Eures e Istat: per i giovani italiani trovare lavoro è ancora difficile

dati Istat e Eures su occupazione.

Al di là dei segnali di ripresa, i numeri italiani sull’occupazione giovanile vanno analizzati. Ecco cosa dicono i dati Eures e Istat.

In un Paese che invecchia rapidamente, dove l’età media supera i 46 anni e la natalità è ai minimi storici, la valorizzazione dei giovani dovrebbe essere una priorità nazionale. Eppure, i dati raccontano una realtà molto diversa. In Italia, trovare lavoro da giovani è ancora difficile, mantenerlo lo è ancora di più, e costruirsi una prospettiva autonoma appare per molti un obiettivo irraggiungibile. È questo il quadro che emerge dal 21° Rapporto Eures sul mercato del lavoro in Italia, pubblicato nel 2024 e incentrato sulla condizione occupazionale dei giovani tra i 15 e i 34 anni.

Ma nemmeno i più recenti dati dell’Istat restituiscono una fotografia migliore. A marzo 2025 il mercato del lavoro italiano manda segnali misti: l’occupazione cala lievemente su base mensile (-16mila unità), ma cresce con forza su base annua (+450mila). A diminuire sono soprattutto i contratti a termine e il lavoro autonomo, mentre continua a crescere il lavoro dipendente stabile, che oggi rappresenta la componente più solida dell’occupazione nazionale.

L’Istat certifica che il tasso di occupazione si mantiene stabile al 63%, ma aumenta la disoccupazione generale (al 6%, +0,1 punti) e quella giovanile, che sale bruscamente al 19% (+1,6 punti).

La fotografia che emerge è quella di un sistema che recupera occupazione strutturale nel lungo periodo, ma fatica a includere i più giovani, le donne e chi lavora in forme contrattuali meno tutelate.

Il calo congiunturale è trainato da una riduzione dei dipendenti a termine (-2,4%) e degli autonomi (-0,3%), a fronte della crescita dei dipendenti permanenti (+0,4%). Un segnale che, in apparenza, può essere letto come un rafforzamento della qualità occupazionale. A oggi, i dipendenti permanenti sono 16,56 milioni, contro i 2,59 milioni a termine e i 5,15 milioni di lavoratori autonomi.

Nel confronto con marzo 2024, la crescita è netta: +1,9%, pari a 450mila occupati in più. Ma il saldo è polarizzato. Crescono i dipendenti stabili (+673mila) e gli autonomi (+47mila), mentre i lavoratori a tempo determinato si riducono drasticamente (-269mila).

La fascia demografica che guida l’aumento dell’occupazione è quella over 35, mentre per i giovani sotto i 34 anni l’occupazione cala e l’inattività cresce. Un segnale strutturale di esclusione generazionale, già noto, ma che si conferma in maniera puntuale: i più penalizzati sono i 15-24enni, con un’impennata della disoccupazione e una sostanziale stagnazione dell’inattività.

Solo tra i 25-34enni si registra un leggero aumento degli inattivi, a fronte di un’occupazione in calo. Il quadro trimestrale offre un altro elemento rilevante: tra gennaio e marzo 2025 gli occupati sono aumentati di 224mila unità, ma anche le persone in cerca di lavoro sono cresciute (+7mila), mentre gli inattivi sono diminuiti sensibilmente (-217mila). Un segnale di maggiore partecipazione al mercato del lavoro, pur tra molte fragilità.

Anche il confronto di genere offre spunti interessanti. A marzo, rispetto al mese precedente, tra gli uomini aumentano occupazione e disoccupazione, mentre cala l’inattività. Tra le donne succede l’opposto: calano occupazione e disoccupazione, e cresce l’inattività. La dinamica di lungo periodo, però, è più incoraggiante: in un anno l’occupazione femminile cresce di 1 punto percentuale, la disoccupazione cala di 1,7 punti, e l’inattività scende lievemente (-0,1).

Fare un confronto con i dati del Rapporto Eures, quindi con i numeri degli anni precedenti, ci permette di avere una fotografia più completa e articolata del mondo del lavoro.

Nel 2023, il tasso di occupazione giovanile in Italia si è attestato al 45,6%, con una lieve crescita rispetto all’anno precedente (+0,5%). Un progresso quasi impercettibile, se confrontato con la media dell’Unione Europea (58%). Peggio di noi solo Grecia (42,5%) e Serbia (43,9%). Nazioni come i Paesi Bassi (68,5%), la Germania (62,9%) o la Danimarca (63,1%) offrono ai giovani opportunità di ingresso nel mondo del lavoro molto più ampie e stabili.

Il confronto si fa ancora più impietoso osservando la fascia d’età 15-24 anni, dove in Italia lavora appena il 20,9% dei giovani, contro il 36,4% della media Ue. Ma non si tratta solo di quantità: il lavoro giovanile italiano è anche qualitativamente fragile. Il 62,4% dei giovani occupati tra i 15 e i 34 anni ha un contratto a tempo determinato. Tra i 15-24enni, la quota sale a oltre l’80%. Sono dati che confermano come la precarietà sia ormai la normalità per i giovani lavoratori italiani. Un mercato in cui le transizioni verso il tempo indeterminato sono lente, incerte, e spesso tardive.

Anche dal punto di vista retributivo il quadro è desolante: oltre la metà dei giovani guadagna meno di 1.000 euro netti al mese, e solo il 10% supera i 1.400 euro. Quasi un giovane su quattro (23,6%) lavora part-time senza averlo scelto, per mancanza di alternative. Un ‘sottolavoro’ che rende difficile uscire dalla dipendenza familiare o pianificare un futuro autonomo.

In occasione della Giornata mondiale delle competenze giovanili, celebrata lo scorso 15 luglio, i dati Istat ed Eurostat sui cosiddetti Neet — giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione — offrono uno spaccato tutt’altro che rassicurante per l’Italia.

Nel 2024 la percentuale dei Neet si è attestata al 15,2%, in calo rispetto al 2023 (16,1%) e al 2022 (19%). Un miglioramento netto, eppure insufficiente: il nostro Paese resta secondo in Europa per incidenza del fenomeno, preceduto solo dalla Romania (19,4%). La media Ue si ferma all’11%, con Paesi Bassi, Svezia e Malta già ben al di sotto dell’obiettivo europeo per il 2030, fissato al 9%.

Uno dei dati più significativi riguarda il livello di istruzione. In Italia il 17,8% dei giovani diplomati è Neet: più della media Ue per la stessa fascia (11,3%) e perfino più di quanto si registra tra i coetanei con la sola licenza media (13,3%). La percentuale scende all’11,8% tra i laureati, segno che l’istruzione universitaria, sebbene non garantisca piena occupazione, rappresenta ancora una forma di tutela.

Questo paradosso riflette una doppia fragilità del sistema: da un lato, la dispersione implicita, ovvero l’ottenimento di titoli di studio che non corrispondono a competenze reali. Dall’altro, la debolezza dell’orientamento scolastico, che spesso espone gli studenti a scelte non consapevoli, con conseguente abbandono precoce o mancata prosecuzione degli studi.

L’analisi territoriale aggiunge un altro livello di complessità. I Neet non si distribuiscono in modo omogeneo: nelle aree urbane densamente popolate l’incidenza supera il 16%, mentre nei comuni rurali si ferma al 14,4%. Le differenze diventano macroscopiche se si osservano i dati comunali.

Nel 2020, secondo le statistiche sperimentali Istat, Catania era il capoluogo con la quota più alta di Neet (42%), seguita da Palermo (39,8%), Napoli (37,3%) e Messina (33,7%). Di contro, città come Belluno (16,1%), Pesaro (16,4%) e Rimini (17,3%) rappresentano le aree più virtuose.

Una dinamica che ripropone, ancora una volta, la frattura storica tra Nord e Sud, ma che segnala anche un’emergenza urbana: nelle grandi città del Mezzogiorno il rischio di esclusione giovanile è strutturale, con implicazioni gravi sul piano sociale, economico e democratico.

Il fenomeno dei Neet è spesso interpretato solo come un’emergenza giovanile. In realtà è una cartina di tornasole del malfunzionamento dell’intero ecosistema formativo e occupazionale: dalla scuola al mercato del lavoro, passando per le politiche attive e i servizi territoriali.

Non è un caso che tra gli obiettivi dell’Unione europea per il 2030 vi sia proprio la riduzione dei Neet sotto il 9%, nell’ambito del Pilastro dei diritti sociali. Ma per l’Italia raggiungerlo significa ripensare radicalmente il rapporto tra educazione, competenze e sviluppo locale. Investendo in orientamento, rafforzando l’istruzione tecnica e professionalizzante, colmando i divari digitali e territoriali. Perché dietro ogni Neet c’è un talento che rischia di andare disperso. E ogni talento perduto è un freno alla crescita del Paese.

A smentire un luogo comune diffuso, neppure l’istruzione universitaria è garanzia di accesso al lavoro. Solo il 58,3% dei giovani laureati tra i 25 e i 34 anni risulta occupato, e quasi il 30% svolge un lavoro per cui è sovraqualificato. Una sotto-utilizzazione del capitale umano che frustra le aspettative individuali e rappresenta un enorme spreco per il sistema-Paese.

Anche qui, il confronto europeo è impietoso: in Germania e nei Paesi Bassi, il tasso di occupazione tra i laureati della stessa fascia d’età supera il 75%. Un segnale che il problema italiano riguarda l’intero sistema di transizione scuola-lavoro.

I dati Eures e Istat non lasciano spazio a interpretazioni: quello del lavoro giovanile in Italia è un problema strutturale, cronico, trasversale. Non si risolve con bonus temporanei o incentivi episodici.

Serve una strategia nazionale che investa sulla formazione continua, sul rafforzamento delle politiche attive, sul collegamento tra sistema educativo e imprese. Servono incentivi duraturi all’assunzione, e una riforma coraggiosa dei contratti di lavoro. Ma serve anche una visione. Restituire fiducia ai giovani significa offrire loro non solo un lavoro, ma una prospettiva. Perché senza un rilancio dell’occupazione giovanile, non ci sarà futuro per il Paese.

L’articolo originale è stato pubblicato sullo Speciale ‘Giovani e Lavoro: una missione oltre i numeri‘ sul numero Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

Poste Italiane Dic 25

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