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Fenomeno Osho, dai meme alla satira politica: parla Federico Palmaroli | VIDEO

Federico Palmaroli Osho

Lo conoscono tutti come ‘Osho’. E così lo chiamano per strada quando lo riconoscono. In realtà è Federico Palmaroli, e lui dice di aver “perso l’identità personale” a causa “di tutta questa faccenda dei nomi”. Nella sua biografia di Instagram scrive ‘quello che ha portato Osho a Roma’, ma sa benissimo di averlo portato molto al di là della capitale e persino della regione. Con una satira graffiante e un’ironia sottile, Federico è l’autore dietro i meme della pagina social ‘Le più belle frasi di Osho’: più di 1 milione di follower su Facebook, oltre 600.000 su Twitter e 45.000 su Instagram, dove però compare col suo vero nome, a ricordare che esiste la persona oltre il personaggio.

‘Osho’, inteso come il suo alter-ego, lo conosciamo abbastanza bene, vorremmo scoprire di più chi è Federico Palmaroli.

Bella domanda. Non lo so nemmeno io perché ormai ho perso quasi l’identità personale. Sono uno che improvvisamente si è visto piovere addosso un successo che ovviamente non avevo preventivato e che oggi porta avanti con molta fatica. Fare tutto da solo è complicato, quindi cerco comunque di continuare a viverla senza aspettarmi molto. Mi abituo all’idea che tutto questo un giorno possa anche finire e continuo a viverlo ancora come un hobby.

Cosa fa Federico quando non è Osho?

In realtà non sono mai andato in sostituzione, nel senso che continuo a fare quello che facevo prima. Diciamo che sono andato semplicemente ‘in aggiunta’ e quindi non mi basta una giornata per fare tutto quello che devo fare. Poi se ci metti anche le presentazioni, gli inviti, le ospitate, insomma è impegnativo.

Meme Osho Federico Palmaroli
Uno degli ultimi meme di Federico Palmaroli, in arte ‘Osho’, sull’arresto del boss latitante Matteo Messina Denaro

Le sue vignette di satira, o comunque quelli che possiamo definire i suoi ‘meme’, hanno raggiunto numeri record. Come ha iniziato?

Ho iniziato inconsapevolmente. Facevo questi ‘meme’ ma non sapevo nemmeno che si chiamassero così. L’ho scoperto in seguito e tra l’altro è un termine che non mi entusiasma particolarmente. È stata una cosa estemporanea e non avevo preventivato potesse poi portare a tutto questo. Ho iniziato pubblicando vignette in cui facevo una parodia della spiritualità indiana e ho aperto una pagina social. Era la prima volta in vita mia, non lo avevo mai fatto. Nel giro di pochi giorni ho visto che c’era una mole enorme di condivisioni. E allora mi sono ritrovato un po’ imprigionato in un meccanismo. Un meccanismo che è fatto anche di compiacimento per i risultati ottenuti. Io penso che nessun essere umano possa sottrarsi a queste dinamiche, perché comunque è gratificante.

Ha attivato collaborazioni con quotidiani.

Sì, dopo tre anni ho interrotto con la figura di Osho ed è iniziata l’attività di satira politica, che sicuramente è stata quella che poi mi ha dato la ‘ribalta’. Diciamo che la parte più faticosa è cominciata in quel momento perché le vignette di Osho le realizzavo ogni due giorni, invece dopo la ‘pressione’ è aumentata. Da puro divertimento si è trasformato in un lavoro, anche se io continuo a definirlo hobby. Un hobby impegnativo perché ci sono dei contratti che vanno rispettati, delle scadenze, e quando c’è un lavoro creativo, avere scadenze è sicuramente un peso.

I meme rappresentano ormai un vero e proprio stile di comunicazione. Contenuti che diventano presto virali, che sono figli dell’estetica dell’internet anni 2000, che apparentemente poco si ‘sposano’ con le nuove opportunità di internet. Perché funzionano così tanto?

Diciamo che c’è la tendenza ad utilizzare delle immagini, riadattando il contenuto in base al contesto legato all’attualità. Questo è il meme e forse è proprio questo il motivo per cui riescono a riprodursi in maniera così virale. Nel mio caso, siccome non so disegnare, ho deciso di prendere delle foto vere e di cambiarne il senso tramite le parole. Questo se da un lato diventa molto efficace per la satira, dall’altro è anche più complicato perché ci sono delle volte in cui vorresti fare dei meme su personaggi che nella realtà non si sono mai incontrati. Al di là del linguaggio nuovo credo di essere riuscito però ad entrare nel mondo degli ‘addetti ai lavori’ e quindi politici, giornalisti, media che hanno iniziato a scambiarsi queste vignette sulle chat, sul web. È diventato un ‘canale’ vero e proprio di divulgazione per un target più alto demograficamente, ma che rappresenta una nicchia specifica.

Però sono anche mainstream, se pensiamo alle condivisioni che ottengono.

Sì, arrivano anche al grande pubblico, ma penso siano apprezzate politicamente in maniera bipartisan. Forse sono un modo per smorzare la seria rigidità della politica.

Che non è sempre così rigida però, se offre tutti questi spunti.

Devo ammettere che a volte la politica mi toglie il lavoro. Ci sono politici che esauriscono il ruolo della satira, nel momento stesso in cui fanno dichiarazioni.

Sono esse stesse satira? È diventato difficile persino fare il suo lavoro?

Sì, perché a volte è complicato persino distinguere una dichiarazione reale da una battuta oppure dei comportamenti seri dalla ‘beffa’. Oggi è diventato più macchinoso fare satira perché con i social è normale che tutti provino a fare battute, quindi emergere è sicuramente più difficile. La satira però esiste dai tempi dell’antica Grecia, non credo morirà proprio adesso.

Ci dica la verità, chi le dà più spunti per ‘memare’ tra la destra e la sinistra italiana?

Non vorrei fare un discorso di parte però in questo momento è la sinistra, perché è all’opposizione e al suo interno ha tante anime che nel momento dello scontro danno spunti per la satira.

Il Governo che le ha dato più spunti, invece?

Quello giallo-verde. Credo che per me sia stato dal punto di vista umoristico il miglior Governo perché c’erano anche lì varie anime. C’erano la Lega, il Movimento 5 Stelle, insomma partiti molto distanti tra di loro e questo provocava uno scontro continuo.

governo giallo verde
L’ex primo ministro italiano Giuseppe Conte, affiancato dai vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio mentre parla al Senato della crisi di governo, a Roma, 20 agosto 2019. ANSA/ ETTORE FERRARI

Quanto siamo realmente liberi in Italia di fare satira, secondo lei?

Di libertà ce n’è sicuramente. Io non ho mai avuto un ostacolo, pur pubblicando da ormai quattro anni delle vignette su un quotidiano ovviamente schierato come ‘Il Tempo’. Non ho mai avuto paletti o censure. Credo che in assoluto ci sia libertà. Poi se uno si esprime dal punto di vista individuale, c’è ancora più libertà. C’è un po’ di difficoltà a fare satira politica sui social semplicemente perché si scontenta sempre qualcuno. E non parlo dei politici, ma degli utenti che sferrano poi attacchi nei commenti. Devo dire che c’è anche difficoltà a fare satira su alcuni personaggi o ad usare certe parole che non sono politicamente corrette. Le faccio un esempio: una volta ho fatto una vignetta sulla Senatrice a vita Liliana Segre, ma non era un contenuto cattivo e non facevo certamente riferimento alla sua esperienza di deportata. Per il solo fatto di aver usato la sua foto, sono stato fortemente attaccato.

Oggi siamo schiavi del ‘politically correct’?  

In alcuni casi penso di sì e penso sia sciocco. In alcuni casi la satira non fa riferimento alle vicende personali tragiche dei suoi protagonisti, ma solamente alla dimensione pubblica del loro personaggio. Si va oltre. E poi ci sono i vari termini che nel linguaggio sono stati abbandonati e che determinano alcune difficoltà sui social. Se utilizzi certe parole l’algoritmo ti ‘butta giù’ il contenuto, bloccando la pagina.

Lei è nato a Monteverde, cresciuto a Roma nord. Il linguaggio de “Le più belle frasi di Osho” è il romanesco. Cos’ha questo dialetto che altri non hanno?

Credo sia un fatto di semantica: di fatto il dialetto romanesco è più una cadenza e si capisce dappertutto. Un po’ come il napoletano, ma ancora più comprensibile, più adatto alla battuta. Aiuta a sintetizzare i fatti. E poi abbiamo un retaggio culturale di comicità che ci aiuta e che parte da Alberto Sordi, fino a Carlo Verdone.

Alberto Sordi Fortune Italia
Alberto Sordi in via Veneto, in una scena del film ‘Il conte Max’ del 1957, dall’Archivio Enrico Appetito, 15 febbraio 2013. ANSA/US VITTORIANO

Quanto Alberto Sordi c’è dietro Osho?

Beh, io credo in ogni romano c’è un po’di Alberto Sordi. E chi fa battute come me, prende sicuramente ispirazione da lui. Sordi ha preso la romanità e l’ha redistribuita nel modo in cui tutti la conosciamo.

Cosa vuole fare Osho da grande?

Sempre che io ci arrivi (ride, ndr). A parte gli scherzi, cercherò di evolvere in qualche modo perché comunque le evoluzioni sono indispensabili, anche quando si continua a fare la stessa cosa. È come se avessimo bisogno degli aggiornamenti di un’app. Mi sono reso conto, guardando i meme dei primi anni, che non fanno ridere. Nella società attuale c’è bisogno di alzare continuamente l’asticella. Dopo un po’ ci si abitua ad una comicità che diventa stantia. Poi arrivi al limite, quando l’asticella non si può più alzare, e caschi.

È un po’la parafrasi di quello che accade sui social oggi. Il linguaggio su queste piattaforme non è a volte esasperante? Alzare sempre di più l’asticella per alimentare l’attenzione delle persone non diventa complicato per chi fa il suo lavoro?

Sta parlando con uno che i social li detesta. Non voglio sputare nel piatto in cui mangio, ma quando queste piattaforme diventano solo uno ‘sfogatoio’ in cui sputare i propri rancori, io credo si perda la bussola. Spero poi che la gente sia davvero come vuole sembrare di essere, altrimenti c’è da aver paura.

Intervista realizzata presso l’Hotel Umiltà 36, a Roma

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