Overload informativo, clickbait, polarizzazione, algoritmi ed economia dell’attenzione sono solo alcune delle minacce per il futuro della comunicazione. In un mondo dominato dalla velocità, dall’intelligenza artificiale generativa e dalle nuove generazioni, sempre più diffidenti verso i media tradizionali, la domanda è inevitabile: ha ancora senso fare giornalismo? E, se sì, in che modo? Il rischio della disinformazione globale resta altissimo e impone una riflessione urgente sulla necessità di raccontare i fatti in modo coerente, trasparente e autorevole, basandosi su criteri di responsabilità, etica e competenza.
È questa la fotografia scattata dalla seconda edizione del Brand Journalism Festival, promosso da Social Reporters. L’evento, intitolato “Oltre la polarizzazione: un nuovo patto tra informazione e impresa”, ha acceso un dibattito sul futuro della comunicazione, chiamando media, aziende e istituzioni a ridefinire il proprio ruolo. L’obiettivo non è più soltanto comunicare, ma costruire un dialogo autentico tra chi produce contenuti e chi genera valore, superando la logica del ‘giornalismo contro’ e del ‘comunicato stampa patinato’.
Il festival ha registrato oltre 200 presenze in sala e 500 adesioni complessive, tra giornalisti, editori, docenti e aziende, segno di un crescente interesse verso un approccio al brand journalism più autentico e responsabile.
La ricerca Ipsos
Durante la giornata è stata presentata la ricerca Ipsos “Politica e comunicazione al tempo del fact-checking”, realizzata in collaborazione con il festival. Il quadro che ne emerge è chiaro: il 64% degli italiani dichiara di aver perso fiducia nelle fonti d’informazione negli ultimi cinque anni, mentre il 54% ritiene che le notizie siano spesso manipolate intenzionalmente. Un clima di sospetto acuito dalle echo chambers digitali: il 55% degli italiani parla principalmente con persone che condividono le proprie opinioni politiche, trasformando l’identità politica in appartenenza “clanica” più che in scelta razionale.
Il dato più interessante riguarda però il nostro faro, i giovani under 35: si informano più degli adulti, dedicando in media 1 ora e 50 minuti al giorno all’informazione, contro 1 ora e 33 minuti della popolazione adulta. Un segnale di vitalità, ma anche di distanza crescente dai media tradizionali.
Il ruolo del brand journalism
In questo scenario, il brand journalism si configura come uno strumento strategico. Su temi come innovazione, sostenibilità e impatto sociale, le aziende iniziano a essere percepite come fonti credibili, capaci di contribuire alla costruzione di un’informazione di qualità. “Il brand journalism, quando è autentico, non è marketing mascherato, ma un atto culturale di responsabilità” spiega Ilario Vallifuoco, fondatore e curatore del festival. “Significa che un’impresa sceglie di raccontare non solo se stessa, ma il contesto in cui opera, con linguaggi e strumenti giornalistici.
Il valore? Nel senso, non nella quantità. “Dobbiamo recuperare le basi di conoscenza, i codici simbolici e i linguaggi dei giovani, capire cosa si aspettano. Quello che emerge è un desiderio di autenticità: non vogliono la solita dichiarazione di intenti, ma azioni concrete. Finché non daremo risposte reali, anche questo evento non avrà senso.”
Il futuro della comunicazione
Un invito condiviso anche da Fernando Vaccarini, del Gruppo Unipol: “Le nuove generazioni hanno un approccio completamente diverso all’acquisto di prodotti e servizi. Se le aziende non imparano a leggerlo, rischiano di svegliarsi, da un giorno all’altro, senza più clienti. Capire come i giovani si informano è cruciale: si muovono soprattutto sui social, in particolare su Instagram e YouTube, privilegiando formati video e linguaggi immediati.”
Sul fronte tecnologico, il tema dell’intelligenza artificiale generativa ha catalizzato il dibattito. “L’AI generativa rappresenta un cambio di paradigma da cui non si torna indietro”, osserva Maurizio Decollanz, di IBM Italia. “Riduce drasticamente i tempi di produzione, ma va capita e governata: non basta usarla, bisogna imparare a maneggiarla con precisione, come un bisturi e non come una zappa. Il suo punto di forza è che risponde sempre, ma proprio per questo è anche il suo più grande rischio: le risposte sono probabilistiche, stocastiche, e non sempre vere. Affidarle la nostra reputazione, il bene più prezioso che abbiamo, senza controllo e senso critico, è pericoloso.”
Il futuro della comunicazione si gioca nello spazio digitale, ma con una regola chiara: sperimentare senza perdere il rigore. In un’epoca in cui la velocità premia il ‘copia-incolla’, il vero vantaggio competitivo sarà l’affidabilità, non la quantità di contenuti prodotti.
