Adriano De Maio: anche col digitale il ruolo della Rai è insostituibile

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È tarda sera quando incontriamo nel suo ufficio Adriano De Maio. Spiccano i poster di Totò, la collezione dei suoi film, scopriamo anche di Arbore, Troisi e Benigni. Non può che essere il luogo di lavoro di una persona che ha dedicato tutta la vita alla sua più grande passione: la televisione. Oggi è dirigente della tv di Stato, la Rai.

Le foto dei suoi genitori verso cui nutre immensa riconoscenza, ci riportano subito alla sua storia. Ci racconta senza riserve e con un po’ di emozione che nel 1969 lo hanno  adottato presso la Real Casa dell’Annunziata di Napoli. E’ stato l’incontro che da subito ha dato una svolta al suo futuro anche nel progetto del suo avvenire maturato giovanissimo, quando giocava nel piazzale antistante all’emittente privata ‘Tv Oggi’ a Salerno, dove ha iniziato le prime esperienze. Altro incontro determinante quello con Luciano De Crescenzo che nel 1985 che lo convince ad iniziare un su e giù con Roma: “Caro Adriano se vuoi lavorare alla Rai la parola d’ordine è frequentare!”. De Maio obbligava il papà ad accompagnarlo davanti ai cancelli di via Teulada (sede storica della Rai, ndr) dove aspettava i personaggi della tv per consegnare i suoi vhs. Da quel periodo di strada ne ha fatta, presentatore, autore, regista in più di 30 anni di esperienza.

La tv del futuro è ibrida

Chi ha detto che la tv del futuro è solo quella online? Da anni ormai si parla della televisione come di un mezzo al centro di numerosi cambiamenti. La geografia di queste trasformazioni rimane sotto la lente di ingrandimento di studiosi ed esperti del settore, trovando di volta in volta linee di divergenza e convergenza, a seconda dei casi.

Finita da tempo l’era del telecomando nelle mani del pater familias, della fruizione verticale a orari stabiliti, momento di aggregazione familiare su divani colmi, la visione della tv è cambiata: oggi è personalizzata, frammentata, in alcuni casi individuale, in altri collettiva ma digitale, quando si usufruisce dei social network per condividere commenti e opinioni in modalità virtuale.

Ieri come oggi, la televisione ricopre però un ruolo insostituibile. Se nel frattempo si sono affacciati e hanno preso piede moltissimi nuovi attori nel panorama dei contenuti, questi sembrano non aver comunque tolto importanza al mezzo tradizionale, influenzando anzi positivamente gli sviluppi tecnologici della televisione. La tv è sempre più digitale e on demand, ma non per questo il medium classico perde di importanza.

Ad oggi il giro d’affari del settore radiotelevisivo italiano si aggira intorno agli € 8,1 miliardi, con un’incidenza sul PIL pari allo 0,5%, secondo l’Area Studi di Mediobanca su dati AgCom.

Prima dirigente responsabile, poi capostruttura dei Programmi innovativi su Raiuno e vicedirettore di Raidue. Oggi vicedirettore dell’Intrattenimento Day Time nella nuova Rai organizzata per generi, abbiamo chiesto ad Adriano De Maio a che punto siamo del processo di trasformazione.

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Da programmi come ‘Non è mai troppo tardi’ di Alberto Manzi, il maestro che negli anni sessanta insegnò dagli schermi Rai a leggere e scrivere a milioni di italiani adulti analfabeti, ne è passato di tempo. Non si può dire che oggi la Rai – e la tv in generale – sia ‘educatrice’ nel senso stretto del termine. Allora le chiedo: qual è il ruolo della Rai oggi?

Il ruolo della Rai è cambiato nel corso del tempo perché è un’azienda che riflette i mutamenti della società. Oggi la missione non è più quella di alfabetizzare gli italiani per ovvi motivi, ma informare e sensibilizzare gli spettatori su temi sentiti e discussi dall’opinione pubblica. Non parliamo più di alfabetizzazione in senso stretto, ma di comunicazione e condivisione di valori, potremmo definirla un’alfabetizzazione sociale. Penso al tema della violenza sulle donne, battaglia per la quale la Rai si è sempre impegnata con vigore, o ancora al bullismo o alla complessa questione della parità di genere. Oggi la Rai ha molteplici funzioni: quella di informare in primis, ma anche di intrattenere, perché, chi l’ha detto che l’intrattenimento non è servizio pubblico? Regalare ore di leggerezza e divertimento a chi ci segue rientra perfettamente negli obiettivi di questa grande azienda. Io sono cresciuto leggendo ‘I Quindici’, una collana di libri per ragazzi di alto valore educativo e uno di questi era ‘Scherzando si impara’, attraverso il quale ho capito l’importanza di coniugare contenuti più profondi alla leggerezza. E come dice il Maestro Renzo Arbore: “mischiare sempre l’alto con il basso”.

Mischiare l’alto con il basso è diventato uno stile di comunicazione ormai consolidato. Lei nel 1988 ha iniziato a collaborare per Raidue alla realizzazione di trasmissioni di infotainment. Qual è, secondo lei, lo stato di salute di questa categoria ibrida tra informazione e intrattenimento?

Informazione e intrattenimento sono legati a doppio filo nella tv generalista. Entrambi godono autonomamente di ottima salute ma abbiamo sperimentato, anche in molti dei miei programmi, come la fusione dei due generi sia vincente. Ad esempio, nel palinsesto del day time il prodotto che accompagna verso il TG1 delle 20.00, il telegiornale di punta del servizio pubblico, è sempre un game show: ‘L’Eredità’ o ‘Reazione a Catena’. Ed entrambi lasciano un traino di pubblico importante. Come se fosse un’onda che al suo interno mescola la voglia di leggerezza e la necessità di essere informati. L’intrattenimento accompagna verso le notizie che a loro volta lasciano il posto ad un altro intrattenimento (varietà o fiction). Come l’economia anche la tv è circolare.

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Lei ha la delega proprio a programmi che fanno anche infotainment. Tra i tanti ‘Vita in Diretta’ che, secondo i dati Auditel è tra i più seguiti ancora oggi. Una media di oltre 2 milioni di ascoltatori. Qual è il segreto?

‘La Vita in diretta’ ha cambiato pelle tante volte nel corso di questi 30 anni, eh già… è un prodotto storico della Rai. Oggi incarna il modello perfetto di infotainment grazie all’impronta nuova che gli è stata data dal conduttore e capo redattore Alberto Matano. Supportato da una squadra di persone competenti e motivate, Matano è riuscito a “formattizzare” un genere televisivo con codici e meccanismi comunicativi precisi e identitari. Le storie raccontate in tempo reale attraverso gli inviati sul posto, il linguaggio essenziale, lo studio che proietta immediatamente i telespettatori nel racconto. Infine il “tavolo” che chiude il programma, con uno sguardo su fatti di costume e società.

Il suo ruolo preciso è di vicedirettore dell’intrattenimento Daytime 4, secondo la nuova organizzazione….

Sono più di 4 programmi (ride, ndr) e tutti di successo: ‘La Vita in diretta’, ‘L’Eredità’, ‘Reazione a catena’, ‘I fatti vostri’, ‘Domenica In’, ‘Da noi a ruota libera’, ‘Vorrei dirti che’. Ma non è merito mio. La direttrice dell’intrattenimento daytime Simona Sala è custode della linea editoriale. I talent e i gruppi di lavoro si impegnano in ogni programma instancabilmente. Io sono semplicemente il ‘problem solver’, che cerca di agevolare il lavoro di tutti, grazie all’esperienza maturata in tanti settori dell’azienda, dopo più di 30 anni di attività.

In passato c’erano molti più varietà e programmi di intrattenimento. Si facevano tante prove e c’erano molto studio e preparazione. C’erano anche più soldi? Quanto è cambiata l’economia della tv?

I tempi sono cambiati, ma noi continuiamo a lavorare su grandi show e programmi di qualità, con qualche difficoltà in più rispetto al passato. Quando è nata la Rai aveva solo i tre canali generalisti, nel tempo l’offerta si è ampliata con i canali tematici e le piattaforme digital. Sicuramente questo ha prodotto una contrazione del budget a disposizione per i singoli canali, ma con le nuove tecnologie sono cambiati anche i modelli produttivi. Quello che prima richiedeva mesi di prove e di costruzione di uno spettacolo oggi si può realizzare in tempi più brevi. Faccio un esempio. ‘I Fatti Vostri’ di Michele Guardì e Giovanna Flora su RaiDue, è un programma di intrattenimento che registra ancora oggi, dopo 30 anni di messa in onda, risultati ottimi in termini di pubblico e share. Nonostante abbia subìto nel tempo riduzioni di budget, il modello su cui è costruito il programma ancora oggi è quello dei grandi show del passato: prove in studio, scrittura dettagliata delle rubriche, scelta meticolosa dei contenuti. Insomma, nulla è lasciato al caso, sempre in nome del grande rispetto per il nostro pubblico.

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Sanremo, Anno 1954. Festival della Canzone Italiana. Nella foto: Una visione della sala e del palcoscenico del festival che viene trasmesso per la prima volta dalla neonata televisione italiana

Complice l’arrivo nel mercato degli Ott, con l’esplosione di Netflix, Disney+, AppleTV+, Chili Tv, Dazn, Discovery, NowTV, i giovani si stanno allontanando sempre di più dalla televisione tradizionale.

Credo che ci sia una fetta della Generazione Z interessata ai nostri programmi. Sono un esempio ‘Sanremo’, L’‘Eurovision Song Contest’ e tanti altri prodotti che generano un engagement sui social diventando spesso trend topic su Twitter. Anche la Rai è online con l’app di Raiplay. Forse i ragazzi si avvicinano alla tv in maniera più disordinata, con tempi e modalità diverse. Ripescano i contenuti sulle piattaforme digital e creano un proprio palinsesto. È il Narrowcasting, bellezza, una modalità di fruizione personalizzata. Questo non può che essere un’opportunità per noi, perché ci permette di capire anche quali sono i contenuti che più interessano al pubblico giovane e adattarli ai loro gusti. La frase “lo hanno detto in tv” è ancora utilizzata come indice di veridicità, di attendibilità della fonte. Oggi chiunque può dire la propria su internet, spesso dando anche informazioni errate. La televisione (ri)assume così un ruolo essenziale. Il mio impegno, e quello dei miei colleghi, è di non disattendere questo dovere, affinché venga affermato “lo ha detto la Rai”. Credo che potremmo avere in futuro uno zoccolo duro di pubblico anche tra le generazioni più giovani. Sul discorso degli  OTT cito una frase del Presidente della BBC che durante un cda del 1995 affermò: “Noi siamo la BBC, siamo la ‘zietta’, un soprannome che ho sempre avuto a cuore, perché la zietta sa sempre cosa fare”. Noi siamo la Rai, Mamma Rai. E di mamma ce n’è una sola.

Lunga vita alla tv tradizionale, insomma.

Guardi, le faccio l’esempio del prodotto più tradizionale che c’è nel nostro palinsesto: ‘Domenica In’,condotto da Mara Venier. Un programma che entra nelle case delle famiglie italiane e puntualmente catalizza l’attenzione del pubblico, grazie alla conduttrice che con la sua grande empatia riesce a realizzare interviste sempre di altissimo livello e gli ascolti lo dimostrano ogni domenica. Mi basta questo per affermare che la tv tradizionale è più viva che mai.

Non crede che inserire giovani volti possa rinvigorire il palinsesto e avvicinare anche la Generazione Z ai programmi televisivi?

Una volta i grandi nomi avevano sempre accanto giovani volti che costruivano nel tempo e con la gavetta le loro carriere. Oggi c’è più resistenza ad aspettare che i tempi siano maturi per diventare un big. I percorsi dello spettacolo sono attraversati in maniera velocissima, con i talent, con il successo improvviso che spesso non dà gli strumenti per affrontare questo mondo. Io credo molto nella presenza dei giovani nei nostri programmi, ma prima di arrivare ai grandi show bisogna anche preparare le giovani leve perché la televisione non si improvvisa, bisogna studiare e come tutti i mestieri ci sono numerose tappe intermedie che portano al successo.

Oggi c’è una contaminazione onnipresente tra tv e social network. Se in un primo momento si pensava che i social potessero ‘cannibalizzare’ la televisione, si è scoperto con estremo entusiasmo dei manager della tv, che invece potevano aiutare la fruizione, intesa con accezione di ‘antico’, e ritrovare nuova linfa. È l’esempio di Twitter che ha permesso agli utenti di commentare in diretta programmi come Sanremo, rimettendo al centro la persona – e gli ascolti. Cosa ne pensa?

Tv e social sono due piattaforme molto diverse, la tv è un mezzo passivo rispetto alla fruizione dei contenuti, i social necessitano invece di un contributo attivo da parte degli utenti. Nei grandi eventi televisivi i dati ci hanno confermato che tra i due media esiste un’interazione molto forte, ma io credo che tv e social viaggino su due binari paralleli che non si incontreranno mai fino in fondo. Spesso influencer con milioni di follower ospiti in trasmissioni televisive, non aggiungono nuovo pubblico a quello già fidelizzato sulle reti generaliste.

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La pandemia ha cambiato il rapporto con la televisione? E se sì, potremmo dire che c’è stata un’‘onda lunga’ di questo cambiamento o tutto è tornato come prima?

L’unico vero grande cambiamento è stato nell’utilizzo di modelli produttivi nuovi che hanno consentito di ottenere anche un sensibile risparmio sui budget dei programmi. Sarebbe stato impensabile fino a prima dei lockdown fare un collegamento televisivo via telefono o via web. Sarebbe stato inverosimile condurre un programma televisivo da casa, come è successo con Carlo Conti che in quarantena ha condotto ‘Tale e Quale Show’. Una traccia di tutto questo è ancora presente nella tv post- pandemia, ma tornare ad avere il pubblico negli studi televisivi e gli ospiti dal vivo è impagabile per chi fa un lavoro come il nostro.

Oggi assistiamo ad una ‘Tv della Parola’. Nei palinsesti c’è una presenza massiccia di interviste. Non si rischia di essere ripetitivi?

Sì. Siamo ripetitivi, ma i meccanismi di alcuni programmi ci permettono di scoprire nuovi aspetti dei personaggi intervistati. In ‘Da noi a ruota libera’, il meccanismo della ruota che gira consente all’ospite di svelare aspetti della propria vita mai raccontati o ancora di farsi portavoce di un cambiamento inaspettato. Altro esempio su Raidue sempre la domenica è  ‘Vorrei dirti che’. Anche qui ci sono interviste a personaggi, stavolta non famosi, che raccontano la propria storia attraverso la memoria dei sapori di famiglia con un happy end nel quale c’è il ricongiungimento con un affetto.

In sintesi, secondo lei com’è destinata ad essere la struttura della tv generalista?

I programmi del daytime sono i pilastri della tv generalista mentre il tetto è rappresentato dagli show di prime time che ci accompagnano verso la chiusura della giornata. Le fondamenta però saranno sempre rappresentate da una buona tv dei ragazzi, perché se le famiglie ci affidano ciò che hanno di più prezioso, cioè la crescita dei propri figli, la nostra responsabilità sarà quella di accompagnare questo percorso dall’età prescolare fino alla maturità con contenuti di qualità, per avere adulti consapevoli che continueranno sempre a guardare Mamma Rai.

Nella foto di copertina Adriano De Maio, vicedirettore al Day Time della Rai

(Foto di Assunta Servello) 

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