“Ci sono bombardamenti in atto e l’attacco di uno Stato contro un altro Stato – e non contro un gruppo terroristico: è guerra“. Il professor Andrea Margelletti, fondatore e presidente del CeSI (Centro Studi Internazionali di Roma), non usa mezzi termini per parlare di quanto sta accadendo in Medio Oriente a partire dalla notte del 13 giugno. Con l’operazione ‘Rising Lion’, Israele ha infatti innescato un’ondata di bombardamenti su tutto il territorio iraniano, che aveva come obiettivo dichiarato quello di “colpire al cuore” il programma atomico dell’Iran, ritenuto una minaccia da Tel Aviv.
Il bilancio per l’Iran dopo gli attacchi – che continuano anche in queste ore – è pesantissimo. Secondo il sito locale Nournews, nella sola Teheran, dove è stata colpita una zona residenziale, si contano 78 morti e 329 feriti. Oltre a eliminare sei scienziati nucleari iraniani, i bombardamenti hanno anche decapitato la catena di comando delle forze armate. Quale sarà ora la risposta dell’Iran? E come si muoverà la comunità internazionale? Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano, Abbas Araghchi e durante la telefonata – riferisce la Farnesina in una nota – ha invitato l’Iran ad evitare una escalation militare.
Presidente, come definirebbe la situazione?
Drammatica. Di situazioni delicate si può parlare prima dei conflitti, ma quando ci sono bombardamenti in atto e rischi di un allargamento terribile, come in questo caso, non c’è altro modo di definirla. È una guerra, sono le stesse parti in causa a dirlo. Mi rendo conto che ci siamo disabituati alle parole, e a volte abbiamo paura di usarle, ma c’è l’attacco di uno Stato a un altro Stato, e non contro un gruppo terroristico: quindi, di nuovo, è guerra.
Per quale ragione Israele ha scelto proprio questo momento per attaccare l’Iran?
Dietro questa la scelta c’è la decisione del governo israeliano di chiudere una serie di partite che riteneva aperte, una volta per tutte. Dal 7 ottobre in poi tutto è cambiato: Israele ritiene di potersi muovere in una maniera in cui non si era mai mosso prima. Poi, che nessuno volesse che l’Iran avesse le bombe atomiche mi pare un fatto assolutamente evidente. Ed è la ragione per cui invece gli iraniani lo volevano, in modo da avere un’assicurazione sulla vita, come ha fatto la Corea del Nord. Avere intenzione di fare qualcosa, però, non significa poi farla necessariamente. L’Aiea ha detto che gli iraniani volevano dotarsi dello strumento nucleare, ma poi a muoversi non è stata la comunità internazionale bensì una nazione sola, che non è legittimata da tutto il mondo: gli interessi di Israele sono gli interessi di Israele. E si tratta di uno Stato che non ha bisogno di alcun pretesto: è da oltre un anno che tutto il mondo gli dice di rallentare su Gaza senza ottenere grandi risultati.
Gli Usa erano stati preventivamente informati.
Gli israeliani hanno fatto il cosiddetto ‘lavoro sporco’ al posto degli statunitensi e anche di altri. Le armi utilizzate da Israele sono tutte fondamentalmente americane, quindi dovevano avere avuto un via libera.
E la reazione dell’Iran quale sarà?
Difficilmente sarà una reazione militare: non perché non lo vogliano ma perché non ne hanno le capacità. Gli israeliani, con lo strike, hanno prima di tutto colpito gli obiettivi da cui sarebbe potuta arrivare una ritorsione. E poi avranno modo di intervenire sulle centrali e sul resto. Per questo la risposta iraniana sarà, nel tempo, di tipo fondamentalmente terroristico, vista l’incapacità di darne una convenzionale. A meno che non abbiano un asso nella manica.
Oggi il primo ministro israeliano Netanyahu parlerà con Trump, Putin e Starmer: cosa c’è da aspettarsi?
Fa comodo a tutto l’Occidente una riduzione delle capacità militari iraniane, quindi non credo che succederà nulla. Mi spiego: non lo immagino un Paese occidentale che a un certo punto mette in discussione le sue relazioni per difendere l’Iran. Tanto è vero che non c’è una presa di posizione forte sul fatto che un Paese abbia attaccato un altro Paese. Siamo in un’epoca in cui sono saltati tutti gli equilibri internazionali. E quindi ci ritroviamo a pagare due cose, fondamentalmente: non abbiamo un polo di attrazione internazionale – gli assetti sono saltati ma non c’è ancora un assetto nuovo – e la gente non vuole riconoscerlo. È cambiato il mondo.
