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Giovani e donne con un piccolo negozio: ecco chi ci rimette con la crisi dell’energia

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Il peso delle bollette sulle imprese italiane è la punta narrativa di un iceberg composto da crisi energetica, inflazione, incertezza economica. Tante variabili, tutte riassunte e messe nero su bianco da una voce di costo stampata su una bolletta. Ma quanto, davvero, è aumentata quella voce di costo (insieme a quella per i carburanti, che pure pesa molto)? Che effetti avrà sulle imprese più fragili? Secondo alcune elaborazioni dell’Ufficio studi di Confcommercio su richiesta di Ente nazionale microcredito,  nei prossimi 10 mesi sono a rischio chiusura 120mila imprese. E andando a incrociare i dati, si scopre che ad essere penalizzati sono i più giovani, soprattutto se donne.

Il crollo della redditività

La crescita dell’inflazione dovuta al caro energia, si legge nelle elaborazioni firmate da Mariano Bella (direttore Ufficio studi Confcommercio-Imprese per l’Italia) e Pasquale Mirante (junior economist dell’Ufficio), “è stata in parte trattenuta dai margini delle imprese, non essendo stata scaricata interamente sui prezzi dei prodotti. Questo ha determinato un crollo della redditività delle imprese negli ultimi trimestri”.

Un crollo che per alcuni potrà essere fatale: “Per il 10% delle imprese del terziario meno efficienti (l’analisi considera in questo caso un numero di lavoratori inferiore a 10, ndr) il margine potrebbe diventare negativo: nei prossimi dieci mesi sono a rischio chiusura 120mila imprese”.

 

Secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi di Confcommercio, sul totale di più di 2,5 milioni di imprese considerate, 120mila sono a rischio chiusura. Elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio su dati Istat.

 

Andando a vedere il tipo di attività più colpita, si vede come a pagare di più la crisi sia il commercio al dettaglio. “L’impatto dei crescenti costi energetici sulla redditività delle imprese dipende dall’incidenza che tali costi hanno nel conto economico”, scrivono Bella e Mirante. “Da ciò deriva che, nel commercio al dettaglio in sede fissa, le imprese più a rischio sono i piccoli negozi, in quanto registrano un’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione piuttosto elevata, pari all’8,5%, contro il 2,4% della grande distribuzione”.

Ma chi guida queste imprese più fragili?

Un allarme per i più giovani (e per le donne)

Le imprese giovanili divise per settore. Elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio su dati Movimprese.

Gli ultimi dati disponibili sul numero delle imprese giovanili (cioè con imprenditori under 35, ndr) fa riferimento al 2020: è pari a 541mila unità. Tra l’altro, un -22,4% rispetto al 2011.

Nella stragrande maggioranza questo substrato di aziende “è composto da micro-imprese che occupano meno di dieci addetti (97,1%)”, dicono gli autori dell’elaborazione. “Il settore nel quale emerge una maggiore presenza di imprese giovanili è quello dell’alloggio e ristorazione, con un’incidenza sul totale imprese pari al 12,7%”.

Abbiamo giù visto come ci siano cattive notizie per i giovani quando si va a guardare la dimensione delle aziende più colpite dalla crisi. Ma anche le imprese su cui hanno scelto di puntare (come l’alberghiero) non se la passano bene. Basta guardare su quali settori il caro energetico stia pesando di più.

Secondo i dati (che non tengono in considerazione eventuali aiuti statali) avere un albergo nel 2022 significa pagare quasi il triplo per l’energia, compresi i carburanti per l’autotrasporto: da 60mila euro spesi nel 2021, si è passati a 166mila. Ma non se la passano bene neanche i ristoranti (+170%), i bar (+136%), i negozi di alimentari (157%), e quelli non alimentari (+113%).

Va tenuto poi in considerazione l’impatto sulle imprese guidate da donne: secondo dati Unioncamere-Osservatorio imprenditorialità femminile elaborati sempre dall’Ufficio studi Confcommercio, i settori a maggiore partecipazione femminile sono proprio l’alloggio-ristorazione (29,3%) e il commercio (23,6%), oltre a attività di noleggio e agenzie di viaggio (26,5%).

 

Spesa per energia, gas e carburanti per autotrasporto. Non sono considerati gli aiuti statali che potrebbero coprire tra il 30% e il 40% di maggiori oneri per le imprese nel 2022. Elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio.

 

Il peso delle condizioni macroeconomiche sta impattando pesantemente sull’ingresso nel mercato dei giovani imprenditori, dice Giancarlo Proietto, coordinatore operativo di Yes I Start Up (YISU), un progetto di formazione e avvio all’impresa attuato dall’Ente nazionale per il microcredito (Enm), in accordo con Anpal.

“Circa 100 giovani NEET (non studiano, non lavorano e non si formano) al mese hanno aderito e partecipato a corsi di accompagnamento alla creazione d’impresa”, racconta Proietto. “Tuttavia, molti di questi giovani, una volta definito il proprio piano d’impresa/business plan hanno messo in stand by la possibilità di avviare la propria impresa anche attraverso il ricorso alla finanza pubblica agevolata (SelfiEmployment) in quanto le condizioni macroeconomiche ed in particolare l’impatto dell’instabilità mondiale sui costi delle materie prime, tra le quali l’energia, impattano, anche in prospettiva, in maniera negativa sulle previsione dei costi ed anche dei fatturati potenziali”.

Secondo Proietto soltanto una piccola percentuale dei giovani che stanno partecipando ai corsi poi presenta domanda di finanziamento. E soltanto chi è ammesso a finanziamento avvia la propria impresa. Insomma, il paradosso dei giovani imprenditori italiani è che si formano, ma poi non sanno dove applicare quella conoscenza.

“Una buona parte di questi giovani è alla finestra in attesa che si chiariscano gli scenari macroeconomici. Stanno aspettando dati più certi sui quali basare un business plan attendibile che possa dare agli stessi la possibilità di avviare la propria idea d’impresa con opportunità di successo”. Secondo Proietto “il Governo dovrebbe rilanciare il modello YISU come dispositivo di politica attiva del lavoro da mettere a disposizione in maniera strutturale di chi vuole entrare nel mercato del lavoro come piccolo imprenditore o come lavoratore autonomo”.

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