La Francia rischia di diventare la mina vagante d’Europa. Il Paese che ambisce a svolgere un ruolo guida nel vecchio Continente (del resto, è la seconda economia e l’unica potenza nucleare in seno all’Ue) non trova pace, letteralmente, al suo interno, e il prossimo 8 settembre il debole governo guidato da François Bayrou rischia di cadere con il voto sulla mozione di sfiducia dell’Assemblea nazionale. L’ennesimo scossone per la sempre più instabile democrazia francese.
Alle montagne russe politiche, cui i cittadini francesi sembrano ormai rassegnati, si è unita l’instabilità finanziaria, messa in evidenza dallo stesso premier Bayrou nel suo discorso in conferenza stampa: “Ogni ora di ogni giorno e di ogni notte noi accumuliamo 12 milioni di debito in più”. Per questo il governo ha proposto un piano di tagli massiccio alla spesa pubblica da 44 miliardi in quattro anni, “la finanziaria più importante della nostra storia”, citando il premier francese che è sulla tolda di comando da soli otto mesi.
L’instabilità finanziaria, sommata a quella politica, tratteggiano una Francia in crisi permanente, incapace di trovare soluzioni ai problemi reali di un Paese ostile alle riforme, con un presidente di minoranza, Macron, che appare tanto attivo sulla scena internazionale quanto incapace di incidere sul piano interno.
Non sorprende l’analisi di qualche giorno fa, pubblicata dal quotidiano francese Le Monde, che ha sottolineato una sorta di inversione di ruoli tra i nostri due Paesi: se un tempo l’Italia era il fanalino di coda in Europa, oggi la principale fonte di instabilità si chiama Parigi.
Secondo Le Monde (un giornale non certo di destra), l’Italia oggigiorno appare più credibile in finanza pubblica, e la conferma si trova nei dati su deficit, spread e rendimento dei titoli di stato. Mentre Roma ha imboccato una strada di prudenza fiscale, Parigi ha accumulato nuovo disavanzo, mettendo a rischio la propria credibilità sui mercati.
In tre anni di governo Meloni, l’Italia ha ridotto significativamente il deficit pubblico, scendendo dal 5,5 percento del Pil nel 2022 al 4,3 percento nel 2024, e quest’anno potrebbe scendere sotto il fatidico 3 percento, in ossequio ai parametri europei.
La Francia ha seguito la traiettoria opposta. Dopo il 2020, Parigi non è riuscita a ridurre il deficit, che nel 2024 è salito al 5,8 percento del Pil e che, secondo le previsioni, resterà sopra il 5 percento anche per il 2025.
Gli squilibri finanziari incidono sulle aspettative degli investitori che oggi ripongono una fiducia crescente nel nostro Paese. Lo spread, vale a dire il differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e francesi, conferma il trend premiante per l’Italia.
Nei momenti più duri della crisi del debito, nel 2011-2012, gli investitori chiedevano fino a 400 punti base in più per acquistare Btp italiani rispetto agli Oat francesi: un costo doppio, con Roma che pagava interessi al 7 percento contro il 3 percento di Parigi.
Oggi la situazione si è invertita. Per le obbligazioni a cinque anni lo scarto è addirittura scomparso a metà luglio. In pratica, l’Italia non paga più di fatto alcun premio di rischio rispetto alla Francia, segnale che la prudenza fiscale italiana ha conquistato la fiducia dei mercati mentre l’elevato deficit francese, unito alla instabilità politica e alla incapacità del presidente Macron di attuare le riforme necessarie, sono diventate un elemento di sfiducia verso il Paese che vorrebbe guidare l’Europa ma resta intrappolato in una paralisi senza sbocco.

