertà, promuovere il dialogo sociale e la contrattazione collettiva e sostenere la coesione sociale. È la prima volta che l’Ue chiede agli Stati membri di aumentare i salari e lo fa in un contesto di crisi economica. Il cambio di paradigma va sottolineato”.

Il dibattito è aperto. Anche in Italia, dove imprese e sindacati sembrano però allineati sul fatto che il salario minimo debba essere definito nell’ambito dei contratti collettivi e non per legge.

Per il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che in ogni caso considera “molto positiva” l’ipotesi di un tavolo tra Confindustria e sindacati, “non bisogna mai dimenticare i motivi per cui si parla di salario minimo in Ue. E cioè perché si vuole introdurre una regolamentazione per quei Paesi che hanno una bassa contrattazione nazionale”.

Per il leader di viale dell’Astronomia “da noi i minimi salariali sono già all’interno dei contratti collettivi”, anche se ammette “che ci sono alcuni settori dove le paghe sono molto basse”. Dunque, si tratterebbe di rafforzare la contrattazione “perché garantisce tutti”. Mentre nei Paesi in cui è stato inserito il salario minimo “la tendenza delle imprese è uscire” dagli impegni nazionali.

E insiste: il punto è “colpire i contratti pirata che vengono fatti da chi non ha rappresentanza e fa dumping salariale”. Anche per Maurizio Landini, segretario della Cgil, il perno sono i contratti nazionali di lavoro. In particolare, dare “sostegno legislativo al modello contrattuale”. La Cgil propone “una legge sulla rappresentanza che dia valore generale ai contratti ” perché questo significherebbe “sancire che i minimi salariali diventano validi e non possono essere derogati” come avviene per “tutti gli altri diritti” come ferie, malattia e orari.

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