Secondo gli esperti i gioielli del Louvre hanno fatto una brutta fine. Ma c’è un metodo per rendere le gemme tracciabili e scoraggiare chi vuole smembrarle e rivenderle.
Il furto al Louvre del 19 ottobre 2025 resterà nella storia non per la bravura dei ladri ma per l’impreparazione del museo più famoso del mondo, tra password insulse (‘Louvre’) utilizzo di software ormai superati come Windows Xp e sistemi di video-sorveglianza antiquati, se non del tutto inesistenti, in alcune stanze.
Ma le negligenze del museo sono emerse tutte nelle indagini successive al furto; quello che era chiaro sin da subito era invece che la natura stessa della refurtiva l’avrebbe resa difficile da recuperare. Secondo gli esperti, normalmente se gioielli del genere (che sul mercato valgono 88 mln di dollari ma hanno un valore storico inestimabile) non vengono ritrovati in 24-48 ore, è possibile che siano già stati divisi per essere rivenduti al mercato nero.
Eppure, c’è un metodo per prevenire anche quell’eventualità, impedendo di fatto ai ladri di rivendere la refurtiva. Un gemmologo italiano, Ciro Paolillo, che ha insegnato ‘gemmologia investigativa’ alla Sapienza di Roma, ha messo a punto da tempo una contromisura già utilizzata per il Tesoro di San Gennaro a Napoli, altra collezione inestimabile da decine di migliaia di pezzi, tra cui la famosa croce con smeraldi e diamanti donata dal fratello di Napoleone, al tempo Re di Napoli.
“Impedire i furti è impossibile, ma tracciare le pietre sì. Con una mappatura, anche se venissero tagliate e ricertificate presso un qualsiasi laboratorio internazionale, saremmo in grado di riconoscerle al 100%”, dice Paolillo.
Nel 2013 il Tesoro, in occasione di una mostra a Roma, “fu assicurato per circa 600 mln di euro”, dice Paolillo. Se qualcuno ne avesse rubato e smontato le pietre, “ne avrebbe ricavato solo qualche milione”. Per questo, secondo il professore, difficilmente i criminali più esperti puntano al frazionamento, quanto al riscatto. L’altra opzione è che i criminali non siano poi così esperti, il che sembra confermato per il furto al Louvre.
Ognuna delle pietre del Tesoro di San Gennaro è stata mappata per creare quello che lo stesso Paolillo chiama ‘Dna’ delle pietre. Un’identità univoca utile a riconoscere la pietra anche se tagliata o scastonata e ricertificata in laboratori internazionali. Microscopi e fotografia ad alta definizione vengono impiegati per documentare le ‘inclusioni’ interne, confrontandole con database internazionali per definire la miniera di provenienza e creare una mappa univoca.
Le inclusioni tipiche, spiega Paolillo, sono materiali estranei intrappolati durante la cristallizzazione della gemma, caratteristici del luogo di formazione. “La posizione e struttura delle inclusioni rendono ogni pietra unica”.
Gli studi di Paolillo sul Tesoro di San Gennaro sono iniziati ormai 13-14 anni fa, ma più recentemente lavori simili (“su base completamente volontaria”, ci tiene a precisare l’esperto) sono stati svolti anche per il Museo Archeologico di Napoli e il Parco di Pompei.
Lo studio delle inclusioni interne è già noto nel commercio gemmologico, perché è un’esigenza economica. Definire la provenienza di una gemma incide fortemente sul prezzo. Ma l’applicazione ai reperti museali non ha mai preso piede. Secondo Paolillo la prudenza dei musei, restii ad ‘aprire’ le loro collezioni per farle studiare, ha limitato le ricerche, e se le stesse assicurazioni adottassero la metodologia si otterrebbero risparmi significativi.
Intanto, Paolillo racconta che alla Sapienza di Roma si lavora a un master per formare 25 specialisti e creare team operativi. “Ma quello di cui abbiamo veramente bisogno è il sostegno dei direttori dei musei”.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

