Per oltre la metà dei professionisti, i corsi di formazione sull’AI sono percepiti come un secondo lavoro, secondo un recente sondaggio di LinkedIn che evidenzia la frustrazione diffusa verso la proliferazione di programmi di automazione in azienda.
La maggioranza degli intervistati (51%) giudica eccessiva l’intensità e la frequenza delle richieste di formazione sull’AI, affermando che interferiscono con le responsabilità principali e contribuiscono al burnout. Tra le cause di insoddisfazione: moduli troppo densi, scadenze irrealistiche e scarsa chiarezza sui benefici pratici.
LinkedIn rileva un aumento dell’82% dei post che parlano di sentirsi sopraffatti e di come gestire il cambiamento. “La pressione crescente ad aggiornarsi sull’AI alimenta insicurezza tra i professionisti: un terzo (33%) ammette di sentirsi in imbarazzo per quanto poco ne capisca, e il 35% dice di essere nervoso a parlarne al lavoro per paura di sembrare impreparato”, ha scritto LinkedIn.
Impatti sul lavoro
Questi risultati arrivano mentre i datori di lavoro aumentano gli investimenti nell’upskilling per aiutare il personale ad adattarsi a nuovi processi basati sull’AI. Invece di sentirsi valorizzati, molti professionisti segnalano che i corsi aggiungono stress e allungano l’orario di lavoro, spesso senza compensi extra né reali miglioramenti del flusso operativo.
Ci sono conseguenze concrete e casi che spiegano l’insicurezza dei lavoratori. All’inizio del mese, Eric Vaughan, CEO di IgniteTech, ha raccontato a Fortune di aver licenziato quasi l’80% del personale dopo che non aveva risposto alla formazione sull’AI; Joshua Wöhle di Mindstone ha riferito un caso analogo: un CEO cliente aveva imposto di dedicare tutti i venerdì al retraining sull’AI, invitando a lasciare l’azienda chi non riportasse risultati costruttivi.
Il sondaggio mostra anche che, tra contenuti e programmi sull’AI sempre più numerosi, i professionisti si rivolgono soprattutto alle proprie reti, più che agli strumenti di AI o ai motori di ricerca, per consigli affidabili e supporto nel gestire i cambiamenti. Il 43% afferma che “la propria rete, le persone che conosce, resta la fonte n. 1 di consigli sul lavoro”, davanti a motori di ricerca e tool di AI. Quasi due terzi (64%) dicono che i colleghi li aiutano a decidere più in fretta e con maggiore sicurezza.
La scarsa efficacia dei progetti AI
La frustrazione verso la formazione obbligatoria potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Un recente studio del MIT ha rilevato che il 95% dei progetti pilota di AI generativa nelle imprese non ha prodotto ritorni misurabili sugli investimenti, alimentando i timori di una bolla: la spesa aziendale e l’hype degli investitori superano di molto i risultati.
Il report MIT NANDA ha analizzato centinaia di deployment: solo il 5% ha generato un’accelerazione rapida dei ricavi o miglioramenti operativi evidenti. La maggior parte dei piloti si blocca in test o viene abbandonata; le grandi aziende impiegano quasi un anno a scalare progetti che raramente riescono. Le principali barriere sono una scarsa integrazione aziendale e un gap di alfabetizzazione sull’AI — non tanto la qualità dei modelli.
A Wall Street e tra gli investitori istituzionali cresce l’allarme: gli investimenti record in AI non si traducono in profitti e potrebbero innescare una dolorosa resa dei conti per i titoli tech sopravvalutati. Alcuni stanno già riducendo l’esposizione, temendo che il divario tra realtà e hype sia insostenibile, come in precedenti bolle tecnologiche. Le attesissime trimestrali di Nvidia di mercoledì lo confermano: ricavi da record non hanno impedito al titolo di perdere qualche punto percentuale.
Collegamenti con il malessere in azienda
Mentre le aziende investono in piloti di AI e in titoli tech, i dipendenti sono sempre più scettici sia sul valore di business sia sulle continue richieste di upskilling. Con oltre metà dei professionisti che percepiscono la formazione come un secondo lavoro, lo studio del MIT offre il contesto: la spinta alla trasformazione digitale, per ora, grava sui lavoratori più di quanto li potenzi.
Il quadro suggerisce una tensione crescente tra il ritmo dell’implementazione tecnologica e l’esperienza quotidiana dei professionisti. Le aziende potrebbero dover ripensare l’approccio alla formazione sull’AI per evitare di alienare ulteriormente i dipendenti.
Aggiornamento, 28 agosto 2025: questo articolo è stato aggiornato per chiarire che i lavoratori coinvolti nella formazione sull’AI non necessariamente la trovano fastidiosa.
Per la stesura di questo articolo, Fortune si è avvalsa dell’intelligenza artificiale generativa per una prima bozza. Un editor ha successivamente verificato l’accuratezza delle informazioni prima della pubblicazione.
L’articolo originale è su Fortune.com
Foto: Abdullah Durmaz—Getty Images

