Nel giro di appena 24 ore, il presidente Donald Trump ha annunciato tre imponenti interventi statali in settori diversi dell’economia: misure che fino a poco tempo fa sarebbero apparse – e suonate – come un inaccettabile dirigismo socialista per un esponente del Partito Repubblicano. La rapidità e l’ampiezza di queste decisioni rivelano un tratto distintivo del secondo mandato di Trump: la crescente disponibilità ad abbandonare la tradizionale impostazione laissez-faire del GOP per esercitare un controllo diretto sull’attività economica privata.
I ‘dieci comandamenti’ di Trump
“Sta adottando una posizione di estrema sinistra che assomiglia al capitalismo di Stato”, afferma Jeffrey Sonnenfeld, autorevole studioso di governance aziendale e fondatore del Chief Executive Leadership Institute di Yale. “È un MAGA che diventa maoista: si sottrae discrezionalità ai manager, si svuota il controllo dei proprietari e degli stakeholder sulle imprese, si altera il processo decisionale. In questo modo viene minata la razionalità dei mercati”.
Sonnenfeld, che sostiene di conoscere Trump da decenni – più a lungo di qualunque attuale membro del governo – e che sta per pubblicare un libro sui ‘dieci comandamenti’ di Trump, ritiene che questa svolta non abbia nulla a che vedere con l’ideologia.
“Ha inventato qualcosa di nuovo: il pugno di ferro dell’autocrate”, ha dichiarato a Fortune. “Una cosa che nel capitalismo si vede raramente”.
Secondo Sonnenfeld, le recenti decisioni del presidente sostituiscono i meccanismi di mercato con la discrezionalità dell’esecutivo, relegando manager e azionisti a operare non più in un libero mercato, ma sotto la diretta influenza della Casa Bianca.
Il mercato immobiliare
Mercoledì, poco dopo mezzogiorno, Trump ha annunciato su Truth Social il divieto per i “grandi investitori istituzionali” – inclusi fondi di private equity e società immobiliari di Wall Street – di acquistare case unifamiliari, invitando il Congresso a trasformare il provvedimento in legge. “Le persone vivono nelle case, non le aziende”, ha scritto il presidente.
La reazione dei mercati è stata immediata. Blackstone, noto grande acquirente di abitazioni, ha perso il 6%. Invitation Homes, il maggiore investitore istituzionale del settore, ha registrato un calo analogo, mentre American Homes 4 Rent ha visto le contrattazioni temporaneamente sospese per eccessiva volatilità dopo aver toccato i minimi degli ultimi tre anni. Secondo CNBC, gli investitori istituzionali detengono solo il 2% del patrimonio immobiliare residenziale statunitense, ma la loro presenza è fortemente concentrata in alcune città del Sud-Est, come Atlanta e Jacksonville, in Florida.
L’attacco di Trump al complesso militare-industriale
Poche ore dopo, Trump ha spostato l’attenzione sul settore della difesa, uno dei comparti storicamente più protetti della politica americana. Lamentando la lentezza nella produzione e nella consegna degli armamenti, il presidente ha annunciato l’intenzione di imporre un tetto di 5 milioni di dollari annui agli stipendi dei dirigenti delle principali aziende della difesa, finché la produzione non raggiungerà standard ritenuti adeguati.
Attualmente, gli amministratori delegati di colossi come Lockheed Martin, Raytheon e Northrop Grumman guadagnano tra i 18 e i 25 milioni di dollari l’anno. “Le retribuzioni dei dirigenti della difesa sono esorbitanti e ingiustificabili, considerando la lentezza con cui vengono forniti equipaggiamenti essenziali alle nostre forze armate e ai nostri alleati”, ha scritto Trump.
Questa volta, però, non si è trattato solo di dichiarazioni. Mercoledì il presidente ha firmato un ampio ordine esecutivo che limita severamente l’uso dei profitti e le politiche retributive delle aziende appaltatrici della difesa. Il provvedimento vieta dividendi e riacquisti di azioni alle imprese considerate inadempienti, consente al Pentagono di fissare tetti salariali temporanei e lega i futuri incentivi alla rapidità e alla qualità della produzione, utilizzando gli strumenti previsti dal Defense Production Act.
Per Sonnenfeld si tratta di un attacco diretto ai fondamenti giuridici dell’impresa americana. In particolare richiama la “clausola sugli espropri” del Quinto Emendamento, che vieta allo Stato di confiscare proprietà private senza un giusto indennizzo.
La misura ha scosso il complesso militare-industriale, tradizionalmente una roccaforte del sostegno repubblicano. Sebbene in passato si sia discusso di tetti retributivi (come la proposta di Obama di limitare i compensi a 400.000 dollari), nessuna amministrazione aveva mai tentato di imporre dall’alto politiche su dividendi e riacquisti azionari. Non sorprende quindi che molti nel settore si chiedano quale sia il vero obiettivo economico dell’amministrazione.
Il caso Venezuela
Proprio Maduro è tornato al centro della scena dopo il suo arresto ed estradizione. Trump ha annunciato che gli Stati Uniti assumeranno il controllo di circa 50 milioni di barili di petrolio venezuelano. I proventi saranno depositati in un conto controllato direttamente dal presidente e potranno essere utilizzati dal Venezuela esclusivamente per acquistare beni prodotti negli Stati Uniti.
In questo modo, 50 milioni di barili – per un valore stimato di 3,5 miliardi di dollari – diventano uno strumento di stimolo diretto all’industria manifatturiera americana, creando un sistema economico “a circuito chiuso”. Il Venezuela non potrà più scegliere liberamente i propri partner commerciali: diventa un cliente obbligato.
Sebbene il meccanismo ricordi le restrizioni volontarie alle esportazioni degli anni ’80, adottate dall’amministrazione Reagan per proteggere l’industria automobilistica americana, l’accordo attuale rappresenta una forma molto più esplicita di commercio amministrato. Là dove Reagan cercava almeno di preservare l’apparenza del libero mercato, l’intesa voluta da Trump subordina apertamente la domanda a un sistema di scambi controllato dallo Stato.
Nel loro insieme, queste misure mostrano una tendenza chiara: non sono più i mercati a decidere chi può acquistare case, come vengono retribuiti i dirigenti o come si svolgono gli scambi internazionali. È il governo a stabilire gli esiti. Secondo Sonnenfeld, non si tratta solo di instabilità politica, ma di una trasformazione strutturale del capitalismo americano.
L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com.
