Nonostante le aspettative su una nuova era di crescita abbondante, l’AI non compare ancora in modo chiaro nei dati macroeconomici. Lo sostiene Torsten Slok, capo economista di Apollo.
In una nota diffusa sabato, Slok ha ricordato una celebre battuta dell’economista Robert Solow negli anni Ottanta, quando i personal computer stavano rivoluzionando l’economia: “Si vede l’era dei computer ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttività”.
Secondo Slok, oggi vale lo stesso per l’AI. I dati su occupazione, produttività e inflazione non mostrano ancora segnali evidenti del nuovo paradigma tecnologico. Anche i margini e le stime sugli utili delle società dell’S&P 500, escluse le “Magnificent 7”, non riflettono un impatto tangibile dell’AI.
“L’AI è ovunque, tranne che nei dati macro in arrivo”, ha scritto.
Gli investitori, però, non aspettano le conferme statistiche. L’idea che l’AI possa cambiare i modelli di business ha già scosso i mercati. Con la diffusione di chatbot sempre più avanzati, hanno subito forti vendite i titoli esposti a wealth manager, broker assicurativi, servizi fiscali, contabilità, dati professionali, ricerca legale, trasporti e logistica.
Sul fronte opposto, gli evangelisti dell’AI prevedono effetti dirompenti. Al World Economic Forum dello scorso mese, il CEO di Anthropic Dario Amodei ha ipotizzato un’accelerazione del Pil tra il 5% e il 10%. Elon Musk, cofondatore di xAI, ha spinto ancora oltre, sostenendo che l’AI genererà tale ricchezza da rendere il lavoro opzionale in un futuro non lontano.
Slok resta prudente. “Forse esiste un effetto J-curve per l’AI, e servirà tempo prima che emerga nei dati macro. Forse no”, ha scritto.
Molto dipenderà dal valore economico effettivamente creato. Finora la traiettoria appare diversa da quella della rivoluzione informatica degli anni Ottanta. Allora i primi innovatori godevano di un forte potere di prezzo fino all’arrivo dei concorrenti. Oggi, al contrario, la competizione tra sviluppatori di modelli linguistici ha spinto i prezzi verso lo zero per gli utenti finali.
Dal punto di vista macro, conta l’uso dell’AI nell’economia reale più che il singolo prodotto. E per ora gli economisti prevedono un impatto limitato. Il Penn Wharton Budget Model stima un incremento annuo della produttività totale dei fattori pari allo 0,1-0,2%, con un effetto cumulato dell’1,5% entro il 2035.
“Dopo tre anni di ChatGPT e ancora nessun segnale evidente nei dati, è probabile che l’AI migliori il lavoro in alcuni settori più che sostituirlo ovunque”, ha osservato Slok.
Anche il Congressional Budget Office adotta un approccio prudente. Prevede un contributo di appena 0,1 punti percentuali l’anno alla crescita della produttività totale e un aumento dell’output di 1 punto percentuale entro il 2036.
Nel frattempo il Dipartimento del Lavoro ha rivisto al ribasso la stima dei nuovi posti creati nel 2025: 181.000, contro una prima lettura di 584.000 e 1,46 milioni nel 2024. L’economia ha continuato a crescere con pochi nuovi occupati. Questo dato potrebbe implicare un aumento della produttività e sollevare interrogativi su quale ruolo, se esiste, abbia già avuto l’AI.
Secondo il CBO, la diffusione delle applicazioni di AI generativa migliorerà l’efficienza aziendale e l’organizzazione del lavoro, con un impatto “modesto” sulla crescita della produttività nel prossimo decennio.
L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com

