Non sarà il Castello incantato ma è la giornata di una possibile svolta. Al di là delle decisioni che saranno prese, al di là dei rinvii e degli annunci, il prevertice informale, convocato da Germania, Italia e Belgio, e seguito dal vertice vero e proprio, alla presenza dei numeri uno di Commissione e Consiglio europeo, ed esteso a tutti i 27 stati membri, segnano un turning point.
L’asse italotedesco, ribattezzato anche “Merzoni”, risente non solo delle difficoltà sempre più manifeste nella fase finale della parabola di Emmanuel Macron ma anche della stabilità che caratterizza invece gli esecutivi di Roma e Berlino (a dispetto del caos parigino). Se Macron rilancia, non si sa con quanta convinzione, l’integrazione europea a suon di eurobond e preferenza “made in Europe”, la Germania risponde che non se ne parla, il cancelliere Friedrich Merz invoca una “tabula rasa normativa” e predilige la formula “made with Europe” per valorizzare i principali partner commerciali dell’Ue. La premier Giorgia Meloni spinge su temi concreti come il prezzo dell’energia, la competitività delle imprese europee, la semplificazione del quadro regolatorio interno, il settore dell’automotive, l’autonomia strategica rispetto alle materie prime.
Nel castello belga di Alden Biesen, a un’ora e mezza di auto da Bruxelles, Meloni non maramaldeggia sulle oggettive difficoltà francesi ma anzi si mostra aperta e dialogante: “Esiste sicuramente un rilancio del nostro coordinamento con la Cancelleria – ha detto al termine del prevertice – ma bisogna comunque parlare con tutti, è un errore escludere qualcuno, sicuramente in Europa esistono alleanze a geometria variabile, per esempio nel prossimo futuro sul bilancio della coesione saremo certamente più vicini ai Paesi del sud Europa rispetto a quelli del Nord”.
Il nuovo approccio italotedesco mira anche a rinsaldare i rapporti con l’amministrazione Trump evitando l’atteggiamento inutilmente aggressivo della Francia. La dipendenza europea dagli Usa in settori cruciali come difesa e tecnologia è un fatto: con Trump conviene dialogare e negoziare accordi, piuttosto che lanciare guanti di sfide perdute in partenza. Limitando l’analisi al tech, pensate che l’Europa dipende dalla tecnologia americana per il 70 percento in materia di cloud e intelligenza artificiale, per l’80 percento in materia di software aziendali, stessa percentuale per i sistemi operativi “mobile”. Un altro dossier divisivo è quello del Green deal. La nuova Commissione si sta concentrando sul Clean Industrial Act, dove l’accento è posto sull’industria e sulla necessità di renderla competitiva, dopo anni di politiche verdi semplicemente folli, di cui le aziende cinesi hanno beneficiato ampiamente. Sull’automotive si scontrano visioni diverse. Germania e Italia, insieme a Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, hanno portato avanti una battaglia per eliminare il bando del motore endotermico dal 2035. Francia e Spagna, ma anche Danimarca e Olanda, difendono l’elettrificazione del settore. Su un punto tutti concordano: serve uno snellimento burocratico e normativo per ridurre gli oneri a carico delle imprese. Pensate che dal Trattato di Maastricht ad oggi la regolamentazione europea è cresciuta del 750 percento, arrivando a 1,4 milioni di pagine. Ancora in gennaio la Gazzetta dell’Unione emanava norme sulle esche per pesci innati d’acqua dolce.
Al vertice odierno, parteciperanno anche due italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta, autori rispettivamente dei rapporti sulla competitività e sul mercato interno, richiesti dalla Commissione europea. Da qualche tempo si vocifera della volontà, non si sa quanto condivisa, di nominare una sorta di Special envoy per la competitività. Vedremo se toccherà a uno degli ex premier italiani caricarsi l’ingrato compito. Quel che è certo è che si discuterà di come rilanciare le cooperazioni rafforzate, parte di quel “federalismo pragmatico” evocato da Draghi (e già previste dai Trattati tra almeno nove stati membri), e di come attuare il “28esimo regime” (o “stato virtuale”) per contrastare il cosiddetto “innovation drain” e consentire a start up e scale up europee di operare su tutto il territorio dell’Ue con una sola normativa semplificata, opzionale e sovranazionale. Insomma, le idee non mancano ma la vera novità è che la direzione di marcia non è più appannaggio dei soliti. Ci sono nuovi protagonisti che vogliono avere voce in capitolo. E l’Italia siede a capotavola.

