Matteo Flora, esperto di AI, docente e imprenditore, spiega l’importanza di convivere con questa innovazione, imparando a delegare mansioni tradizionalmente standardizzate.
Le AI e le superintelligenze esistono e spesso sono più performanti degli umani, un’evidenza davanti alla quale occorre ripensare il nostro rapporto con le macchine in modo da convivere con loro.
Ne è convinto Matteo Flora, docente e imprenditore seriale, esperto in sicurezza delle AI e delle superintelligenze, di strategie di comunicazione e di crisi. Insegna AI and Superintelligence Safety (ESE), Corporate Reputation (Università di Pavia) e Generative AI (IAAD).
Come imprenditore ha fondato The Fool, società leader in Narrative Governance, ed è partner e co-fondatore dello Studio Legale 42 Law Firm. Nel 2012 è stato selezionato dal Congresso statunitense come Future Leader per il programma internazionale IVLP. Conduce anche “Intelligenze Artificiali” su TgCom24 e “Ciao Internet!” su YouTube, il primo podcast di tech-policy italiano.
Dottor Flora, lei ha detto che quella dell’AI è la prima rivoluzione industriale che non colpisce i lavoratori ma i colletti bianchi, cosa intende?
Che l’AI non penalizzerà tanto gli operai, quanto i lavoratori dell’ingegno e gli artisti, professioni che cinque anni fa ritenevamo al sicuro da questa tendenza. Invece non solo sono quelle più esposte, ma anche quelle dove fare reskilling è più difficile. La persona che ieri raccoglieva pomodori oggi può lavorare in un magazzino, ma non si può fare altrettanto per persone che sono cresciute in un settore con competenze estremamente specifiche.
Oltre a questa si pongono altre due questioni: la prima è che non è detto che le persone licenziate possano essere rimesse in altre aziende, perché i posti di lavoro non sono infiniti; la seconda è che, se l’AI sostituisce il 25% dei task in un’azienda, le persone in quel 75% rimanente rischiano di vedere un ribasso a livello contrattuale e retributivo.
“Venite con me e vi farò pastori di AI”: ha esordito così in un suo TedX, cosa significa e perché è così importante?
È importante diventare pastori di AI perché è semplicemente necessario. Non sposo la retorica del “non verrai licenziato dall’AI ma da qualcuno che sa usarla”.
Tutta una serie di task e processi standardizzati è già e sarà sempre di più competenza esclusiva degli algoritmi. L’intelligenza artificiale ha cambiato la percezione stessa dei task, un tempo li dividevamo in semplici, medi e difficili. I task facili ora li fa l’AI, quelli medi sono i nuovi facili, i difficili sono i nuovi medi e gli impossibili sono i nuovi difficili.
Diventare pastori di AI quindi, per me, significa che in uno scenario vincente ciascuno di noi diventa un piccolo project manager a capo di un team formato o da macchine o da un mix di uomini e macchine. Stefano Quintarelli, papà di Spid, dice di immaginare le AI come stagisti digitali, hanno un enorme bagaglio di conoscenze ma ciò che conta è che facciano le cose come le vogliamo noi, come ci aspettiamo che le facciano.
Come fare reskilling, allora, per diventare pastori di AI?
Oggi tanti manager, prima di assumere qualcuno, si chiedono se quella determinata mansione non possa svolgerla l’intelligenza artificiale.
Il punto è proprio questo: in un mondo dove l’AI è consumerizzata, ossia è a disposizione di chiunque, occorre capire come utilizzarla non tanto per un profitto economico, ma per quei task che lei può svolgere meglio di un essere umano. Capire quali task lasciare alle persone e quali delegare alle macchine. Il punto fondamentale, secondo me, è poi la trasparenza verso il consumatore o il cittadino, ossia saper comunicare quale fase del progetto è stata svolta dall’AI.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)
