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Via libera definitivo, la parità salariale è legge

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Via libera all’unanimità in Senato al ddl sulla parità salariale, che quindi diventa legge. E’ stato approvato dalla commissione Lavoro in sede deliberante e questo significa che non serve l’ulterione passaggio dall’Aula.

Il provvedimento, che modifica il codice sulle pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo, ha avuto un lungo iter legislativo ma è diventato ancora più urgente dopo la pandemia che, come dimostrano i numeri, ha penalizzato soprattutto le lavoratrici. Il 70 per cento dei lavori persi nel 2020 erano infatti svolti da donne, di questi 99 mila soltanto a dicembre dello scorso anno. Ma già prima di Covid il tasso di occupazione femminile era di 18 punti inferiore a quello maschile. Minori sono anche le le opportunità di carriera: le donne rappresentano il 56 per cento dei laureati italiani, ma soltanto il 28 per cento dei manager. Inoltre, il gender pay gap totale nel nostro Paese raggiunge picchi del 44 per cento e, a parità di mansione e di salario tra uomo e donna, può arrivare fino al 20 per cento della busta paga.

La novità più significativa del testo è l’istituzione, dal 1 gennaio 2022, della “certificazione della parità di genere”, che ha l’obiettivo di “valorizzare le politiche e le misure adottate dai datori di lavori per ridurre il divario di genere, in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale a parità di mansioni, alle politiche di gestione delle differenze di genere e alla tutela della maternità”, come ha spiegato la relatrice, Chiara Gribaudo del Pd.

A questa misura si accompagna poi l’attivazione di un sistema premiale, grazie al quale alle aziende private in possesso della certificazione sarà concesso uno sgravio di complessivi contributi previdenziali a carico dei datori, non superiore all’1 per cento e nel limite massimo di 50 mila euro annui per ciascuna azienda, entro un limite dei 50 milioni annui.

Le aziende dovranno poi preparare un rapporto sulla situazione del personale, che avrà cadenza biennale e dovrà essere redatto obbligatoriamente dalle aziende con oltre 50 dipendenti (a differenza dei 100 previsti dall’attuale legislazione), mentre le aziende con meno di 50 dipendenti potranno redigere il rapporto su base volontaria per accedere alla certificazione di parità.

Viene anche rafforzato il quadro sanzionatorio. Si prevede che la sospensione per un anno dei benefici contributivi goduti dall’azienda si applichi nel caso di inottemperanza protratta per oltre dodici mesi; inoltre, si attribuisce all’Ispettorato nazionale del lavoro il compito di verificare la veridicità dei rapporti, stabilendo, nel caso di rapporti mendaci o incompleti, una sanzione pecuniaria da 1.000 a 5.000 euro.

Infine, viene estesa l’applicazione delle disposizioni relative all’equilibrio tra i generi nella composizione dei consigli di amministrazione delle società quotate nei mercati regolamentati anche alle società controllate dalle pubbliche amministrazioni. In particolare, lo statuto dovrà prevedere che il riparto degli amministratori da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi, in modo che il genere meno rappresentato ottenga almeno due quinti degli amministratori eletti.

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