Maria Rosaria Taddeo: “L’AI in politica è un’arma affilata e ambivalente”

Maria Rosaria Taddeo (Oxford University) sull'AI.

Intervista a Mariarosaria Taddeo, professoressa ordinaria di Digital Ethics and Defence Technologies presso l’Oxford Internet Institute, University of Oxford.

Mariarosaria Taddeo insegna Digital Ethics and Defence Technologies all’Oxford Internet Institute ed è ethics fellow presso l’Alan Turing Institute di Londra. È fra i massimi esperti al mondo di etica del digitale.

È un dato significativo, anzi un traguardo importante, se si considera che, secondo gli ultimi dati Ocse, solo il 29% delle donne usa l’AI generativa, a fronte di un 41% di uomini. Non solo: un’altra ricerca della Harvard Business School rivela che il tasso di adozione di strumenti AI da parte delle donne è inferiore del 25% rispetto agli uomini e che dietro questo gap ci sarebbero il timore di non essere all’altezza e di non rispettare i principi etici.

“Stiamo attenti”, precisa la professoressa Taddeo, che tutto sembra fuorché non all’altezza. “Si tratta di analisi empiriche circoscritte a campioni, è importante evitare di generalizzare e trivializzare questi temi. Ma è vero che Harvard riporta le preoccupazioni che le donne sviluppano rispetto alle questioni etiche e sociali sollevate dall’AI. Le donne sono più sensibili ai rischi etici del digitale e quindi più prudenti nell’uso della tecnologia. Rispetto all’accesso alla tecnologia, poi, esiste un gender gap che ha radici profonde. Le discriminazioni che compie l’AI sono effetto dei dati e dei numeri su cui la stessa tecnologia si appoggia, elementi che riflettono le società del passato profondamente maschiliste. Perciò l’AI non discrimina, ma perpetra pregiudizi”.

Un tipo di discriminazione che la filosofa dell’università Oxford ha provato sulla sua pelle. “Sono arrivata a Londra da giovane donna emigrata e sono entrata in un mondo accademico male-dominated. Destavo sospetto nei computer scientist che non concepivano la presenza di donne e diffidenza nei filosofi che non concepivano l’etica del digitale come materia valida. Subivo il fuoco incrociato, ma avevo letto Dante: ho guardato e sono passata”.

Ma Taddeo non è semplicemente passata, ha superato e tagliato molti traguardi fino a diventare una delle donne più competenti e influenti nel campo della tecnologia e dell’Etica dell’AI.

Il blackout in Spagna e in Portogallo ci ha ricordato quanto le nostre società siano dipendenti dal digitale. È una buona o una cattiva notizia?

Dipendiamo dal digitale forse con la stessa estensione con cui dipendiamo dall’energia. Anche se la dipendenza dall’energia è preminente, senza energia non c’è digitale. Alcuni report indicano che alla fine del 2024 oltre il 61% delle strutture sanitarie europee ha usato l’AI per le diagnosi. Lo stesso vale per la logistica: per la Commissione europea, tecnologie come la frenata automatica possono ridurre gli incidenti fino al 30%. Non solo: i processi decisionali ed operativi nella Difesa dipendono dalle tecnologie digitali.

Se questa sia una buona o cattiva notizia dipende dall’uso che facciamo dell’AI e dalla capacità di identificarne e limitarne i rischi. Dovremmo attivare misure di governance adeguate, senza farci condizionare dal timore che l’AI possa togliere centralità all’essere umano. In tanti temono che la creatività umana venga surclassata da quella dell’AI, ma questo è un approccio – antropocentrico – sbagliato: l’AI non è creativa, produce artefatti. Definirla creativa equivale a dire che la calcolatrice è un genio dell’aritmetica.

Quindi ha torto chi pensa che presto l’AI sostituirà la mente umana?

Chi lo sostiene tenta di distrarre il dibattito da questioni più cogenti, oppure cade vittima di un linguaggio spesso metaforico con il quale descriviamo l’AI.

Quando un modello di AI generativa si sbaglia diciamo che ‘ha le allucinazioni’: no, semplicemente c’è un errore nei suoi calcoli statistici. L’AI non si sostituisce ai lavori, li cambia. L’elemento di umanità è imprescindibile ed è legato all’intenzione di comunicare un messaggio, ovvero qualcosa che non appartiene all’AI. Tutto sta nel decidere quali compiti delegare alla tecnologia, sulla base di valori condivisi e dell’etica.

Se fai strategia di Difesa con l’AI sai che l’elemento umano è cruciale, perché è quello che garantisce la sorpresa. Due Paesi che si combattono in guerra e usano l’AI sono in stallo continuo: chi dei due ha la meglio? Serve l’elemento umano per sorprendere.

In che modo l’AI sta cambiando la politica e chi sta dimostrando di saperla usare?

L’AI cambia il modo in cui si fa politica, ma anche come la si percepisce. Viene usata per profilare gli elettori, ottimizzare messaggi, generare contenuti – dai post social ai deepfake. La capacità di intervenire su preferenze e opinioni rende le campagne più mirate, ma anche manipolative.

Se parliamo di ‘uso con destrezza’ purtroppo finora sono soprattutto gli attori malevoli ad aver mostrato più prontezza. Penso alle campagne di disinformazione automatizzata, alla polarizzazione del dibattito pubblico o alle tecniche per orientare gruppi di cittadini in modo poco trasparente. In questi casi l’AI non eleva la democrazia, la distorce.

Ma ci sono anche usi promettenti. In Canada e nei Paesi Bassi, ad esempio, sono stati sperimentati sistemi che guidano interventi mirati di policy, basati sull’evidenza. La sfida, quindi, non è solo tecnica, ma anche etica e politica.

L’AI è, insomma, un’arma affilata e profondamente ambivalente. Diventa una minaccia quando erode i valori e i diritti delle democrazie liberali, un rischio che corriamo tutti noi quando deleghiamo le nostre scelte. L’AI è sviluppata da attori privati che ci spingono a scegliere – un libro, una bici, ecc – secondo logiche parziali. Il digitale non è gratis, lo paghiamo con i dati, l’autonomia e la dignità.

In che modo l’AI sta cambiando la guerra? Come cambiano le competenze?

Parlerei di Difesa, non solo di guerra. Le competenze tecnologiche sono essenziali per evitare che chi usa l’AI lo faccia in modo eccessivamente fideistico, senza capirne potenziale e limiti. Va detto che il livello di expertise richiesto è alto, oltre alle competenze militari servono quelle ingegneristiche.

Non solo: l’AI supporta i processi operativi e decisionali – dal calcolo di bottiglie d’acqua che servono al fronte a come si identificano i target. E poi genera competitività internazionale, capacità imprescindibile per avere preminenza.

Quello di oggi è un Far West che non riusciamo a governare perché non abbiamo forme di controllo adeguate, serve una riflessione profonda. Società e guerra sono matrioske, quella della guerra impone la forma della società: se combattiamo senza rispetto dei nostri valori, trasformiamo i valori in chiacchiere. La Difesa deve valorizzare il discorso etico, solo così salvaguardiamo le nostre democrazie.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.