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Ecco perché il gas liquefatto potrebbe non convenire all’Europa

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I documenti europei e i Piani nazionali di ripresa parlano a chiare lettere della trasformazione energetica all’insegna di uno sviluppo delle fonti rinnovabili, ma il ‘green deal’ con l’inizio del conflitto-russo-ucraino ha cambiato contesto di riferimento. Nel complesso scenario attuale della competitività e della forza economica degli Stati, sono ancora le fonti fossili a tenere banco e a ridisegnare la mappa geoconomica globale. Con le nuove tecnologie di lavorazione che rendono le materie prime più facilmente esportabili il Gnl, il gas naturale liquefatto, è al centro di rotte inedite e sta determinando per i prossimi anni contratti e scambi commerciali per miliardi di dollari e di euro. Per ridurre la dipendenza dal gas russo e tentare di affrancarsi dalle tenaglie del potere di Vladimir Putin, l’Unione Europea acquisterà 15 miliardi di metri cubi aggiuntivi di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. La domanda aumenterà progressivamente fino a complessivi 50 miliardi di metri cubi fino al 2050. Ma se questa è una soluzione che può funzionare a lungo termine è tutto da vedere.

Da anni il Paese a stelle e strisce non solo ha raggiunto l’autonomia nella produzione di gas ma ne diventato uno dei maggiori esportatori al mondo, mettendo in campo nuove tecnologie per trasformarlo allo stato liquido. Procedimenti costosi e complessi consentono di ridurre di circa 600 volte il volume della ‘preziosa’ materia per trasportarla via mare fino ai Paesi destinatari con navi metaniere. Nuovi punti di arrivo attendono le navi americane, prima dirette prevalentemente in Asia – Cina, Corea del Sud, Giappone – e ora, con i nuovi accordi, pronte a fermarsi più assiduamente nei porti europei facendo superare i tetti attuali di export.

L’aumento delle forniture di Gnl è una delle strade percorse dal Vecchio continente per diversificare l’approvvigionamento. Ci si attende prima o poi che la Russia chiuderà i rubinetti dei 155 miliardi di metri cubi di gas che smista all’Ue, in primis alla Germania (51%) e all’Italia (41%). Con il RePower Eu la Commissione europea ha adottato lo scorso 8 marzo una prima bozza di un piano per ridurre già nel 2022 dei due terzi l’importazione del gas da Mosca e per azzerarla nel 2023. Riserve di gas e controllo dei prezzi sono gli obiettivi di Bruxelles a breve e medio termine. Nel mentre, poiché gli Stati membri hanno bisogno di coprire il loro fabbisogno energetico, le regole di mercato seguono il senso di marcia che gli è proprio: il gas liquido è una delle materie prime più richieste. Gli Stati Uniti sono in testa tra i Paesi produttori ed esportatori, seguiti da Qatar e Australia. Un mercato in rapidissima ascesa che per alcuni acquirenti pone non pochi problemi. Sono necessari impianti di rigassificazione per riportare il gas dallo stato liquido a quello aeroforme e renderlo utilizzabile per gli usi comuni. La capacità del nostro Paese di trasformare il Gnl potrebbe aumentare. Sono tre gli impianti in funzione mentre il governo sta contrattando con la mediazione di Snam il noleggio o l’acquisto di navi da utilizzare come unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione. Ma il tema è articolato e tocca economia, ambiente, geopolitica, sicurezza energetica. Le domande che si pongono sono tante ma su tutte una: il gas liquefatto conviene davvero?

Il professore Demostenes Floros, analista del Cer, Centro Europa Ricerche, è autore del libro ‘Guerra e pace dell’energia’, un saggio sugli scenari geopolitici delle forniture energetiche e sugli effetti internazionali delle scelte che l’Occidente sta operando. Primo errore da non compiere? Pensare che il mercato del gas sia da intendere su scala globale come quello del petrolio. “Per il gas naturale abbiamo tre mercati regionali: nord-americano, europeo e asiatico, con caratteristiche diverse per dimensioni e, soprattutto, per prezzi. E’ vero che nel corso degli ultimi anni con lo sviluppo del gas naturale liquefatto stanno tendendo a uniformarsi ma delle differenze esistono e non sono di poco conto”.

Facciamo subito un esempio. “Abbiamo assistito negli ultimi anni alla crescita del trasporto di Gnl. Fino a dicembre 2021 le cosiddette ‘molecole della libertà’ (espressione usata durante la presidenza Trump per indicare il gas liquefatto, ndr) che gli Stati Uniti promettevano all’Europa non arrivavano da noi ma andavano in Asia. Il mercato regionale asiatico aveva un prezzo superiore, per una questione di profitti si preferiva l’acquirente asiatico rispetto a quello europeo. Questa situazione si è venuta leggermente a modificare nel corso degli ultimi mesi. Ora le navi metaniere hanno preso la strada dell’Europa invece che dell’Asia”. Dunque, il conflitto russo-ucraino ha velocizzato un cambio di passo del mercato e sta modificando i rapporti energetici tra Bruxelles e Mosca. Floros spiega quanto siamo vicini a una rottura. “Il legame energetico, in particolare gasifero, tra Europa e Federazione russa è stato finora strettissimo. Il 25% dei consumi Ue sono stati soddisfatti dal gas naturale e questa percentuale è arrivata al 41% per l’Italia. Nel 2021 l’Europa ha importato 185 miliardi di metri cubi di gas naturale, l’Unione Europea 155 circa, il nostro Paese 29. Tuttavia, la guerra in Ucraina tenderà a rompere il legami in essere e questo – bisogna dirlo – non è nell’interesse né degli uni né degli altri. La sostituzione è molto complicata se non impossibile. Di certo, per i russi sarebbe una perdita enorme. Da loro il 60% delle esportazioni è rappresentato dall’energia che determina il 40% del bilancio dello Stato”. Secondo il senior energy economist del Cer “entrambi, Ue e Mosca, dovrebbero mettere da parte l’energia intesa come ricatto e utilizzarla come bandolo della matassa per una de-escalation”. Ma c’è un ma: “L’interesse americano in questo momento è di rompere questo legame”.

Ciò che è importante comprendere nella complessa guerra del gas è che essa chiama in causa diversi fattori, a partire dai costi di produzione e dalla capacità di lavorazione ed esportazione. Nello scenario attuale “Usa, Qatar, Australia, i principali produttori di gas naturale liquefatto, non hanno il problema di poter produrre di più ma hanno quello di non poter aumentare le esportazioni. Poi c’è il trasporto con le navi metanifere e, infine, la questione degli impianti di rigassificazione dei Paesi importatori”. Per il professore Floros “l’Italia sia da un punto di vista della diversificazione degli approvvigionamenti, sia per quanto riguarda la rigassificazione, è messa meglio di altri. Ad esempio della Germania, che non ha nemmeno un impianto. Per costruire un rigassificatore ci vogliono degli anni, non è una cosa che si fa dall’oggi al domani. Oggi la nostra capacità nazionale di rigassificazione è intorno ai 14 miliardi di metri cubi su 76 che consumiamo ogni anno (dati 2021)”. Il costo del gas liquefatto è elemento primario da considerare: “Non c’è alcun dubbio che il costo del Gnl è maggiore rispetto al gas via tubo. Siamo sul 15/20% in più, lo ha certificato anche l’Ue nei dati forniti a febbraio”. Un elemento che pone un quesito di rilievo: “Se anche riuscissimo a rigassificare, le nostre imprese si troveranno con dei costi di produzione aumentati e tali da portarci fuori mercato, perdendo la capacità di competere con l’altra parte dell’Oceano. Quando parliamo di gas liquefatto dobbiamo analizzare tutte le conseguenze”.

C’è poi un altro costo da sostenere e di cui si parla poco: quello ambientale. Floros ci chiarisce che “il gas liquefatto americano viene prodotto attraverso la tecnica del ‘fracking’, che è devastante per l’ambiente e bandita in alcuni Paesi. L’Italia, ad esempio, non l’ha mai utilizzata. Il limite gravissimo sta nella velocità di esaurimento di un pozzo che può arrivare ad essere tra il 50 e l’85% nel corso dei primi due anni di sfruttamento, a differenza invece di una estrazione convenzionale che prevede lo sfruttamento per il 5% l’anno”. Il fracking funziona così: “dopo un’iniziale perforazione verticale compresa tra i 2 e i 4mila metri si muove orizzontalmente distruggendo la terra con delle microesplosioni. Vengono sparate tonnellate di acqua a grandissima velocità con additivi chimici, perforando la roccia per la fuoriuscita di gas e petrolio, con conseguenze anche sui fenomeni sismici. In alcune regioni degli Stati Uniti si è registrato un incremento di quelli percettibili dall’uomo, da 2-3 all’anno a 300-400”. Gli americani “per continuare a produrre gas naturale e petrolio devono continuamente perforare nuovi pozzi”. Con il fracking “implementato dal 2008 con l’arrivo di Obama alla presidenza, sono riusciti ad aumentare la produzione di gas naturale e petrolio, costantemente calata dal 1971, e a diminuire le importazioni. In particolare di greggio dall’Arabia Saudita, passato da 2 milioni di barili degli anni ’80 ai 400 mila attuali”.

Ma il metodo della fratturazione idraulica oltre a essere dannoso in termini ambientali ha anche altri limiti. “Nel decennio trascorso ha prodotto dei cali repentini nella produzione in conseguenza del crollo del costo del barile. Il fracking è costoso per cui non è conveniente se il prezzo del barile scende sotto i 40/50 dollari”. Questo implica che “se tra dieci o quindici anni gli Usa non riusciranno a mantenere costante la produzione, calerà anche la capacità di esportazione e noi ci saremo legati mani e piedi a un produttore che non sarà in grado di soddisfare le nostre richieste. Il problema non riguarda gli Stati uniti in quanto tali ma qualsiasi produttore usi questo tipo di tecnologia”. Detto ciò “i 15 miliardi di metri cubi che arriveranno da Oltreoceano sono poca cosa rispetto ai 185 miliardi di metri cubi che hanno dato i russi all’Europa. Sono solo la metà dei 29 che ha importato l’Italia. Ricordiamo, inoltre, che una nave metanifera trasporta in media 260 mila metri cubi di gas liquefatto. Abbiamo idea di quante navi ci servono per trasportare 15 miliardi di metri cubi di gnl?” .

L’esperto di geopolitica ed economia, che da sempre studia le relazioni internazionali di impresa tra Russia e Italia, afferma che però “non sarà il gas liquefatto a guidare il futuro dei mercati energetici”. Il punto su cui riflettere è che nell’ambito della transizione green “come il Cer ha scritto nel rapporto presentato a febbraio, il gas naturale è la fonte fossile che farà da ‘ponte’ con il mondo delle fonti rinnovabili. Per un motivo semplice: tra i combustibili fossili è quello che emette meno Co2. Questo aspetto è fondamentale per capire che il gas naturale è, e sarà, al centro della transizione energetica. Dopo di che bisogna distinguere tra il gas trasportato via tubo, che è maggioritario, e quello liquefatto. L’Europa può aumentare negli anni la quantità di gas liquefatto che importa ma a quale costo in termini di sicurezza energetica nel breve e lungo periodo?”.

Infine i risvolti della guerra ai confini orientali dell’Europa. “Il costo maggiore della crisi in corso lo pagheremo in Europa. E l’Italia – che nel 2021 è stato il Paese tra le grandi economie del mondo che ha registrato un maggior incremento del costo delle fonti fossili (del 180% a fronte di una media mondiale poco superiore al 100%) rischia di pagare un prezzo più alto di altri. Quasi fosse un paradosso. Lo Stato che utilizza più gas naturale, il 41%, è quello che subisce il salasso peggiore. Utilizziamo il gas naturale che emette meno CO2 e siamo quelli che pagano la bolletta più alta. C’è qualcosa che non va”.

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