Lavoro, l’onda lunga delle ‘grandi  dimissioni’ (aspettando l’AI)

great resignation

Prima great resignation, poi quiet quitting, poi great regret, poi ancora great detachment: negli anni successivi alla pandemia il mondo del lavoro è stato travolto da una valanga di espressioni anglosassoni più o meno diffuse e conosciute, a rappresentare (e semplificare, a volte eccessivamente) le varie forme di rifiuto del lavoro che si sono manifestate sempre più spesso negli ultimi anni. Espressioni che significano poco, se non si capisce in quale contesto vengono analizzate. E quello italiano è un contesto con tante ombre e pochissime luci.

Prendiamo le grandi dimissioni. La ‘vera’ great resignation del 2021 è un fenomeno prettamente statunitense, per numeri ed estensione. Ma questo non vuol dire che in Italia i lavoratori fossero (e siano ancora oggi) più soddisfatti di quelli americani. La differenza principale nell’impatto delle grandi dimissioni statunitensi e italiane risiedeva “nel tasso di occupazione”, dice Francesca Coin, sociologa, docente all’Università di Parma e autrice di ‘Le grandi dimissioni’ (Einaudi, 2023). “Gli Stati Uniti vivono da anni una condizione di piena occupazione, mentre l’Italia resta uno dei Paesi europei con il tasso più basso. Negli Usa, durante il boom delle dimissioni, c’erano due posti di lavoro disponibili per ogni disoccupato. In Italia ogni disoccupato compete con almeno altri cinque per lo stesso posto. Questo rende le dimissioni molto più rischiose”.

I numeri delle grandi dimissioni, oggi

Nonostante questo, nel nostro Paese si registrano quasi due milioni di dimissioni volontarie all’anno, ricorda la sociologa citando i dati del ministero del Lavoro.

Per la Fondazione Consulenti del lavoro, 1,2 milioni di dimissioni riguardano contratti a tempo indeterminato. “Per due anni consecutivi – 2022 e 2023 – il numero ha doppiato quello dei licenziamenti. Nel 2024, a fronte della crisi di settori come l’automotive, i licenziamenti sono tornati a salire, ma resta il dato: milioni di persone ancora oggi scelgono di lasciare”, spiega Coin.

Cosa li spinge a farlo, anche quando il contesto è così precario? Secondo la sociologa “abbiamo trasformato la precarietà in virtù. Il risultato è che sempre più persone rifiutano un’idea di lavoro che non garantisce né reddito né dignità. I dati parlano chiaro: il fenomeno è strutturale”.

Altro termine diventato diffusissimo dopo la pandemia, il ‘burnout’ è al centro dei fenomeni di rifiuto del lavoro, secondo Coin, perché diretta conseguenza dell’ambiente lavorativo odierno. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità depressione ed ansia costano all’economia mondiale mille miliardi all’anno, a causa della perdita in produttività.

“Negli ultimi 30 anni c’è stata una crescente burocratizzazione e valutazione della performance, tra Kpi nel privato e new public management nel pubblico. Si è cercato di efficientare tutto, senza offrire una contropartita economica o umana. Il risultato è l’esplosione del burnout”, dice Coin, che avverte: la scuola ha assorbito quella stessa logica della competizione.

La radice del problema: la scuola

L’istruzione, nata per ridurre le disuguaglianze, “oggi tende a esasperarle”, selezionando solo i migliori per un mercato del lavoro che, spesso, “non offre nulla in cambio”. Dopo anni sotto esame, ad attendere gli studenti “c’è un tasso di disoccupazione giovanile del 22,8% e stipendi da 1.400 euro. Non è difficile capire la loro disaffezione”. Anche per questo si espatria? “Sì. Sempre più giovani e donne cercano all’estero il riconoscimento che in Italia non trovano. Abbiamo il penultimo tasso di laureati in Europa, davanti solo alla Romania. Eppure i laureati sembrano troppi per il mercato italiano, che non riesce a valorizzarli. È un paradosso moralistico: colpevolizziamo chi se ne va, ma il problema è sistemico”.

Ma è vero che gli italiani, in particolar modo i giovani, non hanno le competenze giuste per le nuove esigenze delle imprese? “Spesso si dice che le aziende non trovano personale per colpa delle competenze mancanti. In realtà, i numeri sulle ricollocazioni mostrano che le competenze ci sono, ma non vengono riconosciute. Serve un lavoro serio sulla valorizzazione di quelle skill. Quando parliamo di intelligenza artificiale o automazione, dobbiamo ricordarci che l’Italia è fanalino di coda in Europa anche se parliamo di ricerca e sviluppo: i giovani si aggiornano, ma il mercato non segue”.

L’impatto dell’intelligenza artificiale

Intanto, l’AI incombe. Il Ceo di Nvidia Jensen Huang è convinto che l’intelligenza artificiale ucciderà le professioni attuali solo se il “mondo finisce le idee”. Il Ceo di Anthropic Dario Amodei ha avvertito di un possibile 20% in meno di posti di lavoro per i white collar mondiali, nei prossimi 5 anni, mentre in Italia uno degli imprenditori più attivi nel settore, Luca Ferrari di Bending Spoons, ha ammonito che in un futuro più lontano l’unico rimedio alla crisi del lavoro innescata dall’AI sarà il reddito universale.

“Un grande esperimento sociale”

Coin è convinta che l’impatto sarà radicale. “Sembra un grande esperimento sociale di cui stiamo solo iniziando a vedere gli effetti: le professioni più impattate per ora sono quelle che hanno più a che fare con la creatività. Contemporaneamente vedo una contraddizione: mentre si avverte che ci sarà meno lavoro a disposizione, le aziende dicono che non trovano lavoratori. Come se domanda e offerta di lavoro avessero smesso di incontrarsi. Anni fa trapelò un memo in cui i dirigenti Amazon avvertivano che stava calando la manodopera a disposizione dell’azienda; negli anni successivi, ad aumentare sono stati gli investimenti sull’automazione”.

Più robot che esseri umani

Recentemente il Wall Street Journal ha riportato che Amazon è sempre più vicina a utilizzare più robot che esseri umani nei suoi magazzini. Attualmente ci sono 1,56 milioni di lavoratori e un milione di macchine. Il 75% delle consegne prevede il coinvolgimento della robotica. Qual è la relazione di causa-effetto? È l’automazione che fa sparire il personale o è la carenza di personale che induce all’investimento in automazione? “Questa relazione è più complessa rispetto a quanto si dice: sono due tendenze che coesistono, e che ci dicono che domanda e offerta di lavoro non si incrociano più. Temiamo che l’AI ci tolga il lavoro, ma nel frattempo le imprese non trovano lavoratori”.

Macchine connesse, umani disconnessi

Mentre il lavoro diventa sempre meno soddisfacente, le macchine minacciano di togliercelo, per riassumere. Nel Global State of the Workplace Report di Gallup si legge che dipendenti e manager si sentono “disconnessi, il che non promette bene in vista di un futuro modellato dall’AI”. Secondo il report lo scorso anno il coinvolgimento dei lavoratori è precipitato. La percentuale di dipendenti “engaged” è scesa al 21% nel 2024 – ed è solo la seconda volta che Gallup rileva un calo negli ultimi dodici anni. L’altra diminuzione si è registrata proprio nell’anno della pandemia, il 2020. Una risposta semplice ovviamente non esiste. La stessa Gallup ricorda che nuovi strumenti AI potrebbero aiutare ad aumentare il coinvolgimento e il benessere dei lavoratori. Ma ci sono soluzioni dal passato che a Coin sembrano particolarmente adatte.

La ricetta di Ford

Il posto di lavoro si può rendere di nuovo attrattivo, soprattutto in Italia, “con più salario e meno ore. Henry Ford lo capì un secolo fa. Ma se oggi preferiamo sostituire le persone con le macchine, il risultato sarà una crisi sociale acuta. E anche lo smantellamento del welfare va in questa direzione”, mentre i nuovi benefit, come la settimana corta, per ora sono cosa riservata alle sperimentazioni nelle grandi aziende. Le piccole imprese, che costituiscono l’ossatura del nostro sistema produttivo, faticano ad aggiornarsi. “Sul lavoro da remoto vedo molte resistenze culturali, nostalgia per il controllo visivo. Ma il senso del lavoro non può più essere lasciato al caso”. 

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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