Roberto Cingolani racconta le ultime mosse del Gruppo Leonardo, dal ‘Michelangelo Dome’ all’alleanza con Airbus e Thales. “A quasi quattro anni dall’aggressione russa all’Ucraina, abbiamo compreso che la guerra convenzionale non esiste più”.
“Vorrei che la company non fosse più percepita come la ‘fabbrica della morte’, noi siamo la fabbrica che produce una larga percentuale della tecnologia innovativa del Paese. La nostra mission è difendere la pace, è questo il ruolo sociale di una grande azienda. Chi difende la pace non è uno che combatte la guerra, è uno che difende la pace”. Chiacchierare con Roberto Cingolani, già scienziato, già ministro (“tecnico”, precisa lui), oggi a capo del Gruppo Leonardo, significa immergersi in un mondo fatto di visioni, progetti, futuro.
Lei ha annunciato il lancio di un innovativo sistema di difesa, il ‘Michelangelo Dome’, che potrebbe diventare la ‘prima architettura aperta di air defense nel mondo’. Che cosa intende?
Parto dalle minacce, la parte dolente in questo momento storico. A quasi quattro anni dall’aggressione russa all’Ucraina, abbiamo compreso che la guerra convenzionale non esiste più. Oggi la guerra è ‘bullets and byte’, c’è un contenuto di tecnologie digitali elettroniche senza precedenti. Abbiamo visto come un drone, del valore di circa 5mila dollari, collegato a Starlink con un semplice smartphone, sia in grado di neutralizzare un carrarmato che costa 20 mln di dollari. Satelliti, dati, droni sono diventati parte integrante della difesa. Da un lato, dobbiamo fronteggiare la guerra ibrida, senza munizioni, che impone di difendersi digitalmente.
Dall’altro, oggi vengono sviluppate armi con un potenziale ineguagliabile sino a poco tempo fa. Esistono missili balistici che in pochi minuti possono arrivare da Mosca a Roma o a Parigi; esistono missili ipersonici che possono essere telecomandati, il che significa che la loro traiettoria non è prevedibile. Michelangelo Dome è pensato come una piattaforma scalabile, esportabile in altri paesi, da utilizzare anche in contesti civili.
L’obiettivo è l’indipendenza dagli Usa?
No, sarebbe un target insensato. Nessuno vuole creare un sistema difensivo alternativo alla Nato. La particolarità di Michelangelo è l’interoperabilità, la capacità cioè di comunicare con sistemi anche diversi dal nostro. Del resto, fino ad oggi l’Europa ha avuto un tallone d’Achille in ambito difesa, vale a dire la frammentazione.
Contro la frammentazione Leonardo ha firmato un MoU con Airbus e Thales per un’azione congiunta nella difesa spaziale.
Noi vogliamo creare decine, poi centinaia di costellazioni di satelliti. Non è la costellazione di Elon Musk incentrata sulle telecomunicazioni. Noi stiamo facendo intelligence e osservazione della terra, una cosa diversa. Intendiamo realizzare una sentinella che ci guarda dall’alto. Nessun Paese può farcela da solo, è importante creare sinergie a livello europeo. Oggi l’Europa compete con Stati Uniti, Cina, India. I singoli Paesi non possono farcela, da soli siamo destinati a un campionato di serie B.
L’obiettivo dunque è rafforzare la componente europea della Nato?
Esattamente, non possiamo né vogliamo uscire dalla dottrina Nato e dall’ombrello Nato, sarebbe un atto stupido e controproducente per la sicurezza globale dei cittadini europei. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha potuto vivere in pace per ottant’anni mentre qualcun altro si occupava della sua sicurezza. Il presidente americano Donald Trump ci ha fatto comprendere, in modo alquanto brusco, che noi dobbiamo investire nella difesa e diventare autonomi. È questa la sfida europea dei prossimi anni.
Lei ha detto che “non sta finendo la guerra, sta iniziando la guerra nuova” e che i prossimi anni saranno caratterizzati da una “pace apparente”. A che cosa andiamo incontro?
Anche dopo la fine del conflitto in Ucraina, ci auguriamo il prima possibile, la guerra proseguirà sotto forme nuove. La Russia investe un terzo del suo budget in difesa, ormai ha un’economia di guerra che dovrà riconvertire. Il modo migliore di continuare a essere in guerra sarà cambiare il tipo di guerra, andando su quella ibrida. Paralizzare le infrastrutture di un Paese, il suo sistema bancario, sanitario o fiscale è un modo di fare la guerra. I cittadini devono rendersi conto che ciascuno di noi è una porta di accesso, un computer con due gambe.
Si può ipotizzare un attacco cibernetico preventivo?
La guerra cibernetica si combatte anche in modo difensivo. Del resto, parliamo di un attacco di natura informatica. Esistono regole molto stringenti, però dobbiamo essere chiari su un punto: la sicurezza dei cittadini europei va difesa. Ci sono almeno tre miliardi di persone nel mondo che non vivono in regimi democratici e che sarebbero disposte a combattere contro il sistema di vita occidentale. Dobbiamo essere pronti a difenderci. La pace non è gratis.
La pace è anche deterrenza.
Esatto, nel caso della cyberwar non si parla di uccidere degli hacker ma di bloccare in partenza i loro programmi di malware. Non mi sembra una cosa scandalosa, tenuto conto del danno che ci vogliono fare.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha lanciato un piano per creare una riserva specializzata di almeno cinquemila tecnici, anche civili, specializzati in cybersecurity.
Ha ragione. Come dicevo, oggi la guerra è ‘bullets and byte’. Più che uomini con l’elmetto, servono persone dietro a un computer. Servono profili Stem, gente esperta in cloud e intelligenza artificiale.
A proposito di sinergie internazionali, avete inaugurato il Regional Cyber Center in Malesia: Kuala Lumpur come nuovo hub per il Sud-est asiatico.
Fa parte della nostra missione. In Leonardo lavorano 63mila persone sparse in 126 nazioni, siamo una multinazionale a tutti gli effetti, esportiamo la grandissima parte dei nostri prodotti. Molti Paesi hanno bisogno di sicurezza e richiedono le nostre tecnologie. Dal mio insediamento, il fatturato della divisione dedicata alla cybersecurity è più che raddoppiato. Sviluppiamo sistemi di supercalcolo e di intelligenza artificiale per garantire la sicurezza cibernetica.
La crescita del titolo Leonardo in Borsa premia la sua visione. Lei ha saputo creare valore.
Non è merito mio ma di una squadra. Leonardo può contare sulle migliori competenze del Paese, è una fucina di innovazione che ha pagato, a mio parere, gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo negli anni passati. Si sono fatte scelte un po’ conservative, che io ho ribaltato. In azienda scopro ogni giorno dei limiti che vengono superati.
La congiuntura storica, con i conflitti in corso, ha certamente sostenuto l’attività di Leonardo.
Senza dubbio, il mercato risponde bene quando ci sono più di sessanta conflitti nel mondo. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per cogliere le opportunità. La nuova Leonardo è un’azienda molto più giovane, con quasi il cinquanta percento di donne nel top management, che investe enormemente in R&D.
Lei ha reso più integrata l’attività tra le varie divisioni del Gruppo.
Sì, l’ho fatto perché ritengo che serva un collante che tiene unito il tutto. E il collante lo abbiamo trovato nello slogan iniziale, ‘bullets and byte’, vale a dire nell’innovazione tecnologica, oggi asse portante del Gruppo. Dalla sensoristica ai droni, dal performance computing all’AI, le nostre joint venture con Baykar o con Rheinmetall vertono sulla condivisione delle tecnologie più innovative e AI-driven.
Lei è stato scienziato (a capo dell’Istituto italiano di tecnologia), poi ministro e ora top manager. C’è un filo rosso della sua esistenza?
La scienza, io sono e resto uno scienziato, ho fatto lo scienziato per tutta la mia vita. In ogni ruolo che ho ricoperto, ho sempre usato un approccio scientifico, volto alla risoluzione dei problemi. Anche da ministro, nel governo guidato dal presidente Mario Draghi che ringrazierò sempre per l’opportunità, mi sono concentrato sulle tecnologie per ridurre le emissioni di CO2 e, ancor di più, per ridurre la dipendenza nazionale dal gas russo. Oggi in Leonardo dirigo una multinazionale high-tech, è un lavoro che richiede analisi veloci e soluzioni sostenibili, alla fine è il mestiere di chi fa scienza, di chi fa tecnologia. Io ho fatto questo per tutta la vita.
Come funziona la cupola di Leonardo
La nuova era della difesa, modulare e scalabile, capace di intercettare minacce da terra, mare e spazio. Dal monitoraggio alla risposta operativa, l’ecosistema di Leonardo protegge infrastrutture critiche e asset strategici
Il Michelangelo Dome non è un singolo sistema, ma un’architettura completa che integra sensori terrestri, navali, aerei e spaziali di nuova generazione, piattaforme di cyber defence, sistemi di comando e controllo, intelligenza artificiale ed effettori coordinati.
La piattaforma crea una cupola dinamica di sicurezza, capace di individuare, tracciare e neutralizzare minacce, anche in caso di attacchi massivi, su tutti i domini di operazione: aeree e missilistiche, inclusi missili ipersonici e sciami di droni, attacchi dalla superficie e sotto la superficie del mare, forze ostili terrestri.
Grazie alla fusione avanzata dei dati provenienti da sensori multipli e all’impiego di algoritmi predittivi, Michelangelo è in grado di anticipare comportamenti ostili, ottimizzare la risposta operativa e coordinare automaticamente gli effettori più idonei.
Il progetto nasce dall’esigenza di proteggere infrastrutture critiche, aree urbane sensibili, territori e asset di interesse nazionale ed europeo, attraverso una soluzione modulare, aperta, scalabile e multidominio e si inquadra nella più ampia strategia di Leonardo di consolidare la propria posizione di player di riferimento nel campo della sicurezza globale.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 -gennaio 2026 (numero 10, anno 8)
