Il tasto che mette a terra la Difesa europea

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‘Kill Switch’ sugli F-35: il blocco da remoto che svela la dipendenza strategica dell’Europa dagli Stati Uniti.

Lo chiamano ‘pulsante di blocco’. Tra gli addetti ai lavori, esperti in ambito militare, viene sussurrato a mezza bocca. È un argomento delicato, su cui anche al quartier generale della Nato si trincerano dietro un no comment. Ci sarebbe un interruttore di emergenza sugli aerei da caccia, fondamentali per la difesa europea.

Parliamo degli F-35 prodotti dalla Lockheed Martin. Un interruttore su cui aleggia il più assoluto riserbo. Alcuni pensano sia una leggenda ascrivibile al genere letterario dei romanzi da spionaggio, altri ritengono che sia ovvio che esista, per conferire un potere negoziale ai costruttori. In pochi hanno davvero capito la posta in gioco che interroga la capacità europea di deterrenza militare e la sua dipendenza strategica nei confronti dell’ingombrante alleato americano.

Hanno fatto per questo molto discutere le dichiarazioni dell’ex capo dell’intelligence militare francese, Christophe Gomart, su alcuni media europei. Lo stratega ha confessato candidamente che gli F-35 europei possono essere vittime di un blocco da remoto che disabilita alcune funzioni impedendo loro di volare. In altri termini gli Stati Uniti potrebbero influire sulle capacità del sofisticato jet da combattimento di quinta generazione che la Nato si è impegnata ad acquistare come pivot delle sue forze di combattimento aeree anche in chiave antirussa.

Inibendo la possibilità del suo impiego nella fantomatica possibilità che un conflitto tra Stati Uniti ed Europa possa deflagrare tranciando la solida Alleanza Atlantica che resiste dalle ceneri della Seconda guerra mondiale.

Gli osservatori concordano sul fatto che un aereo caccia può essere privato delle sue capacità di volo se il software che ne guida i comandi viene disabilitato da remoto. A conti fatti il Pentagono avrebbe dunque il potere di attivare una sorta di blocco da remoto per i caccia militari dei loro principali alleati, compresa dunque la nostra flotta.

La considerazione tra esperti di strategia militare non sarebbe venuta fuori in altri tempi. Ma quest’anno qualcuno si è interrogato sul destino della Groenlandia, isola arcipelago appartenente alla Danimarca ma nella chiara, e apertamente rivendicata da Donald Trump, sfera di influenza americana.

Nel caso ipotetico di un conflitto per l’isola artica, crocevia dei traffici internazionali commerciali anche per effetto dell’emergenza climatica e dello scioglimento dei ghiacciai.

Attualmente l’unica potenza nucleare dell’Ue che può contare su aerei da combattimento prodotti in casa è la Francia, realizzati dalla Dassault, che rispondono, appunto, ai nomi dei Rafale e i Mirage 2000. In altri termini il Pentagono dispone dei codici di controllo del software originale e sui suoi aggiornamenti, posizione che gli consentirebbe di detenere una ‘sovranità operativa’ rispetto agli altri Paesi europei.

L’unica nazione che ha ottenuto una speciale deroga sarebbe Israele, che invece ha richiesto e ottenuto delle particolari modifiche sui suoi F-35 Adir.

Un altro esempio di dipendenza riguarda la possibilità che venga meno la lettura del sistema di manutenzione di un velivolo caccia. Che possa rendere ‘ciechi’ le squadre di terra, che non potrebbero più conoscere il reale stato in cui versa l’aereo. Ciò evidenzia una “dipendenza critica dagli Stati Uniti” ancora maggiore per la manutenzione e gli aggiornamenti.

Gli Stati Uniti potrebbero addirittura localizzare in ogni momento gli aerei, che affidano alla loro capacità stealth gran parte del loro vantaggio tattico. Impedendo ai caccia di entrare in connessione con i satelliti militari essenziali per il tracciamento del suo percorso. Anche per questo la Commissione Ue ha elaborato un piano da 800 mld per riarmare il Vecchio Continente contro la Russia. Dando preferenza a equipaggiamenti di fabbricazione domestica.

Sette Paesi Ue, calcolano gli analisti di Jefferies, hanno flotte composte solo da caccia prodotti negli Usa. Anche nel Vecchio Continente la sproporzione sarebbe evidente, se anche l’Eurofighter è meno usato dell’F-35 americano (381 a 399 che potrebbero diventare 424 se il Parlamento italiano autorizzerà la commessa da 7 miliardi di altri 25 F-35). Secondo il centro di ricerca Sipri fra 2020 e 2024 i Paesi Nato europei hanno più che raddoppiato le importazioni di armi rispetto ai cinque anni precedenti e la quota degli Stati Uniti è salita al 53%.

La spesa Ue per i mezzi militari di terra, aria e mare è ripartita fra 30 progetti. Negli Usa invece le piattaforme sono 12, meno della metà. Ciò comporta una dispersione degli investimenti su progetti che spesso mancano delle economie di scala necessarie per essere competitivi su tecnologia e costi. Ecco perché nel suo rapporto all’Europa l’ex premier italiano, in passato alla guida della Bce, Mario Draghi ha invitato a spingere sulle aggregazioni su scala europea.

Leonardo, controllata dal ministero dell’Economia, si sta convertendo in regista di alcune alleanze favorendo questo tipo di aggregazioni. Lo sta facendo sui carri armati con la tedesca Rheinmetall, sui droni con la turca Baykar, sui caccia di sesta generazione con la britannica Bae Systems e la giapponese Mitsubishi, con i francesi di Thales e Airbus sui satelliti. La volontà, secondo i desiderata del gruppo guidato da Roberto Cingolani, è di ricavarne anche margini rilevanti sugli ordini militari, considerando che la domanda europea di equipaggiamenti salirà.

Leonardo ha stimato che l’aumento di un punto di Pil della spesa per la difesa in Italia si tradurrebbe in almeno due-tre miliardi di attività addizionale. Un moltiplicatore che può spingere tutta la filiera, di cui Leonardo è capofila. La necessità è di smontare la dipendenza strategica che ha in questo momento l’Europa. Il caso dell’interruttore, disabilitato a distanza, degli F-35 è il caso più emblematico del fatto che senza l’ombrello militare americano siamo privi di difesa e deterrenza.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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