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Matteo Messina Denaro, dopo la cattura è caccia al tesoro miliardario del capo dei capi della mafia

Mafia boss Matteo Messina Denaro arrestato

Matteo Messina Denaro, l’ultima “primula rossa” di Cosa Nostra, è in cella. Il boss mafioso latitante da 30 anni è finito nella rete dei carabinieri che da mesi ricostruivano il suo impero miliardario, lo smontavano pezzo per pezzo e lo sequestravano. Smantellata la sua catena di protezione e di finanziamento, è stato più facile catturarlo. Il mito di un padrino che gestiva un potere infinito ma viveva come un fantasma si è così dissolto in una clinica privata di Palermo, dove il padrino di mafia faceva dei controlli periodici di salute sotto falso nome. È qui che i carabinieri l’hanno ammanettato.

 

Attento a gestire la sua latitanza, e a proteggerla con una schiera di fiancheggiatori, Matteo Messina Denaro era uno dei boss più ricercati del mondo. Sui media che l’hanno raccontato, spesso anche in maniera romanzata, resta non  solo l’immagine del mafioso sanguinario ma anche il playboy con i Ray Ban, le camicie griffate e un elegante casual. Sciupafemmine, patito delle Porsche e dei Rolex d’oro, maniaco dei videogiochi, appassionato consumatore di fumetti.

Diabolik di Castelvetrano

Di uno soprattutto: Diabolik, da cui ha preso in prestito il soprannome insieme a quello con il quale lo chiamavano i suoi fedelissimi. Un altro ancora glielo hanno affibbiato i suoi biografi “‘U siccu'”: testa dell’acqua, cioè fonte inesauribile di un fiume sotterraneo. Anche nei soprannomi Matteo Messina Denaro impersonava il doppio volto di un capo capace di coniugare la dimensione tradizionale e familiare della mafia con la sua versione più moderna. Il padrino di Castelvetrano si è sempre mosso tra ferocia criminale e pragmatismo politico. 

Matteo Messina Denaro. Il boss mafioso arrestato dai Carabinieri del Ros dopo 30 anni di latitanza

Su di lui era stata posta una taglia da un milione e mezzo, ma per fargli attorno terra bruciata gli investigatori hanno stretto in una tenaglia micidiale la rete dei fiancheggiatori. Neanche i suoi familiari sono stati risparmiati: la sorella Patrizia, arrestata e accusata di avere gestito un giro di estorsioni, il fratello Salvatore, i cognati, un nipote. E tanta gente fidata, costituita da prestanome spesso insospettabili, che hanno subito ripetuti sequestri patrimoniali.

L’ultimo boss stragista ancora latitante

Il “fantasma” di Messina Denaro era inseguito da una montagna di mandati di cattura e di condanne all’ergastolo per associazione mafiosa, omicidi, attentati, detenzione e trasporto di esplosivo. Nei più gravi fatti criminali degli ultimi trent’anni, a cominciare dalle stragi del ’92 in cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è stata riconosciuta la sua mano. Lui stesso, del resto, si vantava di avere “ucciso tante persone da riempire un cimitero”.

Ma se la fama di uomo spietato gli viene riconosciuta qualche dubbio si è insinuato sulla sua reale capacità di ricostruire, dopo gli arresti di Totò Riina e di Bernardo Provenzano, la struttura unitaria di Cosa nostra intaccata dagli arresti e da un processo di frammentazione. Un boss che ha traghettato Cosa Nostra nel secondo millennio, senza però riuscire ad evitare di fare la stessa fine dei vecchi padrini. 

L’impero economico di Matteo Messina Denaro

Ma a quanto ammonta l’impero economico del capo dei capi della Mafia? Difficile fare un calcolo. Secondo fonti della magistratura antimafia d’Italia, negli ultimi 21 anni il valore dei beni sequestrati a suo nome ammonterebbe a quasi 4 miliardi di euro. Sono beni mobili, beni immobili e rapporti patrimoniali che la Procura nazionale antimafia ha sottratto alla disponibilità di parenti, amici e affiliati del capo mafia, di cui erano prestanomi.

È evidente che dopo la cattura, per gli inquirenti comincia il lavoro più delicato di ricostruzione del tesoro del boss. Si tratta di capire in quali campi, in quali settori imprenditoriali e con quali prestanomi, Matteo Messina Denaro ha investito risorse ingenti rastrellate con il crimine.  Comincia ora la parte più delicata del lavoro degli inquirenti.

Il Procuratore di Palermo Maurizio De Lucia che ha coordinato con il procuratore aggiunto Paolo Guido l’operazione che ha portato all’arresto del capo mafia ha spiegato “Messina Denaro è un uomo con evidenti coperture sulle quali sono in corso in questo momento delle indagini, in queste ore stiamo acquisendo documenti, individuando soggetti e cercando di determinare la rete che lo ha coperto fino a questo momento”. 

Soldi. Una montagna di soldi: quantificare il tesoro di Matteo Messina Denaro è una operazione complicata anche per gli inquirenti. Una stima, per difetto, dei guadagni di una vita di traffici di droga, estorsioni, riciclaggio nei settori più disparati poi reinvestiti nell’economia legale si può azzardare. E lo facciamo, come detto, sulla base di quello che lo Stato, negli anni, è riuscito a sottrarre al padrino di Castelvetrano e ai suoi prestanome con arresti, sequestri e confische. Si parla di quasi 4 miliardi di euro.

Una parte di questa fortuna economica criminale è stata investita nelle rinnovabili, in particolare l’eolico, settore “curato” per il boss dall’imprenditore trapanese Vito Nicastri, l’ex elettricista di Alcamo e pioniere della green economica in sala siciliana, che per anni avrebbe tenuto le chiavi della cassaforte del capomafia.

Poi ci sono i settori dell’edilizia e quello della grande distribuzione, attraverso la “6 Gdo” di Giuseppe Grigoli, il salumiere diventato in poco tempo il re dei Despar nell’isola al quale furono sequestrati beni – di proprietà del boss secondo i magistrati – per 700 milioni. E c’è il comparto del turismo: ci sarebbero stati i soldi del capomafia, secondo i pm dell’antimafia di Palermo, nell’ex Valtur, un colosso del valore di miliardi di proprietà di Carmelo Patti, l’ex muratore di Castelvetrano divenuto capitano d’azienda. Processi in itinere che però entrano nelle inchieste che puntano a svelare il tesoro di Messina Denaro.

Braccio destro di Patti, raccontano le inchieste, era il commercialista Michele Alagna, padre di una delle amanti di Messina Denaro, Francesca, che al boss ha dato una figlia mai riconosciuta. Nel 2018 il tribunale di Trapani gli sequestrò beni per 1,5 miliardi, una delle misure patrimoniali più ingenti mai eseguite, scrisse la Dia di Palermo in una nota per la stampa. I sigilli vennero messi a resort, beni della vecchia Valtur, una barca di 21 metri, un campo da golf, terreni, 232 proprietà immobiliari e 25 società.

Sempre per restare nel turismo l’ombra di Matteo, raccontano le inchieste, si allungherebbe anche dietro al patrimonio di Giovanni Savalle, per anni un signor nessuno con piccoli precedenti per reati fallimentari, ragioniere iscritto all’albo dei commercialisti divenuto proprietario del resort Kempisnky di Mazara del Vallo.

La Finanza gli sequestrò 60 milioni. A parlare dei rapporti tra Savalle e il capomafia di Castelvetrano fu il medico affiliato alla ‘ndrangheta Marcello Fondacaro, che ha raccontato di un progetto imprenditoriale del boss trapanese: un villaggio a Isola Capo Rizzuto che prevedeva la partecipazione al 33% di Cosa nostra e ‘Ndrangheta. I tentacoli di Messina Denaro sarebbero arrivati anche in Venezuela, regno dei clan Cuntrera e Caruana che da Siculiana, paese dell’agrigentino, colonizzarono Canada e Sudamerica diventando monopolisti del narcotraffico.

Un pentito “minore”, Franco Safina, raccontò che Messina Denaro aveva un tesoro in Venezuela creato investendo 5 milioni di dollari in un’azienda di pollame. Per gli inquirenti un evidente escamotage per riciclare i proventi del traffico di stupefacenti. E di Venezuela parlò anche il collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli, il killer di don Pino Puglisi. Ferito in un attentato, si era nascosto ad Alcamo, nel trapanese. Il Paese chavista oggi sotto il giogo del  presidente Nicholas Maduro è un paradiso per certi investimenti. Nessun chiede da dove provengo i soldi, l’importante è investirli in attività magari assieme a maggiorenti del regime.

“Se vuoi, per un certo periodo te ne vai in Venezuela e stai tranquillo”, gli avrebbe detto il padrino che, sospettano gli inquirenti, in Sudamerica come pure in Tunisia, sarebbe andato anche da latitante. Ma se, come sono certi i magistrati, solo una parte del tesoro del padrino è stata trovata e confiscata, a quanto ammonta il suo patrimonio? Le ricchezze illecite ancora da scoprire sarebbero enormi. A partire dai soldi che gli sarebbero stati affidati da Totò Riina. “Se recupero pure un terzo di quello che ho sono sempre ricco”, diceva il capomafia corleonese, intercettato, parlando durante l’ora d’aria con un altro detenuto. “Una persona responsabile ce l’ho e sarebbe Messina Denaro.

 

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