Il “microshifting”, una versione più radicale del lavoro ibrido che spezza la giornata in blocchi brevi e non continuativi, nel 2026 passa rapidamente da esperimento di nicchia a tema centrale del dibattito sul lavoro. I sostenitori dicono che questo modello ultra-flessibile aiuta a conciliare figli, lavori paralleli e cura di sé con ruoli impiegatizi molto impegnativi. I critici avvertono invece che rischia di mascherare una cultura del “sempre connessi” sotto un altro nome.
Cos’è il microshifting
Il microshifting descrive una giornata lavorativa divisa in più “scatti” brevi e flessibili di lavoro concentrato, spesso tra i 45 e i 90 minuti. Tra un blocco e l’altro trovano spazio vita personale, famiglia o riposo. Al posto del classico 9-18 continuo, una persona può iniziare all’alba, fermarsi per accompagnare i figli a scuola o andare in palestra, tornare a lavorare in tarda mattinata e chiudere le attività la sera.
Il termine si è diffuso grazie alla società di videoconferenze Owl Labs, che definisce il microshifting come lavoro “in blocchi brevi e non lineari, basati su energia personale, responsabilità o schemi di produttività”. Il modello nasce durante la pandemia, quando chiusure delle scuole e lockdown fanno saltare gli orari tradizionali. In seguito lo adottano genitori, team internazionali e lavoratori della gig economy con vite sempre più frammentate.
Esempi dai vertici delle aziende
Gustas Germanavicius, atleta di ironman lituano e CEO di InRento, ha raccontato a Fortune nel novembre 2025 il suo approccio. Lo paragona sia all’allenamento sportivo sia al periodo trascorso con i monaci Shaolin in Cina.
“In pratica lavoro tra maratone e sprint”, ha spiegato. “Per due mesi lavoro 24 ore su 24, sette giorni su sette. Poi mi fermo due settimane. Non sono del tutto offline, ma rallento”.
Masha Bucher, fondatrice di Day One Ventures e investitrice in 12 unicorni, ha detto a Fortune che le persone che lavorano con lei lavorano sette giorni su sette, dalle 6 o 7 del mattino fino a notte fonda, con una pausa per lo sport. Nel suo ambiente il lavoro è flessibile. “Quando fai qualcosa che ami, non senti il bisogno di andare in vacanza”.
Dal lavoro ibrido alla flessibilità estrema
La crescita del microshifting segna un passo ulteriore rispetto al lavoro ibrido tradizionale, che si concentra soprattutto sul luogo di lavoro. In molte aziende resta l’obbligo di presenza in ufficio per alcuni giorni a settimana. Aumentano però i casi in cui i dipendenti distribuiscono le ore lungo giornate più lunghe o in orari serali. Jones Lang LaSalle, in un sondaggio globale, rileva che chi si discosta dai modelli tradizionali risulta spesso rafforzato dal proprio valore per l’azienda.
I dati confermano l’interesse. Un sondaggio di Owl Labs mostra che circa il 65% dei lavoratori è interessato al microshifting. Manager, caregiver e persone con lavori paralleli guidano la domanda. I più giovani, soprattutto della Gen Z, usano orari non lineari per affiancare altre attività. Oltre un quarto dichiara un secondo lavoro.
I benefici percepiti
I sostenitori spiegano che il modello segue i picchi naturali di energia e concentrazione. Evita di forzare la produttività nei momenti di calo. I blocchi brevi favoriscono il “deep work” e lasciano spazio ad allenamento, scuola e compiti di cura. Anche la salute mentale conta. Consulenti HR parlano di minore burnout e meno affaticamento decisionale, se il sistema resta volontario e ben gestito.
Gli esperti avvertono però che l’autonomia sugli orari può trasformarsi in pressione implicita. Alcuni lavoratori finiscono per distribuire il lavoro su 14 o 16 ore per restare sempre reperibili. Diverse grandi aziende, soprattutto in finanza e nel settore pubblico, restano scettiche. Temono problemi di coordinamento, responsabilità e controllo.
Secondo Jones Lang LaSalle, il confronto tra lavoratori e aziende si è già spostato. Non riguarda più il dove, ma il quando. L’equilibrio tra vita e lavoro supera lo stipendio come priorità principale a livello globale. Il 65% dei lavoratori chiede soprattutto controllo sul tempo, più che sul luogo.
L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com

