Dal Medio Oriente all’Ucraina, dagli accordi commerciali alle strategie militari, l’avvio del secondo mandato di Donald Trump ridisegna gli equilibri internazionali.
Il 2025 è stato l’anno del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Il second term del presidente americano ha impresso una scossa globale con ripercussioni e conseguenze ad ogni latitudine. Molto più del primo mandato, questo secondo ha provocato uno ‘shake’ di dimensioni inusitate: dal Medio Oriente all’Ucraina, dai rapporti con la Cina alla guerra dei dazi, a suon di minacce e parziali retromarce.
Donald Trump non ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace che pure agognava (l’appuntamento sembra rinviato al 2026) ma, ogni volta che può, ricorda al mondo di aver risolto otto o nove conflitti in giro per il mondo, grazie alle sue famigerate capacità negoziali.
Da abile ‘dealmaker’, Trump ha suonato la sveglia a un’Europa che, come la bella addormentata e soltanto dopo diversi anni di conflitto in Ucraina, si è resa conto di dover investire massicciamente nella propria difesa. Senza la prova di forza trumpiana, senza le affermazioni caustiche, talvolta fuori dai gangheri, dell’inquilino della Casa Bianca, a Bruxelles si continuerebbe a parlare soltanto del diametro delle mele e degli insetti da degustare a tavola.
Per paradosso, anche la Nato, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, ne è uscita rafforzata: ha acquisito due nuovi membri rilevanti, Svezia e Finlandia; ha innalzato gli impegni di spesa, come richiesto da Trump, fino al 3,5% e in prospettiva fino al 5% del Pil.
La Germania ha annunciato piani di riarmo, l’Ucraina ha mobilitato 800mila soldati che da quattro anni riescono a non soccombere davanti a un esercito molto più numeroso. La stessa Ucraina si è dotata di un’industria dei droni seconda soltanto a quella di Israele. I dazi americani hanno gettato il mondo in una stagione caratterizzata dall’imprevedibilità con le conseguenze che sappiamo, l’incertezza è il peggior nemico del business. E tuttavia, come ha rilevato anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a giudicare dai dati sull’export negli Stati Uniti, i dazi sembrano aver creato meno problemi di quanto atteso.
La vera minaccia, oggigiorno, viene dall’Asia: la Cina, mentre vede venir meno il mercato americano, rischia di riversare la sua sovraccapacità produttiva in Europa. E lo fa con tutti gli strumenti a sua disposizione, anche quelli palesemente vietati dalle normative europee: dumping, tassazione di favore, regole sociali e ambientali che non vengono rispettate. Se qualcuno temeva la politica aggressiva americana sui dazi, ha dovuto ricredersi: oggi la principale minaccia viene dall’aggressività asiatica verso i mercati europei aperti e indifesi.
Non è un problema solo italiano ma europeo: nel 2025 l’Europa ha registrato un aumento del 28% delle importazioni dalla Cina. E poi c’è la geopolitica, con almeno un risultato tangibile a favore di Trump: la Conferenza di Sharm el Sheikh, copresieduta dal presidente Usa e dall’omologo egiziano Al Sisi, ha portato a un cessate il fuoco, per quanto precario, a Gaza.
L’idea di una ‘riviera del Mediterraneo’ a Gaza è la prova della capacità trumpiana di pensare ‘out of the box’, fuori dagli schemi. Trump immagina un impegno nuovo dei Paesi arabi in Medio Oriente e un percorso chiaro per arrivare a una realtà amministrativa e sociale dalla quale Hamas sia totalmente escluso. Gli accordi di Abramo, da estendersi all’Arabia Saudita, sarebbero il coronamento del piano americano volto a ridisegnare un nuovo Medio Oriente.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

