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Come la consapevolezza alimentare può farci diventare ‘più ricchi’

Le proteste dei trattori non si sono fermate. Magari in Italia si sono ‘infiacchite’, ma ieri gli agricoltori hanno bloccato Bruxelles e ormai da tempo in tutta Europa richiedono una revisione del Green Deal (che prevede una serie di misure per la sostenibilità ambientale, tra cui l’obbligo di destinare il 4% dei terreni coltivabili a funzioni non produttive e la riduzione dell’uso di fertilizzanti del 20%) e il contrasto alla concorrenza delle importazioni di prodotti a basso costo e alla diffusione dei ‘cibi sintetici’ (che per esempio, nel nostro Paese, danneggiano il ‘made in Italy’).

Senza scomodare la carne coltivata o i novel food come i cracker a base di farina di grillo (di cui abbiamo parlato nel numero di Fortune Italia di marzo 2023), se il nostro cibo all’estero è ricercatissimo e apprezzatissimo, purtroppo molti italiani quando vanno al supermercato a fare la spesa non badano alle etichette e preferiscono acquistare prodotti stranieri, specie agricoli, talvolta più economici. Non considerando che questo si trasforma in un vero boomerang per le tasche di chiunque, comprese quelle del Pianeta, perché chi lavora con la terra si ritrova letteralmente a buttare via il cibo che coltiva e che rimane invenduto.

A conferma di ciò, fanno riflettere i dati dell’Osservatorio Waste Watcher International che monitora lo spreco alimentare su scala globale. Ebbene, nel nostro Paese gettiamo 13 mld di euro all’anno di cibo (per la precisione 13.155.161.999): per un costo all’anno a famiglia di 290 euro e di 126 euro procapite. Che non comprende lo smaltimento (e quindi dell’inquinamento del rifiuto) e a monte il capitale naturale usato per produrre l’alimento (suolo, acqua ed energia).

“Il dato domestico incide per quasi 7,5 mld”, spiega a Fortune Italia Andrea Segrè, che ha diretto l’Osservatorio e che è fondatore della campagna di sensibilizzazione ‘Spreco Zero’ nata nel 2010.

“La parte maggioritaria sta proprio a casa nostra, e ciò che finisce nella spazzatura non è, a differenza di quanto avviene nell’industria, recuperabile a fini solidali”, (come succede ad esempio con ‘Too Good To Go’, l’app che permette di risparmiare acquistando cibo che altrimenti rischierebbe di essere sprecato dai locali). “La distribuzione incide per quasi 4 mld, mentre lo spreco in campo è quello più contenuto (6,5%)”.

Too Good To Go: la nostra mission per ridurre lo spreco alimentare

Cosa c’entra il ‘nostro’ spreco alimentare con le proteste degli agricoltori in tutta Europa?

Insomma, il primo grande spreco avviene nelle nostre cucine. E “c’è un collegamento diretto tra ciò che succede nelle nostre dispense e le proteste agricole”, sottolinea Segrè. Anzi, due. “Il primo, riguarda una sorta di paradosso: io agricoltore produco ma non riesco a sostenere sempre i costi di produzione, e spesso mi ritrovo addirittura a lavorare in perdita, con i consumatori che nemmeno consumano quello che vanno ad acquistare. Il secondo elemento riguarda il fatto che il mondo agricolo ha degli stipendi molto bassi. Sono sostenuti per circa 1/3 da aiuti comunitari, ma senza di questi sarebbero realmente poveri. Anche i consumatori però si stanno impoverendo. Allora acquistano di meno, oppure preferiscono comperare prodotti di minor qualità con effetti importanti sulla salute. Dal rapporto si scopre che la questione dello spreco di cibo è legata all’allarme sociale: chi si dichiara ‘povero’ mangia peggio e spreca di più (+17%)”.

Andrea Segrè (Photo by Roberto Serra – Iguana)

Le polemiche dei trattori ora si stanno affievolendo, continua Segrè. Il Governo ha cercato di tendere la mano: è stata proposta l’esenzione dell’Irpef per i redditi agrari fino ai 15mila euro. “Ma sono sollievi passeggeri, e non dimentichiamo che di mezzo ci sono le elezioni europee”.

…E cosa c’entra con la nostra ricchezza

Esplorare le ragioni sociali e comportamentali dello spreco alimentare, oltre a generare consapevolezza, può fornire supporto alla progettazione di iniziative mirate – sia a livello pubblico che privato – volte a minimizzare gli impatti di un fenomeno che costa, in tutti i termini.

“Noi consumatori dovremmo cercare la qualità, premiare la località (sebbene il discorso del km 0 sia relativo: un’arancia siciliana o spagnola che deve arrivare a Bolzano non fa lo stesso tragitto ma quasi), seguire la stagionalità. Sicuramente dovremmo valorizzare il made in Italy”, è il suggerimento di Segrè. Solo così potremmo ‘diventare più ricchi’.

Non sprecare significa risparmiare. Promuovere un’economia circolare del cibo vuol dire ottimizzare le spese. Noi abbiamo lanciato un’applicazione, lo ‘Sprecometro’, che aiuta le persone a ridurre lo spreco attraverso una rilevazione che misura il valore in euro, l’impronta idrica e l’impronta carbonica degli sprechi”.

“Può essere uno strumento educativo. Il nostro Paese è la patria della dieta mediterranea, riconosciuta in tutto il mondo per i suoi effetti benefici sulla salute. Nonostante ciò, purtroppo, manca una corretta educazione alimentare. Così come manca una buona educazione finanziaria. E i due aspetti non sono poi così slegati“, conclude il professore.

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