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Andrea Zoppini: Diritto italiano, un valore aggiunto in Europa | VIDEO

Andrea Zoppini, professore dell’Università degli studi di Roma Tre, sul piano giuridico immagina un ruolo guida per il Paese: “In Italia ci sono centri di ricerca eccellenti”

Andrea Zoppini, avvocato, professore ordinario di Diritto civile all’Università degli Studi di Roma Tre, è un eccellente giurista. Per anni Zoppini è stato consigliere di importanti istituzioni come la Presidenza del Consiglio dei ministri, il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia. Per le sue competenze, tra il 29 novembre 2011 e il 15 maggio 2012 è stato sottosegretario alla Giustizia nel Governo tecnico guidato dal professor Mario Monti. Con lui abbiamo discusso delle fibrillazioni sui mercati internazionali causate dal crollo di banche importanti, delle minacce informatiche alle nostre infrastrutture critiche, del valore delle competenze e della meritocrazia in una società sempre più complessa come quella in cui viviamo.

Professore, lei ha scritto un libro con Stefano Lucchini dal titolo “Il futuro delle banche”. In un settore sempre in bilico tra ruolo della Bce e singoli interessi nazionali, quanto è importante avere professionalità trasversali e allargate in grado di tradurre le peculiarità italiane?

Il tema dell’uniformità normativa a livello europeo, anche con riguardo alla vigilanza bancaria, invoca competenze trasversali che appartengono anche a più Paesi dell’Unione e che siano in grado di riflettere anche talune specificità. Storicamente le banche italiane hanno avuto caratteristiche diverse da quelle tedesche e da quelle francesi e nel passato una delle critiche che è stata rivolta alla Banca centrale europea è di non aver considerato e valorizzato queste caratteristiche.

Le recenti instabilità finanziarie (Credit Suisse, Silicon Valley Bank) hanno riacceso i riflettori sul settore bancario. In un’epoca dominata dal venture capital, da un veloce tasso di innovazione e dalla nascita di startup, come possono le istituzioni finanziarie e i policy maker sviluppare nuove competenze per il controllo e la vigilanza, garantendo la stabilità del mercato e prevenendo possibili crisi finanziarie?

Il caso della Silicon Valley Bank è esemplare perché è un insieme di elementi nuovi e antichi. La crisi si è sviluppata con messaggi via Twitter, con operazioni che sono state fatte dagli smartphone con cui si movimentano e si fanno prelievi dai conti correnti della banca. Allo stesso tempo il mercato di riferimento, appunto la Silicon Valley, era fatta di imprenditori che avevano caratteristiche molto innovative e di forte propensione al rischio. Se consideriamo questo esempio dobbiamo osservare che la crisi ha un responsabile: l’amministrazione Trump ha escluso le banche di piccola e media dimensione da una disciplina prudenziale più rigorosa. Questo non accade in Europa. Quella di Credit Suisse è invece una vicenda di una serie ripetuta di insuccessi che ha determinato una debolezza strutturale della banca a cui però ora si è sopperito.

I recenti eventi hanno mostrato un binomio ormai evidente tra digitalizzazione e rischio. Quali competenze sono necessarie per sviluppare un adeguato apparato di contrasto alle minacce informatiche?

Oggi una banca, un supermercato e un grande negozio di abbigliamento possono sembrare cose molto diverse, ma in realtà sono molto simili: funzionano sulla base di una piattaforma informatica in cui, come nel caso delle grandi banche italiane, sono investiti centinaia di milioni, talora anche miliardi di euro. Quindi la prevenzione e la sicurezza informatica sono un elemento decisivo. Oggi tutte le grandi società, in particolare quelle quotate, si devono porre il problema della valutazione dei rischi e se i sistemi di sicurezza sono adeguati. Una volta c’erano i cancelli fisici che consentivano l’accesso ai magazzini, oggi i cancelli sono virtuali e vanno presidiati.

In virtù del nuovo ruolo che l’Europa reciterà in un nuovo assetto geopolitico, e guardando alle differenze tra i sistemi giuridici europei, crede possa essere necessario un allineamento, o una maggiore integrazione? Qual è il valore aggiunto del mondo del diritto italiano?

Il mondo del diritto italiano può dare un grande contributo perché c’è un processo di uniformazione normativa che non sacrifica le peculiarità nazionali. Idealmente stiamo tutti contribuendo a creare un edificio comune sul piano giuridico, a livello europeo e a livello sovranazionale. Ma la casa del diritto italiano sarà preservata.

Si potrebbe pensare anche un ruolo guida dell’Italia in questo senso?

Sarebbe auspicabile e motivo di soddisfazione per tutti. Anche perché in Italia ci sono centri di ricerca eccellenti che possono dare un grande contributo.

In qualità di esperto in materie giuridiche, è stato anche componente del Comitato Etico del Policlinico Gemelli. Quanto è importante affiancare alle competenze tecnico-giuridiche anche skill di tipo etico e valoriale?

L’esperienza in un comitato etico mi è servita in un percorso di maturazione personale a capire che poi il diritto sempre di più è legato a scelte che il grande giurista americano Guido Calabresi definisce tragiche,  scelte in cui il diritto poi finisce per arbitrare tra valori etici, che spesso non sono condivisi o che si contrappongono. Quindi penso che la raccomandazione che si può rivolgere ai nostri studenti di giurisprudenza è che chi sa tutto di diritto non sa nulla di diritto quindi per conoscerlo bisogna anche conoscere altro.

Che cosa bisognerebbe fare per mettere la meritocrazia al primo posto?

La meritocrazia è al centro del dibattito a livello mondiale. Ci sono stati filosofi del diritto, come Michael Sandel, che hanno scritto libri per richiamare tutti su aspetti fondamentali. Il primo è che la meritocrazia e il successo sono due cose diverse. Si può avere un grande successo, come gli influencer di oggi, ma la meritocrazia è qualcosa di diverso. È un lavoro costante che si protrae per anni, un investimento su se stessi e sugli altri allo stesso tempo. Deve essere un impegno di tutti noi quello di fare in modo che proprio grazie alla meritocrazia le disuguaglianze diminuiscano.

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