Petrolio in tensione: i mercati scommettono su quattro settimane di crisi

guerra

All’indomani di una vasta operazione militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, culminata con la morte della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, i mercati petroliferi globali hanno subito uno shock immediato. Nel fine settimana il prezzo del Brent è balzato dell’8%, attestandosi intorno ai 78 dollari al barile, segnale della forte preoccupazione per la tenuta delle forniture energetiche mediorientali. Secondo Daan Struyven, responsabile della ricerca sul petrolio di Goldman Sachs, questo livello di prezzo riflette con chiarezza la scommessa dei trader: un’interruzione delle forniture della durata di circa quattro settimane.

Intervenendo il 2 marzo nel podcast Goldman Sachs Exchanges, Struyven ha illustrato i calcoli alla base della reazione dei mercati. In assenza di interruzioni prolungate, Goldman Sachs stima un valore “equo” del Brent attorno ai 65 dollari al barile. “Con il prezzo a 78 dollari, il mercato sta incorporando un premio per il rischio di 13 dollari al barile”, ha spiegato. Secondo i modelli della banca, questo sovrapprezzo corrisponde all’impatto atteso di una chiusura totale dello Stretto di Hormuz per circa un mese.

L’atteggiamento attendista di compagnie di navigazione e produttori

Al momento, lo Stretto di Hormuz – snodo strategico attraverso cui transita normalmente circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio – non è completamente chiuso. Tuttavia, il brusco calo dei flussi di esportazione è alimentato dal clima di incertezza. Compagnie di navigazione e produttori hanno adottato un atteggiamento attendista dopo le notizie di danni a tre navi e l’impennata dei premi assicurativi.

La soglia delle quattro settimane, incorporata nei prezzi, rappresenta un punto critico per l’economia globale. Struyven ha sottolineato che l’impatto sui prezzi del petrolio è una “funzione convessa” rispetto alla durata dell’interruzione: se il conflitto dovesse protrarsi solo per pochi giorni o una settimana, l’effetto sui prezzi sarebbe molto più contenuto. In uno scenario di breve periodo, il greggio potrebbe essere stoccato nei Paesi produttori del Medio Oriente, ritardando le consegne ma senza ridurre l’offerta globale complessiva.

Diverso sarebbe il caso di una chiusura prolungata oltre le quattro settimane ipotizzate dal mercato. Se gli impianti di stoccaggio regionali esaurissero la capacità disponibile e la produzione fosse costretta a fermarsi, l’equilibrio tra domanda e offerta potrebbe ristabilirsi solo attraverso una “distruzione della domanda”, ossia una contrazione forzata dei consumi dovuta a prezzi molto elevati.

“Per generare una significativa distruzione della domanda, i prezzi potrebbero dover salire a tre cifre”, ha avvertito Struyven. Ogni aumento sostenuto del 10% del prezzo del greggio, ha aggiunto, si traduce in un incremento dell’inflazione di circa lo 0,3% e in una riduzione analoga del reddito disponibile.

Gli effetti dell’Operazione Epic Fury sull’economia statunitense

Le valutazioni di Struyven si inseriscono in un contesto in cui gli economisti stanno stimando i possibili effetti sull’economia statunitense dell’Operazione Epic Fury, voluta dal presidente Donald Trump. Kent Smetters, direttore del Penn Wharton Budget Model, ha dichiarato a Fortune che i danni potrebbero raggiungere, nello scenario peggiore, i 210 miliardi di dollari. Ha tuttavia invitato alla cautela nel calcolo dei costi di guerra: “Spesso si ignora il controfattuale. Se l’Iran avesse davvero ottenuto un’arma nucleare, le spese militari e i costi di ricostruzione successivi avrebbero potuto essere ben maggiori”.

A complicare ulteriormente il quadro è la cosiddetta capacità produttiva inutilizzata ma “intrappolata”. In condizioni normali, il mercato globale può contare sulle riserve inutilizzate di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait per attenuare gli shock dei prezzi. Tuttavia, questi volumi devono transitare proprio attraverso lo Stretto di Hormuz per raggiungere i mercati internazionali. Finché lo stretto resta compromesso, tale capacità non può essere sfruttata. Anche la Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti potrebbe teoricamente mitigare interruzioni prolungate, ma attualmente dispone di circa 415 milioni di barili, oltre 200 milioni in meno rispetto ai livelli precedenti alla crisi energetica del 2022.

In definitiva, la correttezza della “scommessa” del mercato sulle quattro settimane dipenderà dagli sviluppi geopolitici dei prossimi giorni. Obiettivi ambiziosi come un cambio di regime potrebbero far presagire un conflitto lungo, mentre traguardi militari più circoscritti o l’emergere di una leadership riformista in Iran potrebbero favorire una soluzione più rapida. Per ora, i mercati finanziari prezzano un mese di turbolenze, nella speranza che il flusso fisico di petrolio riprenda prima che i prezzi si stabilizzino stabilmente oltre la soglia dei 100 dollari al barile.

L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.