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Trovato (Airbnb): Il lavoro da remoto è un’occasione per l’Italia

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Molte aziende mal sopportano il lavoro da remoto, e stanno già richiamando tutti i dipendenti in ufficio. Altre lo tollerano, e stanno ancora cercando la loro ricetta di lavoro ibrido. Poi c’è Airbnb, che ormai da mesi ha annunciato che i dipendenti possono lavorare dove vogliono. Lo stesso fondatore, Brian Chesky, ha cominciato a spostarsi di Airbnb in Airbnb, diventando un Ceo itinerante. Fare riunioni con colleghi che sullo sfondo hanno delle palme o amene località di montagna è “diventata un po’ la prassi in azienda”, sorride Giacomo Trovato, country manager in Italia del gigante degli affitti brevi.

“Ci scherziamo su, perché magari c’è sempre un po’ di invidia per chi lavora in un posto bellissimo. Ma una società in cui tutte le persone interagiscono solo davanti a uno schermo è una società distopica, poco stimolante. Per questo incoraggiamo anche le riunioni del team in luoghi fisici: gli uffici continuano ad essere centrali”, dice l’Ad.

In Italia il team di Airbnb è composto da una trentina di persone, con quartier generale a Milano. Ma ci sono alcuni che hanno preso al volo l’opportunità per sistemarsi permanentemente lontano dalla città, racconta Trovato.

I numeri dei lavoratori da remoto

L’apertura verso il lavoro da remoto dei dipendenti per Airbnb è anche una questione di coerenza: è sugli smart worker che l’azienda americana ha puntato per ripartire dopo la voragine della pandemia e la crisi del turismo. E il lavoro da remoto rappresenta una fetta importante degli affari anche nel nostro Paese. Anche se Airbnb non chiede ai clienti per quale motivo stanno prenotando un appartamento sul suo portale, vengono effettuati dei sondaggi: nel 2021 su Airbnb il 20% degli ospiti ha utilizzato la piattaforma per lavorare da remoto, prenotando per almeno una settimana.

“Nei primi tre mesi di quest’anno le ricerche di viaggi di lavoratori soli a lungo termine al nostro Paese sono cresciute del 90% rispetto al pre-pandemia”, dice Trovato. Un dato che include sia i lavoratori italiani che quelli stranieri: quello che è sicuro è che la destinazione è l’Italia, e che i lavoratori in questione viaggiano principalmente da soli.

Va sottolineato che il trend dello smart working cambia anche il tipo di affitto cercato sulla piattaforma: nell’ultimo trimestre 2021, è arrivata al 22% la quota di notti prenotate che facevano parte di soggiorni di almeno un mese. Prima della pandemia, nell’ultimo trimestre 2019 (è una pratica comune delle aziende del travel fare confronti con l’ultimo anno di attività ‘normale’, cioè il 2019) quella quota era del 6%.

Casualmente, quel 22% è simile a un’altra percentuale che racconta molto su quanto l’azienda stia facendo bene. A livello globale, nel secondo trimestre del 2022 Airbnb ha superato i 103 milioni di notti prenotate sulla piattaforma, il miglior trimestre di sempre con un più 24% rispetto allo stesso trimestre del 2019.

L’azienda degli affitti brevi non diffonde i ricavi dei singoli Paesi dove è attiva, ma l’effetto del boom del lavoro da remoto, dice Trovato, ora si somma all’attività dovuta al turismo. “L’Italia ha una ciclicità definita delle prenotazioni, perché abbiamo delle vacanze scolastiche molto concentrate rispetto ad altri Paesi”. Con la ripartenza del turismo nel 2021, le case degli host di Airbnb sono “tornate ad essere stra-occupate nel periodo estivo, ma nel periodo fuori stagione la loro occupazione è molto più bassa”. Ed è in bassa stagione che si spalma l’effetto (benefico, per le casse di Aribnb) del lavoro da remoto.

L’opportunità da sfruttare

Trovato dice che quella dei lavoratori nomadi “è un’opportunità che condividiamo con gli host, ma abbiamo avviato ragionamento con istituzioni” per poterla rendere ancora più fruttuosa, rendendo più appetibile l’Italia per i lavoratori stranieri.

“L’Italia era un Paese che non aveva un visto per i lavoratori da remoto, per i nomadi digitali. Anche noi abbiamo discusso con la politica e finalmente qualche mese fa l’Italia si è dotata di una legge per un visto dedicato”. Una legge per la quale non sono ancora stati implementati i decreti attuativi, “e stiamo ancora dialogando su come ottimizzare questi decreti. Ad esempio, il livello di soglia di reddito sopra al quale vogliamo accettare lavoratori da remoto: chiaramente si vuole avere gente qualificata, quindi tutti gli altri Paesi hanno messo un requisito di reddito. Ecco, ci dobbiamo assicurare che questo livello non sia eccessivo, che sia ragionevole”, dice Trovato.

Altro dettaglio su cui lavorare è su come ottenere un visto: “Se è digitale è semplice, se è necessario andare in Questura diventa più difficile. Se come Paese vogliamo catturare l’opportunità che nasce da questo nuovo trend dobbiamo fare sistema e creare parnership pubblico-privato per rendere le destinazioni super attrattive. La speranza era che i decreti venissero attuati prima della fine del governo. Vediamo”, dice Trovato.

Airbnb e il tema dell’housing sociale

Negli ultimi mesi, anche a causa dell’aumento del costo della vita dovuto all’inflazione, si è riacceso il dibattito sull’housing nelle grandi città come Milano, e sulla (in)sostenibilità degli affitti. E molti si sono chiesti se sul problema pesi il business degli affitti brevi, che toglie case al mercato degli affitti a lungo termine, irrigidendo il mercato e portando a prezzi più alti. “Noi siamo molto attivi nel dialogo su come gli affitti brevi si inseriscono nelle politiche residenziali delle grandi città. Abbiamo lavorato con il Comune di Milano per promuovere la conoscenza tra i nostri host degli affitti a canone concordato e delle agevolazioni che il Comune di Milano ha preparato. Gli host devono fare quello che è meglio per loro, e la possibilità di affittare a lungo termine c’è anche su Airbnb, ma vogliamo essere un attore che promuove la conoscenza. La scelta di operare su Airbnb non deve venire dall’ ignoranza sulle alternative a disposizione”.

Ma, dice Trovato, Airbnb riporta anche le voci degli host che spiegano la loro scelta di preferire gli affitti brevi: alcuni dicono “che il motivo per cui non affittano con contratti classici sono le scottature del passato, come le morosità di qualche inquilino”. Inoltre, “nel nostro Paese mancano anche forme contrattuali per affitti a medio termine adatte ai lavoratori da remoto, che per quasi il 70% scelgono affitti che vanno da 3 a 6 mesi”.

“Quello che vogliamo far capire è che per chi ha una casa da affittare ci sono tante possibilità, ma non solo ‘buchi’ normativi. Ci sono anche scelte legittime del proprietario: stiamo lavorando su dei dati da cui emergono come alcuni host fanno uso ‘misto’ dell’abitazione, ci vivono e poi le affittano nel weekend, oppure le affittano solo in alcuni periodi dell’anno”.

Trovato difende poi Airbnb anche sul peso degli affitti brevi sul mercato complessivo, che secondo l’Ad è minore di quanto si pensi. “Un esempio è Roma, in cui si parla spesso di ‘troppi Airbnb’. Se dal milione e cento di abitazioni occupate nel Comune di Roma e tolgo gli annunci su Airbnb riferiti a b&b e ospitalità professionale, e se tolgo le stanze private occupate dal proprietario, quello che rimane è l’1,5% degli immobili di Roma. Una quota ridotta, ma siamo assolutamente a disposizione con le istituzioni per sapere se ci sono quartieri dove questa densità di Airbnb è superiore. Ma sappiamo che gli host non sono speculatori: hanno una casa da affittare e ne fanno un uso dovuto a scelte personali legittime.Il 50% degli host affitta perché per lui è essenziale coprire così il costo crescente della vita. Gli italiani che si sono affacciati all’hosting nel secondo trimestre 2022 sono cresciuti del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente anche in virtù dell’inflazione”.

Al momento, in Italia, Airbnb ha 400mila annunci, anche se alcuni sono relativi all’ospitalità e alle case private, e la quota di affitti più lunghi sta crescendo. Vanno in queta direzione le iniziative sugli hub per nomadi digitali in Friuli-Venezia Giulia e provincia di Brindisi: “Stiamo discutendo iniziative chiave per renderle più attrattive, come spazi di coworking. I nomadi digitali sono attenti al costo della vita e noi possiamo collaborare con host per decidere le politiche di pricing. Crediamo che sarà una quota crescente del business e così lavoriamo per renderlo un canale importante”.

Il ritorno dei turisti

Non solo nomadi digitali: il ritorno del turismo internazionale ha fatto decollare i conti Airbnb (nel secondo trimestre +58% per i ricavi rispetto al secondo trimestre 2021, a 2,1 miliardi di dollari), che intanto si è costruita gli strumenti per sfruttare il rimbalzo.

Da ormai un anno Salvo Giammarresi, l’italiano a capo della ‘localization’ gobale di Airbnb, ha lanciato il nuovo sistema di traduzione automatica dei contenuti per favorire l’affitto in altri Paesi. Secondo Trovato, il discorso si sta rivelando particolarmente importante per l’Italia. Quasi l’80% dei visitatori nel periodo pre-pandemico venivano dall’estero, e adesso “stiamo tornando ad avere un Paese che è sempre più popolare per gli stranieri che hanno sofferto la mancanza dell’Italia: le prenotazioni per viaggi all’estero nel 2022 stanno crescendo anche rispetto al 2019 e quest’estate ben tre destinazioni italiane sono rientrate tra le 10 più di tendenza a livello globale, Villasimius, San Vito Lo Capo e San Teodoro. In questo contesto, avere un motore di traduzione automatico e affidabile genera grande entusiasmo tra gli host”, dice l’Ad.

Intanto, Airbnb punta sulle caratteristiche del turismo italiano anche con iniziative specifiche come quella sulle dimore storiche: un contributo da un milione di euro che consentirà ai proprietari di dimore storiche di accedere a finanziamenti per interventi di recupero di immobili storici già convertiti o da convertire all’ospitalità. “Le dimore storiche sono una grandissima opportunità, perché l’Italia ha una storia incredibile rispetto ad altri Paesi. Le prenotazioni di dimore storiche in Europa sono raddoppiate nel primo semestre 2022 rispetto al 2019, e il nostro Paese, con oltre 9.000 annunci nella categoria dedicata si colloca al secondo posto nell’ampiezza dell’offerta sulla piattaforma. In Italia ne abbiamo 37700 e il 54% sono in Comuni con meno di 20mila abitanti, e il 26% in Comuni con meno di 5.000 abitanti: è anche un modo per promuovere flussi al di fuori delle classiche destinazioni”, dice Trovato.

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