L’Alleanza Atlantica alla prova

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L’impatto del conflitto russo-ucraino sul Trattato Nato e la crisi delle sue norme fondanti.

I colpi di maglio che Putin sta sferrando da quasi quattro anni sul suo fronte occidentale hanno messo a dura prova anche l’Alleanza e la tenuta del sistema, a fronte delle finalità stesse che la Nato si è data e fin della propria identità. Il primo pilastro a sfaldarsi è stato quello fissato nell’art. 1 del Trattato, laddove esso impegna i Paesi membri a risolvere le controversie internazionali con mezzi pacifici in linea con la Carta delle Nazioni Unite.

Impegno semplicemente ignorato da tutti, non poche volte per bocca del Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg come anche del suo successore Mark Rutte, i quali si sono sistematicamente lasciati andare a commenti incendiari, ad invettive infuocate, a tutto tranne che a promuovere comportamenti pacificatori.

Da rimarcare peraltro che le attribuzioni del Segretario Generale non gli consentono di esprimersi su alcunché, ma di limitarsi a “guidare le consultazioni ed il processo decisionale e garantire l’attuazione delle decisioni”. Un notaio o poco più insomma delle decisioni altrui, e non un motivatore, un condottiero, un fustigatore indefesso, come sono apparsi gli ultimi due titolari dell’incarico.

Il conflitto russo ucraino ha fatto poi cadere ogni velo, per quel poco che ne era rimasto, sul ruolo statunitense nell’Alleanza, un ruolo che negli anni, da azionista di maggioranza si è andato sempre più convertendo in abuso di posizione dominante. Un fatto questo molto chiaro agli addetti ai lavori già da tempo, ma che mai come ora era apparso in così chiara evidenza, senza alcun pudore ancorché simulato.

Anche in virtù di questo approccio statunitense al concetto di alleanza, il processo di consultazione è semplicemente non esistito, gli alleati si sono limitati ad assecondare in totale acquiescenza la linea statunitense di interpretazione del conflitto. Sintomatico il fatto che, quando a fine settembre Estonia e Polonia, per aver subito violazioni del proprio spazio aereo, hanno invocato l’art. 4 del Trattato, quello che contempla le consultazioni tra Alleati, la cosa abbia provocato apprensione e stupore. Uno stupore che invece sarebbe stato giustificato in chi avesse lamentato l’assenza di confronto per una linea comune di valutazione del conflitto russo ucraino e dei conseguenti interventi.

Anche l’art. 5, il più intoccabile perché il più emblematico della solidarietà atlantica, è stato sul punto di subire sopraffazione quando, più di una volta, Donald Trump ne ha condizionato l’attuazione all’essere in regola, da parte del paese da soccorrere, con le spese per la Difesa nella quota parte del Pil fissato dall’Alleanza.

Sarà pure stato uno dei soliti giri di valzer del Presidente statunitense, però è anche vero che una simile ipotesi si colloca in un quadro di indebolimento e sopravveniente aleatorietà delle regole altrimenti così solide in 75 anni di vita. Complicato valutare se siamo in presenza, nella generale moria delle norme che tanto faticosamente ci siamo dati nel secondo dopoguerra, di un processo di irreversibile declino anche del Trattato del Nord Atlantico.

Una cosa però sembrerebbe auspicabile: prendere atto della trasformazione in corso e correre ai ripari, evitando un immeritato tramonto a quella che resta ancora la più capace e solida alleanza militare nel panorama internazionale.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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