Il lavoro non è più una garanzia. Crescono i working poor anche in Italia, i lavoratori poveri, soprattutto nel settore dei servizi, quello che traina il record fragile dell’occupazione nel nostro Paese: colf, badanti, operai edili, corrieri, camerieri, commessi.
Percorsi precari, contratti saltuari, part-time involontari, stipendi bassi. L’Istat nel suo ultimo rapporto ci ricorda che i salari reali sono calati del 4,4% dal 2019 al 2024, più che in Francia e Germania e dell’8,7% dal 2008 a oggi: la perdita peggiore tra i Paesi del G20. Anche per l’impatto durissimo dell’inflazione sul potere d’acquisto. Anche per questo in molti sono andati via: negli ultimi 10 anni circa 97 mila giovani laureati, con un picco nel 2024. Quasi un quarto della popolazione, il 23,1%, è a rischio povertà o esclusione sociale (+0,3 punti sul 2023), rammenta ancora l’Istat. Al Sud il dato sale al 39,8%.
L’indicatore riguarda le persone che hanno almeno un fattore di rischio tra la povertà (un reddito inferiore al 60% di quello mediano), la grave deprivazione materiale e la bassa intensità di lavoro.
L’Istat sottolinea che il rischio di povertà ed esclusione sociale cresce per gli individui che vivono in famiglie il cui principale percettore di reddito ha meno di 35 anni (dal 28,4% al 30,5% del totale). E ad analoghe considerazioni giunge la Caritas che vede l’aumento degli ingressi nelle mense dei poveri: nel 2009 solo il 15% degli utenti Caritas aveva un lavoro. Oggi quasi un adulto su quattro.
“Il lavoro non è più un fattore protettivo rispetto all’indigenza”, si legge nel Rapporto presentato lunedì 16 giugno. Nel 2015 gli over 65 erano appena il 7,7% degli assistiti, oggi sono il 14,3%. E l’età media degli italiani presi in carico dalla Caritas è 54,6 anni. Segno che anche i pensionati, spesso soli e con pensioni minime, non ce la fanno più.
Così non è sorprendente la dura reprimenda della Commissione Ue al nostro Paese contenuta nelle ultime raccomandazioni. Bruxelles chiede all’Italia di “promuovere la qualità del lavoro e ridurre la segmentazione del mercato del lavoro, anche per sostenere salari adeguati, e aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, anche rafforzandone ulteriormente le politiche attive e migliorando l’accesso ai prezzi per servizi di assistenza all’infanzia e a lungo termine di qualità, tenendo conto delle disparità regionali. Proseguire gli sforzi per contrastare il lavoro sommerso, in particolare nei settori più colpiti”.
L’Italia dovrebbe inoltre “rendere il sistema fiscale più favorevole alla crescita, continuando a combattere l’evasione fiscale, riducendo il cuneo fiscale sul lavoro e le restanti spese fiscali, comprese quelle relative all’imposta sul valore aggiunto e alle sovvenzioni dannose per l’ambiente, nonché aggiornando i valori catastali nell’ambito di una revisione più ampia delle politiche in materia di alloggi, garantendo al contempo l’equità”. Infine si chiede “di mitigare gli effetti dell’invecchiamento sulla crescita potenziale e sulla sostenibilità delle finanze pubbliche, anche limitando il ricorso ai regimi di pensionamento anticipato e affrontando le sfide demografiche, anche attirando e trattenendo una forza lavoro altamente qualificata”.
