AI e robotica stanno cambiando il lavoro: due studi mostrano l’impatto su impiegati e operai

AI

Negli ultimi anni Erik Brynjolfsson ha costruito uno dei quadri empirici più dettagliati su come la tecnologia stia trasformando il lavoro negli Stati Uniti. Il quadro, però, diventa sempre più critico per i lavoratori ai gradini più bassi della gerarchia aziendale.

Ad agosto lo studioso di economia della Stanford University, tra i principali esperti di AI, ha attirato l’attenzione con uno studio pionieristico. La ricerca mostrava che la rivoluzione dell’AI produce già un “impatto significativo e sproporzionato sui lavoratori entry level nel mercato del lavoro statunitense”, soprattutto tra i giovani tra i 22 e i 25 anni nei settori impiegatizi, come ingegneria del software e customer service.

A febbraio Brynjolfsson ha pubblicato un nuovo working paper attraverso il National Bureau of Economic Research. Questa volta lo studio guarda al lavoro operaio negli Stati Uniti. La conclusione: l’aumento del salario minimo spinge le aziende manifatturiere ad adottare più robot industriali nelle fabbriche.

I due studi, letti insieme, delineano una trasformazione del mercato del lavoro che comprime i lavoratori su entrambi i fronti. L’AI avanza dall’alto nelle professioni qualificate, mentre l’automazione entra dal basso nelle mansioni manuali.

L’allarme nel lavoro impiegatizio

Lo studio pubblicato nell’agosto 2025 si basa su un dataset particolarmente ampio: dati sui salari e sulle buste paga di milioni di lavoratori americani forniti da ADP, la più grande società di software per la gestione delle paghe negli Stati Uniti.

I risultati sono netti. Dopo la diffusione degli strumenti di AI generativa a partire dalla fine del 2022, l’occupazione dei lavoratori all’inizio della carriera nelle professioni più esposte all’AI è scesa del 13% in termini relativi, anche tenendo conto delle altre turbolenze aziendali.

I lavoratori più anziani e con maggiore esperienza negli stessi settori hanno mantenuto livelli occupazionali stabili o in crescita.

Dall’algoritmo alla catena di montaggio

Il nuovo studio, realizzato insieme a J. Frank Li della University of British Columbia, Javier Miranda dell’Halle Institute for Economic Research in Germania, Robert Seamans della NYU Stern School of Business e Andrew J. Wang di Stanford, sposta l’attenzione dall’AI alle fabbriche.

I ricercatori hanno utilizzato microdati riservati del Census Bureau statunitense collegati ai registri doganali delle importazioni. In questo modo hanno ricostruito l’adozione di robot industriali in circa 240 mila aziende manifatturiere americane con un unico stabilimento, tra il 1992 e il 2021.

Gli studiosi hanno identificato le aziende che iniziavano a usare robot nel momento in cui importavano macchinari da fornitori stranieri, soprattutto in Giappone, Germania e Svizzera.

Il risultato principale è chiaro: un aumento del salario minimo del 10% accresce di circa l’8% la probabilità che un’azienda manifatturiera introduca robot industriali rispetto al tasso medio di adozione nel campione analizzato.

Gli autori scrivono: “Le imprese soggette a salari minimi più alti hanno una probabilità maggiore di adottare robot, anche considerando le caratteristiche delle aziende e delle economie locali.”

La logica ricorda quanto accade nei lavori impiegatizi. L’AI diventa economicamente conveniente quando sostituisce attività standardizzate di un giovane ingegnere del software o di un operatore del servizio clienti. Un robot industriale diventa invece più interessante quando cresce il costo del lavoro umano nelle attività ripetitive, come assemblaggio o saldatura.

In entrambi i casi, l’aumento del costo del lavoro nelle mansioni meno qualificate spinge le imprese verso le macchine.

Brynjolfsson e i suoi coautori osservano: “I robot possono aumentare la produttività, ma possono anche cambiare la struttura dell’occupazione, soprattutto nei settori a bassi salari tipici della manifattura.”

Un test particolarmente rigoroso

La prova più solida dello studio deriva da un quasi-esperimento geografico. I ricercatori non hanno confrontato semplicemente gli Stati con salari minimi diversi. Questo confronto potrebbe dipendere da molte altre differenze economiche.

Il team ha invece analizzato aziende situate in contee che si trovano esattamente sui confini tra due Stati. Le imprese sui due lati della frontiera condividono quasi lo stesso contesto economico, lo stesso mercato del lavoro e spesso lo stesso settore industriale.

L’unica vera differenza riguarda la legge statale sul salario minimo.

Anche con questo metodo molto restrittivo il risultato resta stabile: un aumento del salario minimo del 10% corrisponde a un incremento dell’8,4% nell’adozione dei robot.

Il dato rimane coerente in diverse analisi statistiche e coincide con le stime ottenute osservando l’intero sistema statale. Il risultato non cambia neppure quando i ricercatori considerano dimensione dell’impresa, età dell’azienda, settore industriale o presenza di leggi sul lavoro nei diversi Stati.

Un fenomeno che si osserva anche in altri Paesi

Dinamiche simili emergono anche fuori dagli Stati Uniti.

Uno studio sulla Turchia ha analizzato l’aumento del salario minimo del 33,5% nel 2016. Dopo la riforma, molte aziende medie e grandi hanno aumentato l’uso dei robot, soprattutto nei settori con molti operai impegnati in attività ripetitive.

Ricerche condotte in Cina tra il 2008 e il 2012 mostrano risultati simili. Un aumento del salario minimo del 10% ha fatto crescere la probabilità di adottare robot, con effetti più forti nelle imprese più produttive e nel settore privato.

In Germania, infine, gli studiosi hanno esaminato l’introduzione del salario minimo nazionale nel 2015. Gli stabilimenti con una quota elevata di lavoratori manuali impegnati in compiti ripetitivi hanno reagito con maggiore rapidità adottando robot.

Il nodo delle politiche pubbliche

Brynjolfsson e i suoi colleghi mantengono prudenza nelle conclusioni, anche perché si tratta di un working paper ancora in attesa di revisione scientifica.

Lo studio sulla manifattura non misura direttamente gli effetti sull’occupazione nel lungo periodo. Non dice se i lavoratori sostituiti dai robot trovino nuovi impieghi, né a quali salari.

Gli autori ricordano anche che l’introduzione dei robot può aumentare la produttività aziendale e, in alcuni casi, favorire persino la crescita dell’occupazione.

Tuttavia sul punto centrale il quadro appare ormai difficile da ignorare: gli aumenti del salario minimo tendono a incentivare l’automazione.

Se si unisce questo dato alla ricerca pubblicata ad agosto sull’impatto dell’AI nei lavori impiegatizi, emerge una sfida complessa per i decisori pubblici. Due tecnologie diverse stanno trasformando due segmenti distinti del mercato del lavoro nello stesso momento.

Gli autori scrivono: “I responsabili delle politiche pubbliche potrebbero valutare strategie complementari per ridurre i possibili effetti di sostituzione, come programmi di riqualificazione professionale o sostegni mirati alle piccole imprese.”

Per la realizzazione di questo articolo, i giornalisti di Fortune hanno utilizzato strumenti di AI generativa come supporto alla ricerca. Un editor ha verificato l’accuratezza delle informazioni prima della pubblicazione.

Questo articolo è apparso originariamente su Fortune.com.

Poste Italiane Dic 25

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