Perché lo stop giudiziario sui dazi fa bene alle Borse e male alla democrazia

Le Borse plaudono ai giudici mentre la Casa bianca si prepara alla guerra. Non commerciale, ma giudiziaria. Le Borse europee, in aumento fin dalle prime battute, si confermano in rialzo nella seconda parte della seduta, agli investitori piace moltissimo la decisione del tribunale federale statunitense che ha bloccato, di fatto, la maggior parte dei dazi annunciati dal presidente Donald Trump. Da Piazza Affari a Francoforte, passando per Londra e Parigi, prevale il segno più. In rialzo anche i future di Wall Street.

La mossa della Corte del Commercio Internazionale di Manhattan sui dazi è una vera e propria boccata d’ossigeno per i mercati dopo la volatilità delle ultime settimane, ma non è affatto chiaro se sarà prodromica a un passo indietro di Trump. Per il momento, dalla Casa bianca trapela la volontà di dare battaglia a suon di ricorsi in un contenzioso giudiziario che con ogni probabilità arriverà fino alla Corte suprema (dove Trump può contare su una maggioranza di giudici di orientamento conservatore).

E tuttavia lascia perplessi l’ennesimo scontro politica-giustizia. Non c’è dubbio che Trump non stia facendo tutto bene, soprattutto gli annunci seguiti da parziali retromarce, le fughe in avanti e le marce indietro, alimentano un clima di incertezza che non può che frenare le decisioni di investimento delle imprese ovunque nel mondo.

Se si considera che gli Usa pesano da soli per il 14 percento delle importazioni globali, per un valore pari quasi al 4 percento del prodotto lordo a livello globale, si comprende che l’impatto rischia di essere devastante. E tuttavia c’è qualcosa di anomalo se le politiche messe in campo dall’amministrazione Trump, condivisibili o meno, giuste o sbagliate, finiscano puntualmente nelle aule di tribunale.

Colpiscono le parole di un portavoce della Casa bianca che, commentando a caldo lo stop sui dazi imposto per via giudiziaria, ha dichiarato: “Non spetta a giudici non eletti decidere come affrontare adeguatamente un’emergenza nazionale”. Il vicecapo dello staff della White House, Stephen Miller, è andato giù duro parlando di un “colpo di stato giudiziario fuori controllo”. Sembrano i temi e i toni dell’epopea berlusconiana nello scontro con le toghe rosse e i magistrati privi di legittimazione democratica.

La sentenza, che sospende gli ordini esecutivi sui dazi, stabilisce che la legge invocata dalla Casa bianca – l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 – non dia al presidente l’autorità di imporre dazi unilateralmente su quasi ogni Paese come ha fatto il 2 aprile, nel cosiddetto “Liberation day“.

Si contesta lo stesso ricorso a questa legge che conferisce al presidente il potere di regolamentare il commercio durante le emergenze nazionali. Per Trump, sin dalla campagna elettorale, il deficit della bilancia commerciale Usa rappresenta una “emergenza” cui porre rimedio, lo ha promesso agli elettori e difficilmente recederà dall’impegno. I magistrati però non sembrano pensarla così.

La questione del disavanzo commerciale va avanti da quasi mezzo secolo e l’economia americana va bene, con un tasso di disoccupazione al 4 percento (già in epoca Biden). Tuttavia viene da domandarsi se un governo democraticamente eletto, scelto dai cittadini attraverso il voto, abbia o meno il diritto-dovere di attuare le politiche e la visione del mondo in cui crede senza soggiacere ai pareri discordi delle toghe?

L’azione di governo, che in una democrazia liberale spetta appunto all’esecutivo, fino a che punto può essere scrutinata, imbrigliata, ostacolata, regolamentata, ridimensionata dai depositari del potere giudiziario? Non è un processo dissimile da quanto accade in Italia ogni volta che un giudice disapplica le norme del governo in materia di immigrazione opponendosi, per esempio, al trasferimento dei migranti nei centri albanesi o contestando, nel merito, la lista dei “Paesi sicuri”, definita da ministeri e uffici competenti.

L’espansione del giudiziario – e quindi del potere di una categoria di funzionari pubblici – a danno dell’esecutivo è un fenomeno internazionale, che non riguarda soltanto Roma e Washington, ma che dovrebbe essere sempre più oggetto di approfondimenti per evitare che leggi e decreti diventino l’arma contundente di uno scontro tra poteri dello stato che non fa bene a chi ha il diritto-dovere di governare e, soprattutto, fa malissimo alla democrazia.

Poste Italiane Dic 25

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