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Armamenti, il tabù italiano dell’esportazione

Le attività di esportazione di materiali della Difesa sono, nel nostro bizzarro e strano Paese, tra quelle cui non è dato metter mano, quasi si trattasse di un tabù, quasi si rischiasse – ed esattamente questo succederebbe – di percuotere un nido di vespe, con le immaginabili conseguenze per chi appunto osasse anche solo attivare un pubblico dibattito sull’argomento.

Le contraddizioni in materia sono numerose, a iniziare da quella di una nazione che dispone di un apparato industriale di prim’ordine, di società piccole e grandi che nel settore dell’aerospazio e della difesa sfornano eccellenze al passo con lo sviluppo tecnologico (vedasi i sistemi per la formazione di piloti militari o il campo elicotteristico), di società partecipate dallo Stato e che quindi lo Stato dovrebbe promuovere e sostenere e che invece si debbono far carico di una serie sconfinata di difficoltà, da quelle di carattere burocratico – tra le più fastidiose – a quelle di carattere politico istituzionale.

La legge che regola la materia (la 185/90) è ormai superata, non tanto per il tempo trascorso dal suo varo – trentatré anni – quanto perché in questo lasso di tempo il mondo è letteralmente cambiato, le condizioni in cui quella legge fu scritta sono state totalmente stravolte dai fatti, dall’ impazzimento della geopolitica e delle geometrie dei rapporti internazionali.

Si pensi ad esempio a quello che è il punto centrale della 185/90, quello che fa divieto di esportare “verso i Paesi in stato di conflitto armato e verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”.

Sfido chiunque a trovare, tra i Paesi che hanno necessità di provvedere alla propria sicurezza, un anche limitato numero di essi che rispetti il requisito, tra l’altro di delicata e complessa valutazione.

Per paradosso – ma fino ad un certo punto – non potremmo esportare neppure negli Stati Uniti laddove non sporadici episodi ivi occorsi pongono serie questioni sul rispetto dei diritti. O, senza scomodarsi nel ricostruire una mappatura dei fatti incresciosi, basterebbe scorrere attentamente il Patriot Act, la legge che George Bush varò nel 2001 per prevenire atti di terrorismo e che tante critiche ha sollevato rispetto alla tutela dei diritti dei cittadini statunitensi e stranieri.

Senza parlare poi di altri Paesi, perfino nostri alleati nella Nato, come la Turchia dove migliaia di persone sono in carcere per le loro idee e dove si sta consumando nell’ipocrita disinteresse generale, una strisciante persecuzione nei confronti del popolo curdo.

E guai a osare uscire dai binari. Chiunque volesse tentare di farlo dovrebbe sobbarcarsi il cecchinaggio, comprensibile e coerente, dei movimenti pacifisti ed antimilitaristi e quello becero e pregiudiziale del mondo dei parvenu della politica che insistono nel non voler studiare e approfondire gli argomenti sui quali sono chiamati ad esprimersi e decidere, limitandosi a ripetere come fantocci senza anima gli slogan di partito o di schieramento.

Per la verità, qualcosa nel panorama politico istituzionale si sta muovendo, qualcuno si sta rimboccando le maniche per porre mano ai possibili cambiamenti, muovendosi con la cautela di chi si avventura in un campo minato. E siccome il principale promotore di una razionalizzazione, anche limitata, del settore si chiama Guido Crosetto, non è difficile prevedere le critiche di chi, già alla sua nomina a ministro della Difesa, denunciava come impedimento derimente quello che invece è e resta un vantaggio non da poco nell’annoverare, tra gli attori protagonisti del settore, finalmente una persona capace, preparata nella specifica materia e perfettamente a conoscenza di quale sia l’interesse nazionale. Tanto da incamminarsi subito in un percorso di riforme senza temere il fuoco di sbarramento di dilettanti della politica e di improvvisati esperti. Il percorso non sarà però, come intuibile, agevole per nessuno. Il ministro Crosetto sembra aver scelto la politica dei piccoli passi se dovesse, come sembra, iniziare con il promuovere il reinsediamento presso la presidenza del Consiglio, del Cisd, il consesso di ministri titolato ad autorizzare collegialmente le varie attività di esportazione.

Un consesso che una manina sciagurata cancellò anni fa dalla 185/90 e del quale invece, anche alla luce del vissuto di questi anni, vi è primario bisogno. Nel prosieguo poi andranno concepiti interventi più radicali volti a scrivere una legge più rispondente ai contesti internazionali che si vanno delineando o almeno una norma ricalcante, nella formulazione e nelle modalità applicative, quelle di altri Paesi quali la Francia, la Gran Bretagna e la Germania, Paesi che oggi si avvalgono, a causa delle nostra cecità normativa, di un significativo vantaggio sui vari mercati ma con i quali vorremmo un giorno competere ad armi pari, magari uniti al più presto da una norma comune in un’Europa veramente comune. 

 

*Generale di Squadra aerea, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, già consigliere militare del presidente del Consiglio dei ministri (1999-2004), Comandante della 5^ Forza aerea tattica alleata della Nato e vicecomandante della Forza multinazionale nel conflitto dei Balcani (1999). Attualmente è presidente della Fondazione Icsa

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