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Italia, il Paese in cui (quasi) nessuno vuole restare a lavorare

“Tutti la vogliono, nessuno la piglia”. Non è la protagonista del celebre detto secondo cui la sorella di Papa Sisto V, Camilla Peretti, fu corteggiata da molti uomini della Roma Bene senza che con nessuno scoccasse mai la scintilla. È l’Italia, che secondo uno studio del Boston Consulting Group con The Network e The Stepstone Group, è al 12esimo posto in tutto il mondo per attrattività lavorativa: una posizione più in basso rispetto a quella registrata l’ultima volta nel 2022.

Un dato che fa riflettere, se a ciò si aggiunge il fatto che il nostro Paese lamenta da anni una fuga di cervelli non indifferente: stando all’Istat, tra il 2011 e il 2021, sarebbero stati 377mila gli italiani under 35 a emigrare per lavoro.

Insomma, in Italia non si resta e non si arriva. Dappertutto ci invidiano la moda, il cibo e – più in generale – il ‘Made in Italy’, brand dell’eccellenza dell’artigianato e dell’industria italiana. Eppure, come spiega Matteo Radice, managing director e partner di Bcg: “Nel nostro Paese c’è una percezione di complessità burocratica, una struttura fiscale e contributiva particolarmente onerosa per i lavoratori altamente qualificati e con compensi elevati che possono trovare altrove regimi fiscali più interessanti”.

La top 10 delle città in cui vorremmo lavorare

Ricercare nuove opportunità di crescita professionale, ma anche migliorare il rapporto tra lavoro e vita privata. Più della metà dei lavoratori vorrebbe trasferirsi all’estero (63%).

Mentre il Paese ad aggiudicarsi il primo posto per attrattività lavorativa è l’Australia, la città più gettonata è Londra, seguita da Amsterdam e Dubai. Poi ancora Abu Dhabi, New York (che guadagna ben tre posizioni rispetto al 2020), Berlino, Singapore, Barcellona, Tokyo e Sidney. Pochissime città europee, dunque, con nessuna italiana nella top 30. Al 27esimo posto, l’ultima capitale Ue è Atene.

Fonte: The Network, Decoding Global Talent

L’Italia risulta attrattiva soprattutto per chi proviene da Argentina (19%), Egitto, Marocco, Romania e Tunisia. “In Italia l’inglese non è così diffusamente parlato come in altri Paesi europei”, ricorda Radice. Secondo una ricerca di Truenumbers infatti, solo il 19,7% dei giovani parla fluentemente inglese. E “le persone che sono ben incanalate verso una carriera internazionale utilizzano l’inglese come lingua di comunicazione”, continua il managing director.

Perché dovremmo scegliere (o non dovremmo scegliere) certi Paesi

Ma cos’è che rende città come Londra particolarmente appetibili per professionisti (e non solo)? È sul serio soltanto questione di lingua?

Naturalmente no. La qualità della vita in Australia, ad esempio, è eccezionale e questa è la premessa necessaria di qualsiasi considerazione di trasferimento. Il Paese è al quinto posto tra tutti gli Stati del mondo, complici il clima mite, la natura e – non per ultimo – il sistema sanitario (anch’esso considerato uno dei migliori al mondo).

Soltanto dopo vengono fattori come il reddito e il costo della vita, la sicurezza e la stabilità, la cultura accogliente e inclusiva e quindi il buon clima aziendale e la flessibilità nell’organizzazione del lavoro.

Gli stipendi sono importanti, e ci sono Paesi in cui un neolaureato può guadagnare più del doppio che in Italia. Ma se i giovanissimi vanno via dal nostro Paese è proprio per una cultura del lavoro più rispettosa e inclusiva altrove.

Ci sono poi l’innovazione e la digitalizzazione – utilizzo dell’intelligenza artificiale compreso – così come la facilità di accesso a processi per visti e permessi di lavoro.

“Alcuni sono elementi che dieci anni fa non rivestivano la medesima importanza”, conclude Radice. A dimostrazione di come tutto possa cambiare in un arco temporale strettissimo. L’Italia, certo, in alcuni settori dovrebbe spingere sull’acceleratore.

 

 

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