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Imprese, l’impatto delle crisi globali e la sfida del reshoring

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Per attrarre investimenti produttivi, i territori devono essere competitivi e fare in modo che le aziende non si trovino isolate. La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di settembre 2022.

Le economie di molti Paesi sono state sconvolte da una serie di eventi dirompenti e straordinari, con impatti strutturali e di lungo termine non solo sulle imprese, ma sulla società in generale.

Anzitutto, la crisi Covid-19 che presenta caratteristiche di unicità in quanto, a differenza dei precedenti shock che le nostre generazioni hanno vissuto, continua a determinare effetti depressivi sul lato della domanda e sul lato dell’offerta.

La crisi sanitaria che ha caratterizzato l’inizio della pandemia da Covid-19 si è oltretutto trasformata in breve tempo in crisi finanziaria. A queste, nei primi mesi del 2022, si è aggiunta la crisi Russo-Ucraina, che oltre a rappresentare un dramma umanitario, sta mettendo a dura prova gli equilibri sociali, economici e politici di numerosi Paesi a livello globale, e minacciando il valore delle catene lunghe.

Dall’inizio del conflitto, infatti, abbiamo assistito a un drastico aumento dei prezzi di petrolio e gas. Alcuni analisti stimano che il rischio d’interruzione delle forniture non sia stato ancora completamente valutato, e che dovremmo essere pronti per un’ulteriore corsa al rialzo.

Le imprese italiane che possiedono siti produttivi nei territori colpiti si stanno adoperando per rendere ciascun stabilimento maggiormente autonomo. Strategie simili fanno vacillare il concetto stesso di globalizzazione, che fino a oggi ha permesso a individui e organizzazioni di superare qualsiasi tipo di barriera fisica.

L’instabilità finanziaria e geopolitica diventa quindi la condizione caratterizzante a fronte di una minaccia così disastrosa, rappresentata dalla guerra in atto. In molti si chiedono quale sarà il futuro delle aziende europee e italiane, in un contesto messo a dura prova da nuovi paradigmi e da altrettanto nuovi e delicati equilibri.

La pandemia da Covid-19 e la guerra in corso rappresentano, oltretutto, solo alcune delle minacce esistenti a livello globale. Secondo l’edizione 2022 del Global Risk Report del World Economic Forum, i rischi più preoccupanti per i prossimi cinque anni sono rappresentati da quelli per la società e per l’ambiente. Tra questi, il cambiamento climatico è la più grande minaccia a lungo termine per l’umanità e anche per l’economia.

È ancora molto presto per qualificare in modo completo le crisi globali in atto, eppure il dibattito sulla durata e profondità degli effetti generati è già molto acceso. E molti di questi effetti hanno un carattere strutturale, in particolare, sul cambiamento della globalizzazione (la cosiddetta deglobalizzazione o nuova globalizzazione).

Il commercio internazionale e gli scambi a livello globale, nel corso degli ultimi decenni, hanno subito una grande accelerazione verso un sistema di produzione e scambio che pone in luce alcune caratteristiche strutturali. In questi anni, infatti, numerose attività produttive sono state oggetto di delocalizzazione, sia con riferimento all’intera filiera sia a specifiche fasi del business system, in aree a elevata concentrazione industriale, spesso in Paesi emergenti, a basso costo e caratterizzate da elevata specializzazione, in grado di garantire alti livelli di investimenti, il raggiungimento di economie di scala e alta produttività.

Questo ha portato alla creazione di piattaforme industriali regionali, veri e propri centri di eccellenza industriale. Si è poi sviluppata un’offerta specializzata di servizi alla produzione che rendono possibile l’integrazione fra queste piattaforme e le catene industriali e commerciali che arrivano fino ai mercati di sbocco.

È il caso dell’industria globale dell’automobile, che localizza specifiche piattaforme di prodotto in impianti in alcune aree industriali in Europa, Nord e Centro America e in Asia, o ancora di tutte le catene di fornitura di componenti e servizi necessarie per tenere il sistema integrato e competitivo nei confronti dei clienti nei vari mercati.

Ma si pensi anche alla produzione di alcuni beni specifici a basso valore aggiunto, che è ormai localizzata esclusivamente in alcune zone, come abbiamo tristemente scoperto in questi anni di pandemia con riferimento ad alcuni presidi medici quali le mascherine (la cui produzione era stata demandata a livello globale a impianti in Cina e India).

Questa organizzazione delle catene del valore a livello globale è stata messa in crisi prima dalle tensioni commerciali e successivamente dagli eventi ai quali stiamo assistendo, come la pandemia e la guerra, poiché lasciano gli attori economici e le società esposte ai rischi e alle vulnerabilità di qualunque evento improvviso e non facilmente prevedibile. La risposta a questa crisi è inevitabilmente caratterizzata da alcune mosse: prima fra tutte il reshoring e il near-shoring, almeno in parte, di alcune catene produttive.

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di settembre 2022. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

Paolo Boccardelli è ordinario di economia e gestione delle imprese e Strategie d’impresa alla Luiss, è presidente del supervisory board della Scuola politica Vivere nella comunità. Direttore della Luiss Business School dal 2015 al maggio 2022. È direttore del Centro di ricerca in Strategic change “Franco Fontana”.

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