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Più adesioni ai Fondi per assicurare la pensione ‘di scorta’

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Il problema della previdenza complementare sono le adesioni. Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione, l’associazione che raccoglie i fondi negoziali, non ha dubbi: “Tutti devono fare la loro parte per aumentare il tasso di iscritti ai fondi pensione. Oggi il 70% dei lavoratori non aderisce a nessuna forma di previdenza complementare. Questo non è sostenibile. Innanzitutto per l’economia personale e familiare dei lavoratori. Quando nacque la previdenza complementare in Italia il secondo pilastro era visto come un elemento aggiuntivo, rispetto alla prestazione obbligatoria dell’Inps. Oggi bisogna far capire che senza il secondo pilastro la pensione Inps sarà largamente insufficiente a sostenere il reddito di chi smette di lavorare”.

Una sana dose di realismo: il metodo contributivo sarà meno generoso di quello retributivo, le carriere discontinue, le retribuzioni frenate dalle crisi ricorrenti. Tutto congiura contro una pensione adeguata. Il tasso di trasformazione non sarà più attestato sull’80% dell’ultima retribuzione, ma spesso non raggiungerà nemmeno il 60%.

“Ci vogliono iniziative forti di sensibilizzazione e di educazione previdenziale, sia da parte dei soggetti intermediari, come Caf e Patronati, sia da parte dei Fondi, che hanno una chiara consapevolezza delle basse adesioni” spiega Maggi. Il maggiore dei fondi pensione, Cometa, ha recentemente avviato una campagna di educazione previdenziale: sulla platea potenziale di 2 milioni di lavoratori (per lo più metalmeccanici) le adesioni si aggirano intorno alle 400mila. Troppo poco.

“Anche il governo dovrebbe fare la sua parte – continua Maggi – ci vorrebbe una grande campagna di comunicazione istituzionale per aumentare la sensibilità dei lavoratori, per far comprendere quanto sia vitale l’adesione ai fondi. Ne va del futuro di milioni di persone e di famiglie. E poi insisto: ci vorrebbe una nuova finestra di sei mesi di silenzio-assenso, come nel 2007. Allora il silenzio-assenso sulle adesioni forzate portò a una crescita dell’80% delle adesioni. In un Paese con una bassa cultura finanziaria e previdenziale come il nostro, serve qualche piccola forzatura. Serve a tutti, serve alla sostenibilità del sistema previdenziale nel suo complesso”.

Un’altra richiesta forte di Maggi alla politica – “totalmente disinteressata ai nostri temi” – riguarda la fiscalità. Ai 31 fondi pensione negoziali che fanno parte dell’Associazione sono iscritti 3,2 milioni di lavoratori, il patrimonio di risparmio previdenziale in gestione supera 63 miliardi di euro. Maggi ha chiesto con forza la riduzione del prelievo fiscale sui rendimenti, che oggi è del 20%, “incentivando correttamente il risparmio previdenziale rispetto all’investimento finanziario puro”. Nel corso del suo intervento all’assemblea di Assofondipensione, il presidente ha sollecitato anche una generale semplificazione del meccanismo di tassazione previsto dalla normativa vigente e ha ribadito l’esigenza di maggiori incentivi fiscali per incoraggiare gli investimenti di lungo periodo dei fondi pensione nell’economia reale italiana, a supporto del sistema Paese.

“C’è una discriminazione assoluta nella gestione finanziaria, ai danni dei più deboli. Con i Pir si defiscalizzano somme fino a 1,5 milioni in cinque anni, sui rendimenti dei fondi pensione si paga il 20%. C’è qualcosa che non torna” aggiunge Maggi. Una diversa fiscalità è richiesta anche per gli investimenti dei Fondi.

“Il welfare del nostro Paese – conclude il presidente di Assofondipensione – viene spesso indicato come un esempio, a fronte di sistemi meno generosi come quelli di stampo anglosassone, ma occorre mettere attenzione ai problemi di sostenibilità. La crisi demografica e l’evoluzione tecnologica stanno minando il sistema, per come lo conosciamo. Il risparmio previdenziale deve essere sostenuto e favorito. E’ una questione prioritaria per il futuro del Paese”.

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