Daniele Camicia (Andriani Spa): “L’agroalimentare si sta dirigendo verso filiere più sostenibili”

Andriani Spa

Intervista a Daniele Camicia, direttore generale di Andriani Spa, spiega come la sostenibilità sia il perno della trasformazione dell’industria agroalimentare italiana.

Daniele Camicia, direttore generale di Andriani Spa, realtà di riferimento nel settore dell’innovation food, specializzata nella produzione di pasta con il brand Felicia, prodotti da forno e pet food, delinea le strategie di crescita e le sfide future dell’azienda che, a ottobre, ha aperto il suo primo stabilimento oltreoceano in Canada.

Dalla sostenibilità come leva industriale all’impatto dell’innovazione tecnologica sui processi produttivi, fino all’espansione sui mercati internazionali, Camicia offre una visione d’insieme sul presente e sul futuro di Andriani Spa.

Quali sono oggi le priorità strategiche di Andriani Spa?

La situazione macroeconomica è complessa, ma la nostra priorità è quella di continuare ad investire. L’operazione in Canada ne è una dimostrazione concreta, ma il nuovo piano strategico di Andriani prevede nei prossimi tre anni circa 45 mln di euro di investimenti, di cui circa la metà con un impatto Esg.

Parliamo di investimenti in sostenibilità, innovazione, aumento della capacità produttiva e nuove assunzioni. Vogliamo dare continuità a ciò che abbiamo sempre fatto, indipendentemente dal contesto esterno, perché l’industria deve ragionare in un’ottica di lungo periodo.

La nostra crescita non è solo nei numeri: i risultati economici garantiscono la solidità aziendale e la relazione con i nostri stakeholder, ma il nostro vero obiettivo è rafforzare un modello industriale in cui profitto e impatto positivo coesistono. Ci siamo dati una missione chiara: guidare la transizione alimentare.

Per un’azienda come Andriani significa assumersi una grande responsabilità verso tutti i propri stakeholder, integrando la tradizione agricola con le scienze nutrizionali e la responsabilità sociale.

Che ruolo ha la sostenibilità nelle vostre scelte industriali?

Essendo nati sedici anni fa, possiamo dire di essere geneticamente sostenibili. Per noi la sostenibilità non è un traguardo da raggiungere, ma un filtro applicato a ogni aspetto del nostro lavoro, dagli acquisti al marketing fino ai processi produttivi. Siamo un’azienda ‘sostenibilità-centrica’ ed è un messaggio che permea anche il nostro modello organizzativo.

Per misurare concretamente il nostro impegno, dato che siamo una società benefit, abbiamo identificato cinque ambiti chiave sui quali monitoriamo costantemente i risultati e di cui rendiamo conto ai nostri stakeholder: la filiera produttiva agricola e sostenibile, la salute e il benessere, lo sviluppo del territorio, il cambiamento climatico e l’economia circolare, infine la valorizzazione delle persone e l’identità di gruppo.

Per ciascuna di queste attività abbiamo definito come le interpretiamo, cosa abbiamo realizzato finora e quali obiettivi ci siamo dati per il futuro. Inoltre, sottolineo che siamo già carbon neutral nello stabilimento di Gravina in Puglia, grazie a una caldaia a biomassa che ci ha permesso di ridurre del 90% il consumo di gas naturale e di abbattere fino a 4.000 tonnellate di CO2 all’anno.

Come sta cambiando il settore agroalimentare secondo la vostra esperienza?

Il settore agroalimentare si sta dirigendo verso filiere sempre più sostenibili, con un cambiamento significativo nel ruolo dell’agricoltore, che deve diventare un imprenditore agricolo più consapevole.

L’industria, per credere davvero nella sostenibilità, deve instaurare rapporti di lungo termine con queste figure, accompagnandoli nella transizione verso nuovi modelli produttivi. Il mercato genera una domanda crescente che rischia di superare l’offerta, per questo è fondamentale avvicinare i due lati.

Grazie ai nostri investimenti tecnologici, soprattutto nel campo del gluten-free, possiamo costruire una supply chain efficiente partendo dalla materia prima, valorizzando così l’intera filiera.

Infine, è importante comunicare al consumatore che la sostenibilità ha un costo, che deve essere equamente distribuito lungo tutta la filiera, affinché questo nuovo modello agroalimentare venga pienamente riconosciuto e apprezzato.

Quali sfide vede per le imprese italiane dell’agroalimentare nei prossimi anni?

Le sfide economiche sono continue, con notizie che spesso influenzano decisioni a breve termine. Tuttavia, è fondamentale non perdere di vista gli obiettivi di lungo periodo.

Secondo la nostra visione, bisogna riportare l’agricoltura al centro. Valorizzare questo settore significa garantire prodotti di qualità al consumatore e costruire filiere di approvvigionamento solide, sane e durature.

Ad esempio, noi abbiamo investito in Canada proprio per sviluppare supply chain più locali e vicine ai mercati di consumo, come quello americano. Questa scelta comporta costi importanti, sacrifici e una maggiore propensione al rischio.

In che modo l’innovazione tecnologica incide sui vostri processi produttivi?

È fondamentale capire i trend e investire in anticipo anche su tecnologie che, al momento, non impattano direttamente sul conto economico, ma che potranno dare un vantaggio nel futuro. Questo significa investire in prodotti, tecnologie, processi e digitalizzazione, perché in un mondo sempre più complesso il controllo dei dati è essenziale.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che il nostro valore aggiunto resta l’artigianalità su larga scala, che deve rimanere il nostro mindset per distinguersi nel tempo.

La vera differenza la farà chi saprà integrare nel digitale creatività, genialità e quel sano pizzico di follia che ci permetterà di restare avanti. Per noi, quindi, innovazione tecnologica e progetti di ricerca sono elementi imprescindibili.

Come si consolida l’identità del marchio Felicia, conosciuto ormai in diversi Paesi, nei mercati internazionali?

L’identità del marchio ‘Felicia’ si consolida coinvolgendo tutti gli stakeholder nel percorso di transizione alimentare, senza voler essere unici protagonisti, ma guidando un cambiamento positivo nei modelli di consumo.

Ad oggi è presente in Francia, Spagna, Germania, nell’Europa dell’Est e negli Usa e Canada, ma speriamo di esportarla anche in altri mercati nel prossimo futuro.

Quali sono le differenze tra il mercato italiano e quelli esteri?

I mercati esteri sono molto diversi tra loro e rispetto a quello italiano. La nostra idea è quella di entrare solo in quei Paesi dove possiamo rispondere ai desideri dei consumatori locali.

Tuttavia, per far ciò non possiamo mai derogare sui nostri principi e sul nostro modello di business: sostenibilità, biodiversità e innovazione devono rimanere costanti, garantendo una qualità univoca e riconoscibile sugli scaffali, indipendentemente dal mercato.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

Philip Morris 07/2026
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