Il mercato dell’Audiovisivo in Italia vale (nel 2024) 16,3 miliardi di euro, con un balzo del +9% rispetto all’anno precedente, consolidando una crescita media annua del +4,6% dal 2018, più del doppio rispetto al PIL nazionale. La televisione lineare è sempre protagonista con il 52% della quota mercato, seguita da video online, segmento in continua espansione. La filiera coinvolge oltre 124.000 professionisti, con 4.747 donne imprenditrici e una significativa presenza di under 35, pur mantenendo un settore a prevalenza maschile e concentrato nel Lazio. Abbiamo incontrato Chiara Sbarigia, presidente APA (Associazioni Produttori Audiovisivi) a margine del 7° Rapporto sulla Produzione Audiovisiva Nazionale presentato durante il MIA – Mercato Internazionale dell’Audiovisivo.
Sbarigia, in questi giorni è in corso la decima edizione del Mercato Internazionale dell’Audiovisivo. Lei ha presentato un rapporto APA (Associazioni Produttori Audiovisivo) ricco di numeri, dati e analisi. Da dove partiamo?
“Da una certezza: siamo un settore stabile, un’industria con una sua stabilità ha numerosi aspetti positivi, è una buona notizia. Abbiamo vissuto un boom post pandemia ed un altro di tax credit che rispondeva a numerose richieste, mentre ora vivremo una fase più organica, dove qualità e quantità di prodotto devono inevitabilmente andare a braccetto, con una sempre maggiore capacità di internazionalizzazione per serie e film”.
Un prodotto che sia però localmente forte.
“Questo è necessario. Se prendiamo i casi di ‘Mare Fuori’, ‘Gomorra’ o una soap come ‘Il Paradiso delle Signore’, parliamo di operazioni innanzitutto vincenti in Italia e che hanno avuto una forza tale da poter essere esportati. Questa è una condizione non esclusiva ma sicuramente necessaria. Perché l’entusiasmo di un’affermazione interna genera un’onda lunga, anche di comunicazione e non solo di numeri, capace di arrivare anche fuori i nostri confini: un prodotto domestico ma con ambizioni globali. È questa la sfida”.
Il momento è particolarmente creativo, variegato, con prodotti audiovisivi pensati per varie tipologie di pubblico.
“Per i produttori è importante avere committenti con linee editoriali ben definite, ma soprattutto una pluriennalità di visione comune e di programmi per mettere in cantiere non solo le opere di oggi ma quelle di domani, e per domani s’intendono almeno 3-5 anni da oggi. In qualsiasi industria la produzione non è mai contingente al fabbisogno odierno, si cerca sempre di guardare oltre. E l’audiovisivo deve permettere ai produttori, e a tutta la filiera, di poter lavorare con la massima serenità organizzativa. Perché qui l’oggetto della produzione sono idee e contenuti, sono ‘IP’ da creare o tratte da libri e podcast da portare sullo schermo. Insomma ci vuole, da parte di tutti, tempo, prospettiva e programmazione”.
Il Rapporto evidenzia una nuova fase: si osserva un passaggio da un modello “demand-driven” a un modello “product-driven”. In questo contesto il sistema del Tax Credit rimane una leva essenziale per sostenere la crescita della domanda, la ricerca della qualità e la produzione indipendente.
“Il valore aggiunto del nostro sistema produttivo è nelle imprese indipendenti: sono loro a garantire titolarità delle idee, flessibilità operativa e capacità di costruire progetti esportabili. Investire nella loro sostenibilità finanziaria e nella chiarezza delle regole significa rafforzare la competitività internazionale del prodotto audiovisivo italiano”.
Il MIA cresce a vista d’occhio, con panel sold out e centinaia di addetti ai lavori accreditati da tutto il mondo. È soddisfatta?
“Il presidente dell’Anica, Alessandro Usai, ed io, siamo particolarmente contenti. Questo non è un mercato tradizionale, non c’è una vendita del prodotto finito ma è un networking continuo, un luogo dove ci s’incontra e si dibatte di temi, dall’AI a cosa vogliono vedere certi target di spettatori, i ragionamenti normativi, ecc… Tra qualche giorno penseremo già all’edizione del prossimo anno”.
