Dalla parità di genere ai diritti dei lavoratori, fino all’inclusione sociale: lo sport resta un terreno di disuguaglianze.
Lo “sport è un diritto umano fondamentale”, recita il Comitato Olimpico Internazionale (Cio). Ma basta guardarsi attorno per capire che tra il dire e il fare c’è di mezzo un campo (da gioco) ancora profondamente diseguale. Genere, orientamento sessuale, disabilità, origine etnica o contesto socioeconomico sono ancora oggi fattori che determinano chi può accedere allo sport, come, e con quali diritti.
Atlete, disuguaglianze e battaglie aperte
Negli ultimi anni, le disuguaglianze di genere nello sport sono emerse con forza, grazie anche alla pressione crescente di atlete determinate a cambiare le regole del gioco. Nel 2018, Layne Beachley – sette volte campionessa del mondo di surf – ha guidato una campagna che ha spinto la World Surf League a introdurre premi in denaro uguali per uomini e donne: una svolta storica. Nel 2022, le calciatrici statunitensi, con Megan Rapinoe in prima linea, hanno trascinato la loro federazione in tribunale per ottenere la parità salariale. E hanno vinto. Ma si tratta ancora di eccezioni. In molte discipline, le atlete continuano a ricevere premi ridotti, minore visibilità mediatica e condizioni professionali diseguali.
In Italia, la disparità è evidente anche a livello normativo: ad oggi, solo cinque federazioni sportive riconoscono il professionismo femminile – calcio, ciclismo, golf, motociclismo e, solo per la Serie A1, pallacanestro. Tutte le altre continuano a trattare le atlete come dilettanti, con ricadute dirette su salari, tutele contrattuali e previdenziali, e prospettive di carriera.
Le diseguaglianze per la comunità Lgbt
Non è solo una questione economica. È anche una questione di diritti riproduttivi, maternità e stereotipi. La tennista Serena Williams ha raccontato le difficoltà affrontate dopo la gravidanza. E molte atlete ancora rinunciano a diventare madri per paura di perdere sponsorizzazioni o contratti. Anche per le persone LGBTQIA+, lo sport può diventare uno spazio ostile. L’apertura del coming out resta un tabù, soprattutto nello sport maschile professionistico. I casi di abbandono precoce, bullismo o invisibilità non mancano. E sul fronte delle persone trans, le normative delle federazioni oscillano tra inclusione ed esclusione, spesso alimentando un dibattito strumentale più che basato su dati scientifici.
Lo sport resta inoltre un vero privilegio per molti minori, soprattutto nei contesti svantaggiati. Nel 2021, è stato stimato che in Italia oltre 1 bambino su 4 non pratica attività sportiva, con forti disparità legate a reddito, origine e territorio. E solo il 53% degli alunni stranieri fa sport extrascolastico e nel Sud meno del 25% delle scuole ha una palestra.
Il lato oscuro degli eventi globali
Negli ultimi anni, Paesi con gravi violazioni dei diritti umani come il Qatar hanno utilizzato lo sport come strumento di legittimazione. Durante i Mondiali del 2022, ad esempio, Amnesty International ha denunciato le condizioni di lavoro dei migranti coinvolti per costruire stadi e altre infrastrutture funzionali ad ospitare sportivi da tutto il mondo. Si stima che oltre 6mila persone siano morte di fame, sete, fatica, o sfruttamento. Mentre non si hanno numeriche precise sul numero di lavoratori vittime di ritardi o mancati versamenti dei salari. La Coppa del mondo in Qatar ha portato alla Fifa la cifra record di 7,5 mld di dollari, ma della creazione di un fondo per i risarcimenti per le vittime sopravvissute e i loro familiari neanche l’ombra. In assenza di una due diligence rigorosa, che imponga dei parametri minimi sui diritti umani, gli eventi sportivi rischiano di diventare passerelle in mondovisione per regimi repressivi. Ed è qui che le organizzazioni sportive, le imprese sponsor e la società civile devono assumersi responsabilità reali, non solo di immagine.
Le buone pratiche dello sport che fanno sperare
Tra pressioni dal basso e riforme ai vertici, lo sport inizia a parlare – e talvolta ad agire – il linguaggio dei diritti. Marcus Rashford ha costretto il governo britannico a fare i conti con la povertà infantile, trasformando la sua fama in una piattaforma di giustizia sociale. Alexia Putellas, Pallone d’Oro spagnolo, ha usato la sua voce per chiedere parità salariale e più leadership femminile nello sport. Anche le organizzazioni internazionali stanno facendo passi concreti. Fifa ha varato una Human Rights Policy per integrare i diritti umani nelle operazioni e nei tornei, accompagnata da campagne come No Discrimination e Unite for Inclusion, in collaborazione con l’Onu. Nel 2025 ha lanciato il Global Citizen Education Fund, un fondo da 100 mln di dollari per finanziare progetti che uniscono calcio, istruzione e sviluppo in oltre 200 Paesi. Il Comitato Olimpico Internazionale ha definito un framework per l’equità di genere, l’inclusione e la non discriminazione su identità di genere e variazioni sessuali, espressamente inserito nella Carta Olimpica e rafforzato nel 2021. In collaborazione con l’organizzazione Shift, il Cio ha inoltre avviato un Human Rights Strategic Framework per integrare i principi di dignità, inclusione e non discriminazione in tutte le fasi degli eventi olimpici.
I Giochi Olimpici e Paralimpici, nonostante le contraddizioni, garantiscono parità numerica tra atleti e atlete e hanno introdotto discipline miste per ampliare i confini della rappresentatività.
Una questione politica, non solo sportiva
Lo sport può essere uno straordinario veicolo di emancipazione, resilienza e trasformazione sociale. Lo vediamo nei progetti di sport per rifugiati, nelle squadre inclusive, nelle storie di ragazze che sfidano i divieti in Iran o in Afghanistan per correre, lottare, nuotare. Per questo non è mai ‘solo sport’. È una questione di diritti, di giustizia, di futuro.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)
