Nelle trattative sull’intricato dossier ucraino, un elemento balza all’evidenza: l’assenza dell’Europa. Al di là delle formule di rito (da von der Leyen a Metsola, va di moda “nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina”), la diplomazia europea non riesce a giocare un ruolo. Non ha leve politiche, non ha influenza diplomatica, non ha strumenti di pressione. Appare perciò come uno spettatore inerme.
L’epicentro del negoziato si colloca tra Mosca, Ankara e, da ultimo, Abu Dhabi, con Donald Trump infaticabile burattinaio di un dealmaking infinito. Lo ha detto bene lo storico britannico Niall Ferguson, non certo un estimatore di Trump, che al Corriere della sera ha ammesso una scomoda verità: “Il presidente Trump si sta assumendo qualche rischio. Trump con i suoi shock costringe gli europei a smettere di pretendere l’autonomia strategica e fare finalmente qualcosa di serio per averla. L’Europa è la grande perdente di questa epoca, non solo o non tanto a causa di Trump, bensì a causa della Cina, che sta rovinando l’economia europea. Era prevedibile, purtroppo l’Europa non ha fornito risposte adeguate”.
Mentre si occupava di finanziare l’industria cinese del fotovoltaico, o si immergeva in esaltanti dissertazioni sulla circonferenza legale delle mele, l’Europa ha perso l’occasione di costruire la propria autonomia strategica, ha trascurato gli investimenti in difesa e sicurezza, si è consegnata al monopolio cinese in materia di terre rare e batterie elettriche. Il piano europeo per la difesa è arrivato in ritardo, oltre tre anni dopo l’aggressione russa all’Ucraina, e solo in seguito al campanello d’allarme suonato da Trump. “Il riarmo della Germania – ha proseguito Ferguson – dovrebbe mobilitare l’intera economia tedesca per produrre milioni di droni che cambierebbero l’equilibrio strategico in Europa. Il problema degli europei non è Trump ma sono loro stessi. Vedo l’Europa in uno stato illusorio, spera segretamente che, una volta passato Trump, arriverà un presidente democratico che riporterà indietro l’orologio della Storia. Ma questo non accadrà”.
La guerra in Ucraina potrebbe concludersi entro il 2025, ha detto oggi il segretario generale della Nato Mark Rutte. Che tuttavia ha aggiunto: ciò non vuol dire che la Russia smetterà di essere una minaccia per l’Europa. Si sa che i negoziati stanno correndo veloci, sul piano in 19 punti (riedizione di quello americano in 28 punti, rivisto a Ginevra con l’aiuto degli europei) c’è un sostanziale accordo da parte ucraina.
L’argomento spinoso delle concessioni territoriali sarà affrontato in un incontro ad hoc tra Zelensky e Trump. Il primo ha tutto da perdere, anche perché la sua parabola politica è al tramonto. Per Trump invece la possibilità di concludere la pace in Ucraina, dopo il risultato in Medioriente, è un’assicurazione per ottenere il Premio Nobel per la pace 2026. Del resto, nella storia la pace è sempre una pace negoziata, le guerre si concludono non con i convegni ma con le vittorie sul campo o con un compromesso.
Gli ucraini hanno lottato eroicamente per la loro indipendenza, Putin invece ha fallito nel piano originario della marcia su Kiev nel febbraio 2022, paradossalmente l’improvvida azione russa ha rafforzato la Nato (forte oggi di due membri in più, Finlandia e Svezia). È venuto il tempo di costruire la pace, pezzo per pezzo, sapendo che qualche concessione andrà fatta. A questo scopo, serve la politica, la grande assente nei palazzi europei.

