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Il trasferimento tecnologico non è una questione solo tecnica o ingegneristica

Ho iniziato a riflettere diversamente sul tema del trasferimento tecnologico dopo un progetto con studentesse universitarie in Guatemala. Alcune di loro si erano trovate a pulire i piedi di bambini che in alcuni villaggi camminavano abitualmente scalzi su sentieri di ghiaia.

L’ultimo giorno, salutando le persone del posto, una ragazza pensò di regalare il suo lettore MP3 a uno dei bambini che lo aveva utilizzato nei giorni precedenti. Ma quest’ultimo, ringraziando, rifiutò il regalo, perché – disse – poteva ascoltare musica lui, ma non serviva per giocare con suo fratello.

Il trasferimento tecnologico non può prescindere da questioni sociali, culturali e storiche, né dai riferimenti valoriali che le singole comunità condividono. È un’illusione prospettica quella di pensare che il trasferimento tecnologico sia un problema meramente tecnico e ingegneristico. L’accessibilità e lo sfruttamento di tecnologia e di conoscenza scientifica da parte di una gamma di utenti sempre più ampia ha delle componenti sociali particolarissime.

E non è solo questione delle catene di approvvigionamento che devono tenere conto delle peculiarità tecniche o professionali per cui un apparecchio medico, ad esempio, difficilmente può essere esportato in Paesi in cui standard elettrici (banalmente, le prese della corrente) sono differenti o con un personale medico che non lo sa utilizzare, o delle economie informali che ancora interessano vaste aree del mondo.

Senza confondere tra supporto diretto alla ricerca e trasferimento tecnologico, possiamo dire che le transizioni sociali, ecologiche e digitali in corso, stanno facendo ripensare la sostenibilità di alcuni processi. Serve scommettere sempre più su programmi di ricerca e innovazione davvero aperti (non condizionati, cioè, dalle aspettative di mercato, spesso artificialmente costruite, o da ristretti interessi aziendali o privati), e serve una attenzione tutta particolare alle possibilità di implementazione tecnologica locale. Anche se la tecnologia vuole essere per tutti, i bisogni difficilmente sono democratici.

Per logiche ormai conosciute nei sistemi complessi e nei sistemi sociali, è allora preferibile e più sostenibile un approccio dal basso che, muovendo dalle esigenze e convinzioni dei singoli, possa arrivare alla definizione di priorità collettivamente condivise e perseguite.

Serve allora differenziare e non appiattire la ricerca sul mercato, scommettere sull’abbondanza e andare oltre l’autoreferenzialità facilmente sterile di alcune strategie di venture capital che sovvenzionano quello che già conoscono e capiscono. Servirebbe rivedere allora le logiche dei mercati finanziari guidati essenzialmente da risultati (per altro abitualmente finanziari…) a breve termine, e un discorso nuovo per i mercati azionari che guidano gli investimenti delle imprese pubbliche nel senso di azionariato diffuso.

Serve, in poche parole, una nuova comprensione dell’apertura al capitale sociale e relazionale che anche i processi di trasferimento tecnologico portano con sé. Serve, infine, uno sguardo nuovo sui luoghi dell’innovazione e del trasferimento tecnologico: ci deve essere cioè innovazione nel processo di trasferimento stesso affinché l’innovazione tecnologica sia sostenibile.

 

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