Unire rigore scientifico, ascolto degli stakeholder e capacità di generare impatto sociale. La visione di Benedetta Bitozzi (Eli Lilly Italia).
In un tempo in cui la salute è sempre più al centro del dibattito pubblico, comunicare l’innovazione farmaceutica significa prima di tutto costruire fiducia. Non basta rendere accessibili contenuti scientifici complessi: occorre raccontare il valore concreto che ricerca, responsabilità e dialogo possono generare per pazienti, istituzioni, comunità scientifica e società civile. In questa intervista, Benedetta Bitozzi, Director Communication, Advocacy & Policy di Eli Lilly Italia, riflette sul ruolo della comunicazione corporate nell’healthcare contemporaneo: una comunicazione chiamata a essere rigorosa ma comprensibile, coerente con i comportamenti aziendali e capace di raccontare non solo l’innovazione, ma il suo impatto sulla vita delle persone e sul futuro del Paese.
Quali strategie comunicative permettono oggi di valorizzare al meglio un settore complesso come il vostro?
Nel settore della salute e della ricerca farmaceutica, la comunicazione non può più limitarsi a ‘tradurre’ contenuti scientifici complessi: deve costruire comprensione, fiducia e rilevanza sociale. Oggi, valorizzare un settore come il nostro significa prima di tutto renderlo vicino alle persone, senza semplificare eccessivamente la complessità. Credo molto in una comunicazione che unisca rigore scientifico e capacità narrativa.
I dati sono fondamentali, ma da soli non bastano: bisogna inserirli in una visione più ampia che racconti l’impatto concreto dell’innovazione sulla vita dei pazienti, sul sistema salute e sul futuro del Paese.
Per questo, oggi, funzionano strategie basate sull’ascolto degli stakeholder, sul dialogo multidisciplinare e sulla capacità di creare connessioni tra mondi diversi: istituzioni, comunità scientifica, associazioni, pazienti, media, mondo digitale e società civile. La comunicazione corporate, soprattutto in healthcare, deve diventare uno spazio di relazione e non soltanto di informazione.
Un altro elemento chiave è la coerenza. In un contesto in cui ogni messaggio può essere verificato, commentato e amplificato in tempo reale, conta sempre meno “cosa dici” e sempre di più “quanto ciò che dici è coerente con ciò che fai”. È qui che iniziative legate alla ricerca, all’innovazione, alla sostenibilità sociale e alla valorizzazione del talento assumono un valore reputazionale reale.
In un contesto iper-connesso e ad alta complessità, come si protegge – e soprattutto come si racconta in modo credibile – la reputazione di un’azienda?
La reputazione oggi non si protegge con la sola gestione della comunicazione di crisi. Si costruisce ogni giorno attraverso comportamenti coerenti, trasparenza e capacità di generare fiducia nel tempo. Per un’azienda che opera nella salute, la credibilità nasce soprattutto dalla responsabilità. Significa comunicare in modo chiaro anche quando i temi sono complessi, evitare semplificazioni o toni autoreferenziali e mantenere sempre un approccio basato sull’evidenza scientifica.
In un ecosistema iper-connesso, inoltre, le aziende devono accettare che la reputazione non sia più qualcosa che si controlla, ma qualcosa che si alimenta attraverso relazioni autentiche. Questo richiede ascolto continuo, velocità di risposta, capacità di dialogo e anche la disponibilità ad esporsi con umiltà e trasparenza. Credo che, oggi, la vera sfida sia passare da una comunicazione ‘di posizionamento’ a una comunicazione ‘di impatto’: le persone si aspettano che le aziende prendano parte alle grandi trasformazioni sociali, contribuendo con competenze, innovazione e visione.
La reputazione, quindi, non si racconta soltanto attraverso campagne o dichiarazioni aziendali dei nostri leader, ma attraverso la capacità di dimostrare nel tempo il valore concreto che un’azienda è in grado di generare per le persone e per la società.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di giugno 2026 (numero 5, anno 9)
