Ogni volta che parliamo di droni pensiamo a due cose: video dall’alto e guerra a distanza. Per quanto riguarda la guerra, l’idea che un velivolo senza pilota possa cambiare le regole del gioco nasce, per molti, con i Predator post-11 settembre. In realtà nasce prima. Molto prima. E nasce in un posto dove l’aria era diventata una trappola: la Valle della Bekaa, Libano, giugno 1982.
Dal Kippur alla consapevolezza del muro antiaereo
Per capire perché quell’episodio è uno spartiacque bisogna tornare indietro di nove anni. Nel 1973, durante la guerra del Kippur, i missili terra-aria e una difesa antiaerea densa e moderna infliggono all’aviazione israeliana un conto salato. I vertici militari di Tel Aviv raggiungono la piena consapevolezza che non basta avere buoni piloti e buoni caccia, se dall’altra parte esiste un muro di radar, missili e artiglieria che ti vede, ti aggancia e che, in fin dei conti, comporta un altissimo rischio di abbattimento. Nel 1982, in Bekaa, il muro è potenziato con sistemi sovietici e una rete di batterie mobili. E viene eretto a protezione delle forze di Damasco in Libano.
Operazione Mole Cricket 19: il modello SEAD
Il 9 giugno parte l’operazione che nei manuali viene ricordata come un modello di SEAD (suppression of enemy air defenses): Operazione Mole Cricket 19. La differenza, però, non è solo nel numero di velivoli o nella precisione delle munizioni. È nel modo in cui vengono usati i droni (RPV, remotely piloted vehicles): non come “arma principale”, ma come sensore, esca e moltiplicatore.
Droni come esca e sensore
La scena è quasi paradossale per gli standard di oggi. In prima linea non ci sono solo jet multimilionari: entrano in gioco piccoli velivoli a elica, poveri per estetica e costo, che assomigliano a modellini evoluti. Il loro lavoro è sporco e fondamentale avvicinarsi, farsi vedere, costringere i radar a accendere la difesa (il “make them light up”). È l’equivalente tecnologico far spuntare la testa di un manichino da una trincea per vedere da dove arrivano gli spari. Secondo ricostruzioni dell’epoca, questi droni vengono impiegati come decoy e come piattaforme di ricognizione/telecamera, permettendo di individuare e colpire le batterie SAM con maggiore efficacia.
Dall’informazione alla decisione in tempo reale
Il passaggio decisivo, però, non è il riuscire a vedere il nemico dall’alto. È trasformare l’informazione in decisione in tempo reale. Nella valle della Bekaa, gli RPV inseguono le batterie mobili, aggiornano la posizione e, in definitiva, alimentano una catena di comando che riduce all’osso i tempi tra scoperta e attacco. David Ivry, uno dei comandanti israeliani, descrive quell’operazione come una sorta di caccia continua, con gli RPV che corrono dietro alle batterie, mentre dal posto comando si riesce a passare indicazioni ai piloti quasi in tempo reale.
La guerra di rete prima della guerra di rete
Ed è qui che chiunque può intravedere la linea diretta con i conflitti di oggi, perché la guerra moderna è una questione di rete. Non vince soltanto chi ha il mezzo migliore, ma chi integra meglio dati, link, procedure e addestramento. Nella Valle della Bekaa non assistiamo al primo volo di un drone come esca per i radar e i missili, perché i droni americani hanno già volato con funzioni di ricognizione ed esca a partire dal 1964. Ma quella israeliana è la prima dimostrazione su larga scala che un velivolo senza pilota può spostare l’equilibrio in uno scontro ad alta intensità, proprio perché costa meno, rischia meno (politicamente e umanamente) e soprattutto può stare lì a lungo, insistendo sul bersaglio finché non commette un errore. E le persone, specie sotto pressione, sbagliano.
Numeri e conseguenze industriali
Il risultato di cinque giorni di guerra sono 54 aerei e 19 batterie missilistiche siriane distrutte a fronte di un solo aereo israeliano abbattuto. Con questi numeri, la corsa industriale è inevitabile. I programmi israeliani (Mastiff e Scout) sviluppati in un ecosistema che coinvolge aziende di elettronica e aerospazio, diventano un punto di riferimento internazionale. La US Navy è la più impressionata dall’impiego del 1982 e avvia il percorso che porterà al drone Pioneer, esplicitamente derivato da quelle esperienze e da quella stessa filiera. È uno dei momenti in cui una soluzione nata
per necessità contingenti apre le porte a un mercato molto vasto: sensori, telecomandi, data-link, procedure operative, addestramento.
La lezione sull’innovazione che vale ancora oggi
C’è anche un’altra lezione, che suona incredibilmente attuale per chi osserva le corse (e le corse) tecnologiche, AI e Quantum compresi. L’articolo The Army’s $800,000 Model Airplane pubblicato su Washington Monthly nel luglio 1984, che racconta l’episodio al pubblico americano insiste su un dettaglio che sembra quasi una caricatura della innovation economy. I droni israeliani funzionano perché sono semplici, costruiti con elettronica disponibile, e perché la burocrazia e i militari non li strangolano prima del decollo; mentre dall’altra parte, gli enormi progetti USA rischiano di trasformare un’idea lineare in un oggetto costosissimo e in ritardo. Ovviamente non si vuole fare una facile critica nei confronti della burocrazia, quanto dare un promemoria brutale su cosa succede quando una tecnologia nuova richiede velocità di ciclo, feedback operativo e scelte nette.

