L’economia di guerra russa ha raggiunto proporzioni tali da dover allarmare ogni leader europeo. Tra il 2022 e il 2024, Mosca ha destinato almeno 263 miliardi di dollari alla spesa per la difesa – circa il 7% del PIL ogni anno – trasformando una parte enorme della propria economia in un complesso militare-industriale su una scala senza precedenti dai tempi della Guerra fredda. Nel frattempo, la Cina ha ulteriormente stretto la presa sulle esportazioni di terre rare, dando a Pechino il potere di bloccare potenzialmente la produzione europea nel settore della difesa. Non si tratta di minacce ipotetiche, ma della realtà di oggi – e la risposta europea è stata finora troppo lenta.
I numeri raccontano una storia allarmante. Nel 2023, i membri europei della NATO hanno speso complessivamente circa 343 miliardi di euro per la difesa, ma questa somma è stata distribuita tra 27 paesi, con sistemi di approvvigionamento frammentati e una lenta adozione delle tecnologie emergenti. La Russia, con un’economia più piccola di quella italiana, ha invece militarizzato l’intera base industriale con un’efficienza spietata. L’asimmetria non riguarda solo la spesa, ma anche la velocità, la concentrazione e la disponibilità ad abbracciare l’innovazione dirompente.
L’Europa si trova ora davanti a una scelta cruciale: continuare a fare affidamento sui tradizionali appaltatori della difesa, che operano secondo tempistiche di approvvigionamento vecchie di decenni, oppure abbracciare rapidamente la rivoluzione tecnologica che sta ridisegnando la guerra moderna. Le prove dal fronte ucraino sono inequivocabili: sciami di droni alimentati dall’AI, sistemi autonomi e piattaforme software-defined stanno determinando gli esiti sul campo di battaglia. Eppure, i governi europei restano riluttanti ad acquistare dalle startup innovative che sviluppano queste capacità.
La portata della sfida
Nella nostra nuova European Resilience Roadmap, spieghiamo perché la tecnologia per la difesa rappresenta la più grande opportunità di crescita per l’Europa – e un possibile percorso verso una rinnovata prosperità grazie alle innovazioni a duplice uso – oltre che la sua più urgente priorità strategica. Si prevede che la spesa europea per la difesa crescerà da 285 miliardi di euro nel 2021 a 970 miliardi entro il 2030, con un aumento di 3,4 volte trainato dall’impegno della NATO a destinare il 3,5% del PIL.
Ma il denaro, da solo, non proteggerà l’Europa. Se i capitali continueranno a confluire principalmente verso gli appaltatori tradizionali che costruiscono sistemi obsoleti, il continente rimarrà pericolosamente esposto. Il campo di battaglia moderno richiede sciami di droni autonomi, sistemi di comando e controllo basati sull’AI, sorveglianza spaziale reattiva e una produzione distribuita capace di operare anche sotto attacco.
Basta un confronto: le forze ucraine, che utilizzano impianti containerizzati di stampa 3D vicino al fronte, possono progettare, stampare e distribuire contromisure ai droni in poche ore. I cicli di approvvigionamento europei, invece, si misurano in anni – a volte in decenni. Questo divario non è solo inefficiente, ma strategicamente pericoloso.
Spezzare le dipendenze critiche
Le recenti restrizioni cinesi all’export di terre rare rivelano un’altra vulnerabilità. Pechino controlla circa il 90% della produzione mondiale di magneti in terre rare – materiali essenziali non solo per tecnologie commerciali come iPhone, apparecchiature mediche, risonanze magnetiche ed EV, ma anche per applicazioni militari, dai caccia F-35 (che contengono oltre 400 kg di terre rare) ai sottomarini della classe Virginia (oltre 4.000 kg). Se non affrontate, queste restrizioni rallenteranno quasi certamente la produzione di difesa in Europa e negli Stati Uniti entro pochi mesi.
L’eccessiva dipendenza europea dalla manifattura cinese e dalla tecnologia militare americana ha creato una doppia vulnerabilità che mina l’autonomia strategica. Superarla richiede investimenti massicci nella manifattura industriale avanzata – dagli impianti di produzione additiva operativi nelle zone di conflitto alle fabbriche autonome capaci di incrementare la produzione 24 ore su 24.
Le startup europee stanno già costruendo soluzioni: la svizzera SAEKI è pioniera nella produzione additiva on demand, mentre la tedesca RobCo sviluppa sistemi robotici modulari. Ma serve che i governi diventino clienti pronti ad acquistare con rapidità e su larga scala.
Imparare dagli Stati Uniti
Gli Stati Uniti spendono circa 877 miliardi di dollari l’anno per la difesa – più dei successivi nove paesi messi insieme. Le aziende tecnologiche della difesa americane beneficiano del Dipartimento della Difesa come cliente di riferimento, disposto a scommettere su startup innovative attraverso programmi come lo Small Business Innovation Research (SBIR).
L’Europa non può competere dollaro su dollaro con Washington, ma deve eguagliarne la disponibilità ad accettare il rischio e a sostenere l’innovazione. Le aziende europee di difesa di maggior successo saranno quelle in grado di servire sia i governi europei sia il Dipartimento della Difesa statunitense, sfruttando le partnership transatlantiche. La nostra società in portafoglio Auterion lo dimostra: fondata da europei, impiegata in Ucraina e in fase di espansione globale grazie a collaborazioni con appaltatori europei e americani.
Cinque domini cruciali
Come descriviamo nella European Resilience Roadmap, cinque ambiti tecnologici determineranno il futuro della difesa europea: autonomia fisica su aria, terra e mare; difesa aerea; comando e controllo basati su AI; sovranità spaziale; e manifattura industriale avanzata. Le startup europee stanno innovando in tutti e cinque – dai satelliti di sorveglianza all-weather di ICEYE ai sistemi di difesa aerea a basso costo di Cambridge Aerospace e Tytan Technologies, fino ai robot modulari terrestri di ARX Robotics.
Cosa devono fare i governi
Le nazioni europee devono riformare radicalmente il procurement della difesa:
- Accelerare i tempi da anni a mesi per le tecnologie già comprovate
- Creare programmi equivalenti all’SBIR che offrano finanziamenti R&S non diluitivi
- Abilitare appalti transfrontalieri per scalare le innovazioni tra gli alleati NATO
- Imporre standard di interoperabilità per garantire la compatibilità tra sistemi
- Riservare fondi specifici alle aziende non tradizionali del settore difesa
Soprattutto, i governi devono riconoscere che l’innovazione nasce sempre più in luoghi inaspettati – aziende nate nei mercati commerciali che portano approcci radicalmente diversi rispetto ai grandi appaltatori storici.
In sintesi
La Russia ha ristrutturato l’intera economia per una produzione militare sostenuta. La Cina controlla materiali critici indispensabili per la difesa moderna. Gli Stati Uniti mantengono una superiorità tecnologica schiacciante, ma con impegni sempre meno prevedibili. L’Europa non può più permettersi di esternalizzare la propria sicurezza né di rinviare l’adozione dell’innovazione che sta trasformando la guerra.
Le aziende che nascono oggi definiranno le capacità di difesa europea per i prossimi trent’anni. In Bessemer stiamo sostenendo gli innovatori europei della difesa nel lungo periodo, collegandoli ai mercati globali e offrendo capitale paziente. La domanda è se i governi europei sapranno eguagliare questo impegno con riforme negli appalti e con l’urgenza che il momento richiede.
La corsa all’innovazione nella difesa è già iniziata. L’Europa deve cominciare a correre.
Alex Ferrara è partner di Bessemer Venture Partners, attiva negli investimenti europei in aziende della difesa e tech
L’articolo originale è disponibile qui.

