Amarelli: la liquirizia diventata orgoglio calabrese

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A Rossano, in provincia di Cosenza, la Amarelli lavora e vende da dodici generazioni quella che la prestigiosa Enciclopedia Britannica ha definito “la liquirizia più buona al mondo”. L’intervista a Fortunato Amarelli, oggi a capo dell’azienda di famiglia.

In Calabria le radici della liquirizia scendono così in profondità che nell’antichità si pensava arrivassero all’Inferno e che strapparle fosse un sacrilegio. Per fortuna, però, c’è stato chi, infischiandosene del diavolo, le ha colte e ha messo su la prima fabbrica di un prodotto un tempo utilizzato in medicina e poi diventato un dolce per grandi e piccini. E così, nel 1731, a Rossano, 36mila abitanti in provincia di Cosenza, nasceva il concio, il primo impianto industriale per la trasformazione delle radici della liquirizia in succo.

Per merito di un’ottantina di aziende tra le quali spiccava la Amarelli, oggi il produttore di liquirizia pura più accreditato al mondo: “Siamo il retaggio e gli ultimi rimasti di quel gruppo d’imprenditori che ha cominciato a produrla”, ci spiega Fortunato Amarelli, amministratore delegato e dodicesima generazione della famiglia a capo dell’azienda.

Perché la liquirizia calabrese è considerata dalla prestigiosa Enciclopedia Britannica la più buona al mondo?

La nostra è una pianta che, a differenza ad esempio di quelle medio orientali o asiatiche, risulta più dolce e questo ci permette di vendere un prodotto puro al 100%, che non ha bisogno di edulcoranti o aggiunte di zucchero.

Com’è cambiato il suo consumo negli anni?

In passato è stata molto consumata, prima dalla medicina tradizionale che utilizzava la radice e l’estratto di liquirizia e poi, fino attorno al 1950, come prodotto dolciario per i bambini. In seguito, con l’avvento ad esempio delle gomme da masticare e di varie caramelle, è stata scelta soprattutto da un pubblico adulto, sempre più specializzato e in qualche modo sofisticato.

Come ha fatto la sua famiglia a tramandare l’azienda per dodici generazioni?

Non è mai stato semplice. Per fortuna abbiamo sempre avuto un numero importante di famigliari. E comunque alla base di tutto c’è stato un sentimento e un senso di responsabilità verso questa azienda che ormai è un’istituzione del territorio e dev’essere preservata. Aver fatto dodici passaggi però non significa che sappiamo come fare il tredicesimo: adesso abbiamo nove ragazzi e bisognerà capire se anche in loro scatteranno passione e senso di responsabilità.

C’è una caratteristica che nella Amarelli è rimasta immutata nel tempo?

Io credo la riconoscenza che ognuno di noi ha verso questo marchio storico. E questo si traduce in una grande attenzione nel lavoro quotidiano e nel rimanere fedeli a un prodotto che gli altri hanno abbandonato. Negli anni ’80 molte aziende di liquirizia hanno scelto di andare verso le caramelle di zucchero che facevano maggiori volumi di vendita, mentre noi siamo rimasti legati alla liquirizia pura convinti che avesse ancora il suo mercato, seppure piccolo.

Come si fa a rimanere fedeli a se stessi pur adeguandosi ai tempi?

Bisogna guardare ben oltre l’orizzonte, cercando di capire come cambierà il mercato e nel caso trasformare la propria attività mantenendo però il nucleo originale. La nostra base resta sempre la liquirizia pura, che è il core business dell’azienda e rappresenta da sola il 40% del nostro fatturato, ma l’abbiamo anche declinata in una serie di altri prodotti come la birra e il panettone alla liquirizia. Online abbiamo un catalogo vastissimo, dal cioccolato alle caramelle, ai liquori o ultimamente ad esempio anche le freselle alla liquirizia.

Il mastro liquoriziaio esiste ancora?

Sì, ed è una figura chiave perché è colui che deve valutare, con una serie di movimenti del prodotto, se la liquirizia ha raggiunto il giusto grado di cottura e quando si può togliere dal fuoco il grande pentolone in cui bolle. Un compito che non può essere affidato a una macchina né tantomeno all’intelligenza artificiale, anche perché mentre in alcuni reparti siamo riusciti a utilizzare macchinari di ultimissima generazione, la cottura avviene ancora nelle conche del 1900 che hanno bisogno della supervisione umana e che sono le uniche che possono darci ancora quel sapore che ci contraddistingue.

È un mestiere che attira ancora i giovani?

Devo dire di sì, anche perché nel nostro territorio la Amarelli è un’azienda in cui tanti vorrebbero lavorare. Stiamo però attraversando un cambio generazionale importante e non si può più pensare di affidare dei compiti a qualcuno in cambio di uno stipendio. Bisogna trasferire nei giovani un po’ della propria visione, coinvolgerli, far capire loro l’anima e la storia dell’azienda in modo che si sentano parte di essa.

Vede nubi nel futuro della liquirizia?

No, perché lavoriamo in un mercato sì piccolo ma in cui siamo da soli. Abbiamo inoltre costruito uno storytelling forte che rappresenta una barriera significativa per i nuovi competitor e il nostro know-how è importante non soltanto nella produzione della liquirizia ma anche nella progettazione degli impianti per farla, che altrove non esiste più.

Ovviamente però come tutti dobbiamo studiare i gusti e le modalità d’acquisto delle nuove generazioni e, come dicevamo prima, rendere il nostro prodotto sempre attuale. Anche attraverso il design delle nostre storiche scatoline di metallo e l’attività di marketing che facciamo attraverso il museo, inaugurato sempre a Rossano nel 2001.

Che cosa racconta il ‘Museo della Liquirizia Giorgio Amarelli’?

Che già nel Medioevo partivano dalla Calabria carichi di radici di liquirizia. E la storia della nostra famiglia e di un’industria calabrese laboriosa ed estremamente attenta al metodo ragionieristico. Oltre naturalmente al modo in cui lavoriamo e cose più vicine ai nostri tempi, come ad esempio le nostre collaborazioni.

Il museo e le vostre scatoline raccontano anche del vostro profondo legame con la Calabria.

Io credo che un’azienda debba camminare mano nella mano col suo territorio e noi siamo molto legati al nostro. Da una parte per difenderlo da quegli stereotipi che vedono queste regioni come poco laboriose e che ci spingono a lavorare sempre al meglio per dimostrare che anche in Calabria si può fare bene.

Dall’altra perché ormai la liquirizia Amarelli rappresenta un piccolo orgoglio calabrese e i nostri clienti, specialmente quelli vicini a Rossano, s’identificano con i nostri prodotti, che portano in giro per il mondo, regalano e legano a bei ricordi d’infanzia.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

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