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La Fed alzerà i tassi a breve. Ma sul bilancio Powell è cauto

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jerome powell
Enel 2022

Gli occhi degli investitori di tutto il mondo sono puntanti da giorni sulle decisioni del Federal Open Market Committee della banca centrale americana. Ieri sera alle 20 (ora italiana), dopo due giorni di camera di consiglio, il board della Fed ha annunciato che fino alla prossima riunione i tassi d’interesse rimarranno allo 0-0,25%, livello a cui sono fermi da inizio 2020 dopo le misure adottate per arginare la crisi economica post-pandemica.

“A breve sarà appropriato alzarli”, viene comunicato, a marzo potrà verificarsi “se ci saranno le condizioni adeguate”. Incertezze sussistono in seno al Fomc: “Il percorso dell’economia continua a dipendere dall’andamento del virus. Si prevede che i progressi nelle vaccinazioni e un allentamento dei vincoli di offerta sosterranno i continui guadagni dell’attività economica e dell’occupazione, nonché una riduzione dell’inflazione” ma “permangono rischi sulle prospettive economiche, anche da nuove varianti”.

La bestia nera che si trova ad affrontare la Federal Reserve si chiama inflazione. In territorio Usa ha raggiunto il 7%, un record ben lontano dal 2% considerato l’obiettivo di medio termine e il tetto per le banche centrali per una stabilità dei prezzi. La disponibilità ad aggiustare la politica monetaria “se dovessero emergere rischi” c’è tutta. Per ora è confermato che il programma di acquisto di asset da 120 miliardi di dollari, che rientra nelle politiche monetarie espansive e straordinarie, terminerà all’inizio di marzo.

Ma la riunione, oltre che su acquisto di titoli e tassi di interesse, si è incentrata su un altro tema di rilievo: la possibile riduzione del bilancio Fed, arrivato a cifre record per sostenere il Paese durante la pandemia, ovvero 9 mila miliardi di dollari, il doppio dei livelli precedenti all’ondata Covid. La sua riduzione, è stato annunciato, “sarà avviata una volta iniziato il rialzo dei tassi”. La decisione è molto significativa e frutto evidentemente di un atteggiamento di maggiore cautela che il presidente, Jerome Powell, ha voluto mantenere. Un segnale meno aggressivo rispetto a un passo che i mercati non avrebbero salutato con favore.

In ogni caso, per il numero uno della banca centrale Usa, “l’economia non ha più bisogno di livelli elevati di sostegno di politica monetaria”. Anche se “non è possibile prevedere quale sarà l’andamento adeguato della politica sui tassi. Non abbiamo preso alcuna decisione in proposito”, ha detto, “ci guideranno i dati”. La Fed guarda soprattutto alla salvaguardia nel Paese dell’occupazione.  Rispetto al precedente percorso di rialzo del costo del denaro nel 2015 “l’economia è in una condizione molto diversa, è più forte. Il mercato del lavoro è più solido ma anche l’inflazione è molto più alta di allora, e queste differenze avranno un peso”.

Per il momento la Fed non vuole fare il passo più lungo della gamba. Il rischio che aumentando i tassi e riducendo la liquidità si possa ottenere sulla ripresa l’effetto contrario non è da escludere e i banchieri lo sanno. Powell ha ammesso che sul bilancio la discussione è aperta ma ancora non “è possibile dire quanto tempo ci vorrà” per una consistente riduzione. L’obiettivo è procedere “in modo prevedibile, soprattutto regolando gli investimenti”.  Questo può significare una cosa sola: diminuire progressivamente il reinvestimento dei titoli in scadenza.

La situazione è complicata. Due giorni fa il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni delle due principali economie del mondo: Stati Uniti con un -1,2 punti percentuali al 4% e Cina con -0,8 punti percentuali al 4,8%.  Secondo l’Istituto diretto da Kristalina Georgieva “l’inflazione sta salendo in tutto il mondo e il conflitto fra Russia e Ucraina rischia di far salire i prezzi dell’energia per molti Paesi, quindi potrebbe mantenere l’inflazione elevata”. Nell’aggiornamento del World Economic Outlook per i 188 membri la crescita scende dal 5,9% del 2021 al 4,4% nell’anno in corso. Per il 2023 si rialza di 0,2 punti, al 3,8%, ma si tratta di “una previsione subordinata al miglioramento della situazione sanitaria entro la fine del 2022”, sempre ipotizzando che i “tassi di vaccinazione migliorino e che le terapie diventino più efficaci”. Dunque, l’economia globale – e quella statunitense non fa eccezione – fino a quando il virus continuerà a imperversare rimarrà nell’incertezza. E nemmeno la banca centrale più potente del mondo è in grado di fare previsioni a lungo termine.

WBF

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