Già a novembre 2023, a sperimentazione sull’euro digitale appena avviata dalla Bce, il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta identificava il rischio di “non” procedere sulla strada di una Central bank digital currency: in sostanza, di lasciare campo libero alle Big tech, alle stablecoin e ai grandi player dei sistemi di pagamento americani, a scapito della stabilità finanziaria. Due anni dopo, durante la Giornata mondiale del risparmio organizzata da Acri, è proprio il Governatore a ricordare che la prima fase del progetto è conclusa.
Nella riunione del Consiglio direttivo del 30 ottobre che si tiene a Firenze la Bce “deciderà se dare avvio alla fase di sviluppo, che – in caso di decisione positiva – inizierà il primo novembre”, ha detto Panetta.
Mentre la Bce continuerà a lavorare sullo sviluppo della moneta, sarà il Parlamento europeo a dover approvare la decisione di emettere l’euro digitale, attesa entro il 2026. “L’obiettivo è avviare una fase di prova nel 2027 ed essere pronti per l’introduzione nella prima metà del 2029, offrendo ai cittadini europei uno strumento complementare ai mezzi di pagamento privati e al contante cartaceo”, ricorda il Governatore.
Gli oneri per le banche
Nel discorso pronunciato due anni fa dal Governatore a Francoforte, in una conferenza dedicata proprio alle Cbdc, ci sono buona parte degli elementi tenuti in considerazione ancora oggi dai tecnici dell’Eurosistema, come il limite di detenzione in portafoglio e la risposta alle preoccupazioni di chi pensa che possano venire danneggiati i depositi bancari tradizionali.
In questa fase, spiega il Governatore, l’Eurosistema “realizzerà l’infrastruttura tecnica ed effettuerà i test sulle principali funzionalità, in stretta collaborazione con i fornitori esterni di servizi”.
Ma il Governatore si concentra soprattutto sul ruolo delle banche, in parte preoccupate dagli oneri che comporterà mettere in piedi i servizi che ruoteranno intorno all’euro digitale.
Due anni fa la Commissione europea aveva già un’idea di quei costi, ma solo recentemente è stata pubblicata una stima più precisa, che va dai 4 ai 5,7 mld di euro, con un carico maggiore sulle spalle degli istituti più grandi. Eppure, dice il Governatore, l’euro digitale per le banche rimane una grande opportunità.
Innanzitutto, “i costi per costruire l’infrastruttura tecnologica dell’euro digitale saranno pagati dalla banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali, non dalle banche. Questi costi poi saranno recuperati attraverso il signoraggio, cioè i vantaggi che le banche centrali hanno da emettere moneta e da investire quella moneta in titoli sul mercato”.
Sui costi stimati per gli istituti di credito, dice Panetta, “noi abbiamo credo 5.000 banche in Europa:un milione in media banca”, anche se “ovviamente le più grandi pagheranno di più in quattro anni. Ma questi sono i costi di adattamento, ogni volta che c’è uno strumento di pagamento le banche devono adattare i loro sistemi e la loro operatività, quindi è un costo non irrilevante ma non è un costo eccessivo”.
Nella loro funzione di intermediari vigilati e in quanto “unici autorizzati alla distribuzione della moneta elettronica pubblica”, per gli istituti di credito il progetto “rappresenta un’opportunità strategica: basato su standard tecnologici aperti, esso consentirà di ampliare la gamma dei servizi di pagamento digitale, mantenendo il rapporto diretto con la clientela e acquisendo la possibilità di operare su scala paneuropea. L’euro digitale favorirà la partecipazione anche degli intermediari di minori dimensioni, che oggi incontrano maggiori difficoltà a competere in questo segmento”.
Oltre ad allargare la platea delle banche che parteciperanno alla nuova era dei pagamenti Made in Europe, l’euro digitale eviterà “la disintermediazione del sistema creditizio” e, come già detto, eviteranno di mettere in pericolo i depositi bancari grazie non solo ai limiti di detenzione, ma anche al fatto che gli ‘wallet’ non saranno remunerati.
Ma per Panetta l’euro digitale sarà competitivo anche per “le innovazioni” che porta, come la possibilità di effettuare pagamenti offline, in assenza di connessione internet e di elettricità: “Una soluzione preziosa in situazioni di emergenza, particolarmente utile in tempi in cui tensioni geopolitiche e attacchi cibernetici possono far emergere vulnerabilità infrastrutturali”.
Quello che è aumentato in due anni è sicuramente il movimento delle stablecoin, con la spinta decisiva del Genius Act americano. Una filosofia decisamente diversa da quella europea. lo stesso Governatore dice da una parte che le stablecoin possono essere governate con regole adeguate mentre allo stesso tempo quelle stesse regole possono “rafforzare” la fiducia nel sistema finanziario, ma non “crearla”. Quello lo può fare solo una moneta pubblica emessa dallo Stato e dalle banche centrali.
La situazione attuale delle banche italiane
Intanto secondo il Governatore gli istituti italiani arrivano agli anni della trasformazione del sistema di pagamento europeo in una situazione solida.
Il sistema bancario è “ben patrimonializzato e oggi tra i più redditizi d’Europa. I rischi di credito restano limitati, grazie anche alle buone condizioni finanziarie delle imprese. Contribuisce l’ampio utilizzo dei prestiti garantiti dallo Stato, tuttora pari a un quarto di quelli alle imprese. I ricavi continuano a crescere, nonostante la discesa dei tassi di interesse, a conferma della capacità degli intermediari di adattarsi e diversificare la propria attività”.
La situazione delle banche d’altronde va inserita nel contesto di un’economia che “negli ultimi cinque anni ha mostrato una notevole capacità di resistenza e adattamento, crescendo più che nel quinquennio precedente la pandemia e in linea con il resto dell’area dell’euro”, sottolinea Panetta nel suo intervento, sottolineando che il Mezzogiorno ha contribuito “in misura significativa, interrompendo una lunga fase di arretramento rispetto al resto del Paese”.
In generale “la tenuta dell’economia, la credibilità degli obiettivi di finanza pubblica e la prudenza nella gestione dei conti hanno rafforzato la fiducia nelle prospettive del Paese”, ha sottolineato il Governatore della Banca d’Italia. “Negli anni recenti l’indebitamento netto si è ridotto drasticamente: si è più che dimezzato lo scorso anno e, secondo le stime del governo, nel 2025 dovrebbe scendere al 3,0 per cento del Pil. Il saldo primario è tornato positivo e dovrebbe salire allo 0,9 per cento, mentre gli investimenti pubblici restano su livelli elevati in rapporto al prodotto. Il Piano strutturale di bilancio a medio termine del 2024, coerente con la nuova governance fiscale europea, mira opportunamente a riportare nei prossimi anni il disavanzo sotto il 3 per cento e a collocare stabilmente il rapporto tra debito e pil su una traiettoria discendente”, ha spiegato ancora.

