La solitudine di Trump nello Stretto di Hormuz

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Dopo diciassette giorni di guerra contro l’Iran, il presidente Usa Donald Trump potrebbe essere vicino a dichiarare la vittoria. Ma mentre Washington può rivendicare il successo delle operazioni militari, resta aperta la vera incognita: come reagirà Teheran. Con gran parte della Marina iraniana distrutta, una parte significativa dell’arsenale missilistico eliminata e diversi leader di primo piano eliminati, Trump si è avvicinato agli obiettivi militari fissati all’inizio delle ostilità. Tuttavia i risultati sul campo non hanno ancora prodotto gli effetti politici più volte evocati dal presidente.

Se non si può parlare di “regime change”, mai evocato dall’amministrazione Usa come obiettivo dichiarato, non si palesa neanche una sorta di “regime alteration”, secondo la definizione coniata dallo storico britannico Niall Ferguson. La nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei rappresenta la continuità, a lui va il merito di aver rinsaldato l’apparato rivoluzionario che sta dispiegando una indubbia capacità di resistenza, pur tra non poche difficoltà, a partire dalle indiscrezioni sulle condizioni di salute di Khamenei che, secondo resoconti di stampa kuwaitiani, sarebbe stato trasferito in segreto, su un aereo militare russo, a Mosca per ricevere cure dopo essere rimasto gravemente ferito nel corso del raid del 28 febbraio con cui americani e israeliani hanno eliminato il padre Ali Khamenei.

La questione cruciale è la chiusura dello stretto di Hormuz. La guerra infatti ha una durata imponderabile: gli israeliani dicono che serviranno “almeno altre tre settimane”, per Trump ogni giorno che passa è consenso che evapora, con il prezzo della benzina che sale e le elezioni di midterm di novembre che si avvicinano. Dallo stretto di Hormuz passa il 20% dell’approvvigionamento globale di petrolio.

L’iniziativa trumpiana di creare un dispositivo di sicurezza in grado di forzare il blocco navale iraniano nello Stretto non sta facendo proseliti: Regno unito e Germania hanno chiarito che non intendono entrare in guerra, dal Consiglio Affari Esteri dell’Ue, svoltosi oggi a Bruxelles, è emerso un orientamento ben espresso dall’Alto Commissario Kallas: “Siamo stati in contatto con la Nato in precedenza ma questo è davvero al di fuori dell’area d’azione della Nato. Non ci sono Paesi Nato nello stretto di Hormuz”.

Il ministro degli Esteri tedesco Wadephul ha argomentato il no della Germania a Trump su un possibile intervento a Hormuz, ed è doppio. No a Trump, perché non c’è una necessità e perché non c’è giustificazione per il coinvolgimento tedesco. Tanto più, ha detto Wadephul, che “non siamo stati informati neppure sugli obiettivi di questa guerra”. E no al rafforzamento della missione europea Aspides (cui partecipa anche l’Italia), che sempre secondo Wadephul già fatica a fare la missione che fa (assicurare la libertà di navigazione nel mar Rosso).

Gli occhi di Berlino restano puntati sull’Ucraina, ed è lì che si impegnerà, mentre proverà a stare il più possibile fuori dall’Iran. Anche il Regno unito si è sfilato da un impegno diretto nel conflitto, facendo peraltro emergere lo stato non esaltante in cui versa la marina di Sua Maestà (al momento dell’attacco israelo-americano all’Iran, a Londra si sono resi conto di non avere alcun vascello dispiegato tra Mediterraneo, Medioriente e Oceano indiano).

Dopo l’attacco alla base di Akrotiri a Cipro i britannici hanno deciso l’invio di un cacciatorpediniere che impiegherà due settimane ad arrivare: in teoria potrebbe essere dirottato verso il Golfo ma potrebbe giungere a destinazione a guerra già finita. La missione della Francia resta “difensiva” e “protettiva”, forzare il blocco iraniano nello Stretto di Hormuz significherebbe entrare in una fase offensiva, non se ne parla.

L’appello di Trump per un maggiore impegno, per un “lavoro di squadra” nello Stretto, si è rivolto anche a Giappone, Corea del Sud, Cina, ma stenta a decollare. I cinesi mantengono il silenzio mentre si lavora “in modo costruttivo alla de-escalation e al ripristino della pace”, al punto che, intervistato dal Financial Times, Trump dice che la sua missione a Pechino, prevista dal 31 marzo al 2 aprile, con un vertice già annunciato con l’omologo Xi Jinping, “potrebbe essere rinviata” in caso di mancata collaborazione nel quadrante mediorientale. Insomma, l’attivismo di Trump fa il paio con la riluttanza degli alleati a entrare nel conflitto, mentre le quotazioni del petrolio restano sopra i 100 dollari al barile.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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