In Europa, negli ultimi dieci anni, sono stati costruiti oltre 150 stadi, di cui solo 3 in Italia. Il ritardo del Belpaese è sempre più alto.
In Europa, negli ultimi dieci anni, sono stati costruiti oltre 150 stadi, di cui solo tre in Italia. L’età media degli impianti è di oltre 60 anni e il 33% di essi è stato costruito tra il 1920 e il 1937. Bastano questi semplici dati per comprendere la gravità della situazione dei nostri impianti e dell’ampio gap che separa le infrastrutture sportive italiane con quelle del resto del Vecchio Continente. A sottolineare la rilevanza del problema è stato lo stesso presidente dell’Uefa, Aleksander Ceferin, dichiarando che “gli stadi in Italia sono una vergogna”, evidenziando anche che nonostante il Belpaese, a livello calcistico, sia tra i più importanti d’Europa è “di gran lunga quello con le peggiori infrastrutture”. Infine, ha invocato l’aiuto “da parte del governo, dei comuni e anche da investitori privati” per far iniziare al più presto lavori di costruzione o ammodernamento degli impianti, per fare in modo che l’Italia sia pronta ad ospitare, insieme alla Turchia, gli Europei del 2032.
Cosa blocca la costruzione di nuovi stadi in Italia?
La burocrazia italiana è il principale ostacolo che i club italiani e investitori stranieri stanno incontrando per finalizzare i numerosi progetti presentati nel corso degli ultimi due decenni. Molto spesso a mettere i bastoni fra le ruote ci sono proprio le difficoltà ad ovviare tutte le autorizzazioni necessarie per avviare un’opera di tale importanza, nonché la volontà politica di alcuni Comuni. A questo proposito, l’esempio più eclatante è rappresentato da Milano, dove dopo tanti anni di scontri tra le due società calcistiche milanesi (Milan e Inter) con il sindaco Beppe Sala, sembrava vicina la fumata bianca per la vendita del Meazza che però è stata temporaneamente bloccata dall’inchiesta che ha colpito la giunta. Inoltre, problematiche burocratiche hanno fortemente rallentato il progetto dello stadio della Roma.
Nel 2014, l’allora governo guidato da Matteo Renzi, con la ribattezzata “legge sugli stadi”, aveva provato a semplificare le procedure amministrative, tuttavia il provvedimento è risultato inefficace anche perché si è scontrato con i problemi strutturali del nostro Paese nel realizzare le grandi opere. L’esecutivo Meloni sembra però aver messo sotto la lente d’ingrandimento il problema ed è pronto a creare un fondo equity destinato a investire nelle nuove infrastrutture sportive al fine di accelerare la costruzione o l’ammodernamento degli impianti, riconoscendoli come ‘infrastrutture strategiche nazionali’.
Al momento i progetti in fase più avanzata sono quello della Roma con il nuovo stadio a Pietralata (dopo i tentativi falliti con il progetto a Tor di Valle), quello del Bologna con la ristrutturazione del Dall’Ara e quello del Cagliari con il nuovo ‘Gigi Riva’ che dovrebbe arrivare a una capienza di 25mila posti e avrà un importante contributo della Regione Sardegna per circa 50 mln di euro. Tuttavia, rimangono al palo altri importanti progetti, di cui San Siro è nettamente il più importante, che prevedono investimenti per oltre 2,5 mld di euro.
Il gap di introiti tra gli stadi italiani e quelli europei
Il divario tra gli stadi italiani e quelli europei non è solo visivo, con gli impianti nostrani vecchi e in molti casi mal ridotti, ma è soprattutto economico. Il gap dei ricavi derivanti dagli stadi per i top team europei e per le squadre italiane esemplifica in maniera netta la perdita di competitività del nostro calcio in favore dei club spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi. Per fare una dimostrazione pratica: gli introiti degli stadi per Milan, Inter e Juventus hanno un peso sul bilancio complessivo, rispettivamente, per il 15,1%, il 14,8% e il 14,6%, contro una media europea che si attesta – secondo quanto riportato dall’Eurispes nel ‘Rapporto Italia 2025’ – al 18%.
In questo caso però le percentuali non raccontano tutto, poiché sul fronte dei ricavi totali c’è un grande divario anche rispetto al valore nominale. Basti pensare che nel 2024 il Real Madrid è stata la prima società a sfondare il muro del miliardo di euro di introiti in un solo anno, di cui quasi 250 mln di euro derivanti dal nuovo Santiago Bernabéu di recente ristrutturazione, una crescita del 103% rispetto all’anno precedente secondo lo studio di Deloitte ‘Football Money League 2025’. Tale aumento è dovuto all’ampliamento della capienza, alla presenza di attività commerciali all’interno e nelle vicinanze dello stadio, alla possibilità di offrire pacchetti premium ai tifosi con esperienze VIP e il tour dello stadio. Altri esempi di questo genere arrivano dalla Premier League dove tutte le squadre possiedono una stadio di proprietà moderno e al passo coi tempi, in grado di garantire introiti fondamentali per le casse dei club. Impianti come l’Emirates Stadium dell’Arsenal e il Tottenham Hotspur Stadium sono la prova lampante dell’importanza di infrastrutture nuove ed accessibili non solo per le partite di calcio, ma anche per altri eventi. Gli effetti positivi si vedono anche sul bilancio dei due club londinesi: i Gunners hanno incassato 717 mln di euro, mentre gli Spurs 615 mln di euro. Numeri che contrastano con i tre top team italiani: il Milan (13° nella classifica completa) ha generato ricavi per 398 mln di euro, con San Siro che ha contribuito solo con 87 mln di euro; l’Inter è al 14° posto con 391 mln di euro; la Juventus è al 16° posto (356 mln di euro), poiché nonostante lo stadio di proprietà, è penalizzata dalla bassa capienza dell’Allianz Stadium e dai risultati negativi sul campo.
Questi dati fanno emergere chiaramente la necessità per le squadre italiane di costruire nuovi stadi o ammodernare quelli esistenti per provare a stare al passo degli altri club europei. Un impianto di proprietà permette di produrre incassi in svariati modi: dalla sponsorizzazione del nome dello stadio alle attività di ristorazione e intrattenimento al suo interno, passando per eventi non sportivi e hospitality di qualità e lusso. La competitività del nostro calcio passa anche da qui: con maggiori ricavi, i club italiani potrebbero tornare ad investire sui migliori calciatori in circolazione e, di conseguenza, riprendere a battagliare seriamente per le competizioni più prestigiose d’Europa. Non è infatti un caso che l’ultimo successo in Champions League risalga a 15 anni fa. Per rivedere una squadra italiana sul tetto d’Europa e del mondo il primo passo è la costruzione di stadi adeguati.
Euro 2032 a rischio?
La riqualificazione degli stadi in Italia non è più rinviabile. Oltre alle legittime necessità dei club, c’è anche l’urgenza di avviare i cantieri per non perdere gli Europei del 2032 che l’Italia dovrebbe ospitare insieme alla Turchia. La Uefa ha già imposto i suoi paletti: entro il 2026 vanno stabiliti gli impianti da ristrutturare ed entro la prima metà del 2027 dovranno essere avviati i lavori, così da poter essere completati per la manifestazione europea. Dunque, date le difficoltà dell’Italia nel costruire le grandi opere, il rischio di non rientrare nei tempi è reale e concreto. In questo contesto si inserisce l’azione del governo Meloni che, attraverso il Decreto sport, mira a snellire le procedure burocratiche e promette un investimento di 5 mld di euro, proprio per facilitare e velocizzare l’apertura dei cantieri.
Ad oggi, in Italia è presente un solo impianto pronto ad ospitare le partite di Euro 2032: si tratta dell’Allianz Stadium di Torino dove gioca la Juventus (ma non ha la capacità sufficiente per ospitare la finale), mentre l’Olimpico di Roma e il Giuseppe Meazza di Milano, pur necessitando di lavori di ristrutturazione, sono vicini a rispettare i criteri Uefa. La federazione dovrà quindi scegliere tra due delle rimanenti sette città indicate in fase di candidatura (Firenze, Bologna, Bari, Napoli, Genova, Verona e Cagliari) senza che in nessuna di queste sia, ad oggi, presente uno stadio considerato a norma dalla Uefa. Di questi, l’Artemio Franchi di Firenze è uno di quelli con più possibilità di partecipare, dato che sono già partiti i lavori di ristrutturazione di una parte dello stadio della Fiorentina. Il presidente Rocco Commisso inoltre si è dichiarato disponibile a versare altri 50 mln di euro per completare l’opera.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)
